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Giovanni Dotti

Visto che nel “piano di lavoro” (il c.d.”jobs act”) che la nuova Segreteria del P.D. sta discutendo tra mille difficoltà, si sta delineando la proposta dell’ASSEGNO UNIVERSALE per tutti coloro che perdono o non hanno un lavoro (rivedendo quindi le norme vigenti per la “Cassa integrazione”), perché non pensare anche ad impegnare in qualche attività lavorativa, sia pure part time, tutte queste persone ?  Perché pagarli senza far niente ? Ci sembra diseducativo ed anche controproducente, per loro e per tutta la società. Perché molti di essi possono cadere in depressione, altri anche praticare qualche lavoretto “in nero”, a prezzi bassi e in concorrenza sleale con altri lavoratori “regolari” (che, si presume, pagano le tasse).

Quanta manodopera lo Stato potrebbe impiegare così, senza eccessive spese e senza nuove assunzioni, in lavori “socialmente utili”: dalla tutela del territorio (riparazione di strade, frane, manutenzione di boschi e foreste, ecc.) alla ristrutturazione del patrimonio edilizio di Scuole ed altri edifici pubblici, dall’assistenza ad anziani, bambini e disabili all’assistenza negli ospedali, ma anche in lavori di tipo amministrativo-burocratico in diversi Uffici pubblici in carenza di personale, ecