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Daniele G

Scrivo[...]riportando le mie memorie al popolo di una penisola che mai amai come avrei potuto, che mai difesi come avrebbe meritato.
Una penisola che non fu mai e mai sarà la mia patria.
Una penisola meravigliosa che io non solo non unificai, se non unicamente al nome, ma che addirittura divisi, e, per mia colpa, divisa sarà per sempre.
[...]Se vi aspettavate un patriota, troverete un avventuriero.
Se vi aspettavate un probo, troverete un dissoluto.

La spedizione dei mille fu realmente la più vile porcata che il suolo della penisola possa aver mai vissuto e, a questo punto, spero che mai sia costretta a rivedere.
La mia vita era rivolta alla ricerca di fama e ricchezza: mi venne in mente di unificare l'Italia in quanto sarei potuto diventare potente e ricco.
Cercai appoggi, soldi e falsi ideali su cui far leva e trovai qualcuno che, dopo avermi usato, mi mise da parte.
Diciamo subito e senza giri di parole: il patriottismo in Italia non è mai esistito.
Mi ricordano tutti come il patriota Giuseppe Garibaldi, ma queste sono voci, magari leggende, ma certamente menzogne.
Mi chiamo Joseph Marie Garibaldi e, contrariamente, a quanto pensano molti, sono e mi sento francese.
[...] l'Italia del Nord depredò ltalia del Sud con atti di ferocia tale che mai potrà essere cancellata ed ancora accade mentre sto scrivendo...».

 

da Le confessioni di Joseph Marie Garibaldì
di Francesco Luca Borghesi

Le confessioni di Joseph Marie Garibaldì

Ancora una volta l’impotenza politica di fronte alle sfide della modernità viene occultata con il sistema delle insicurezze.

Incapaci di fronteggiare le trasformazioni prodotte dalla globalizzazione, non riuscendo ad assicurare ai cittadini le condizioni minime di vivibilità, cambia la propria offerta intervenendo prima sulla domanda, generando insicurezza, per poi offrire protezione contro le minacce alla società. E allora  cosa c’è di meglio per la politica, al fine di conservare credibilità e potere, di paventare una minaccia per la collettività? E per alzare il prezzo dell’offerta, provocano uno spettacolo mediatico amplificando paure  e insicurezze.

Così, nell’artefatto interessamento politico per le adombrate minacce, le popolazioni vivono nell’illusoria sensazione di essere uniti  contro un nemico comune mentre in realtà vegetano in mondo fatto di divisioni, isolamenti, sospetti.

Mentre i politici diventano prigionieri della propria creazione, non riuscendo più a distinguere tra pericoli imminenti reali e minacce instillate. Intanto i diritti di tutti cedono il passo all’esigenza della “protezione” in una percezione confusa di orwelliana memoria.

Benvenuti nel  simulacro della democrazia.

Un Paese fortemente depotenziato. E' quello che emerge da un'attenta analisi degli ultimi rapporti sul tema lavoro. Le brutte notizie sono iniziate a metà 2014 quando la Commissione europea ha certificato l'allontanamento dell'Italia dagli obbiettivi di Europa 2020. Il motivo? Il peggioramento nel 2013 dei dati sulla disoccupazione (12,2% con quella giovanile al 40%).

A dicembre 2014 il rapporto di monitoraggio sul mercato del lavoro dell’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) ha disegnato più chiaramente l’evoluzione del mercato del lavoro nel nostro Paese:

  • aumento di occupazione temporanea per i giovani;
  • aumento degli under 30 privi di occupazione e fuori da un percorso formativo o di istruzione (i cosiddetti NEET);
  • aumento del fenomeno di job-reallocation della forza lavoro verso profili professionali più bassi, con il conseguente aumento  della quota di occupati che svolgono lavori per i quali è richiesto un titolo di studio inferiore (overeducation);
  • aumento dei lavoratori scoraggiati ovvero di chi potrebbe lavorare ma non ricerca l’occupazione perché crede di non trovarla;
  • diminuzione di intensità di lavoro delle persone occupate intesa come contrazione delle ore mediamente lavorate;
  • aumento dell’incidenza del part time involontario e massiccio utilizzo degli ammortizzatori in deroga;
  • diminuzione della qualità dell’occupazione.

La chiosa: “I risultati riflettono un quadro di grande criticità vista l’attuale fase recessiva, tanto da registrare un balzo indietro di quasi 10 anni dal punto di vista dei tassi di occupazione, per quanto gli ultimi dati sulle comunicazioni obbligatorie forniti dal Ministero del Lavoro presentino alcuni timidi segnali di ripresa.”

Vi chiedevate come l’Italia investe sul capitale umano e sulla capacità innovativa del suo sistema produttivo? Ora avete le risposte!

"La loro smania di subito impiantare nelle province del napoletano quanto piu' si poteva delle istituzioni del Piemonte, senza neppur discettare se fossero o no opportune fece nascere sin dal principio della Dominazione Piemontese il concetto e la voce 'piemontizzare'.

Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi e per lo annullamento delle tariffe (L'unificazione dei dazi aveva costretto le esilissime industrie del napoletano a subire la sfavorevole concorrenza delle imprese del nord/ndr), e per le mal proporzionate riforme (Instaurando cioé una politica colonialista, di solo sfruttamento, non diversamente da quanto avevano fatto Spagna e Inghilterra nei territori conquistati/ndr).

E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni. Non v'é faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A' mercanti di Piemonte dannosi le forniture piu' lucrose: burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso piu' corrotta degli antichi burocratici napoletani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napolitani. A facchini della dogana , a carcerieri, a birri vengono uomini dal piemonte e donne piemontesi si prendono a nutrici dello spizio de' trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo piu' fosse bello e salutevole. Questa é invasione non unione, non annessione! Questo é voler sfruttare la nostra terra siccome terra di conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Peru' e nel Messico, come gli Inglesi nel Bengala.

Bella unificazione é quella di una contrada cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie! E pure questi misfatti perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà, che gli fan vedere come un reggimento costituzionale potesse divenire sinonimo di dispotismo; come all'ombra di un vessillo tricolore facilmente si violasse il domicilio, il segreto delle lettere e la libertà personale si potesse manomettere e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tener prigionieri ed ingiudicati lunga pezza e mandare a morte senza neppur procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto e delazione di qualche scellerato.

I popoli del napoletano, affascinati da meraviglioso ardimento, stanchi di una signoria che contrastava le loro giuste aspirazioni di libertà e di indipendenza italiana accolsero il Garibaldi. Ma fastiditi ben tosto, di lui no, ma degli uomini che per esso reggevano o meglio sgovernavano la pubblica cosa, accettarono il partito di darsi a casa Savoia. Ma oggi aborrenti della tirannide e della rapacità piemontese, ed inorriditi dall'anarchia la quale sotto Garibaldi era alle porte del regno ed oggi vi si é messa dentro e regnavi ferocemente, darebbersi a qualsiasi uomo o dimonio il quale, non il bene di queste contrade promettesse di fare, ma il loro male minore".

 

Marzio Francesco Proto Carafa Pallavicino - duca di Maddaloni (1815 - 1892)

Mozione d'inchiesta del duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa deputato di Casoria

Vedremo quando finirà la pietosa speculazione sui fatti di Parigi; parlo in primis di chi continua a trarne un profitto economico, politico o religioso; non tralascio coloro che vogliono propinarci una realtà fatta di guerre sante, di libertà limitate, di paure.

Un’altra enorme ipocrisia globale che ovviamente non ha disdegnato l’Italia, un Paese che, pur se migliorando rispetto al passato, risulta al 49° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa 2014 redatta dal Reporters without Borders (la Francia è in 39ma posizione).

Un Paese in eterna contraddizione con se stesso, dove in ogni circostanza del semplice vivere quotidiano non si disdegna di applicare la forza per piegare il più debole, si isola chi esprime un parere diverso dalla massa, si denigra chi non si adegua al sistema costruito in loco su prassi, ignoranza, influenza politica e sociale. Con buona pace di ogni criterio del buon senso e del saper vivere civile in una comunità.

Un Paese che, non avendo cultura adeguata, resta schiacciato da quella che diviene la più grande incongruenza della democrazia: il peso dei numeri che fanno maggioranza.

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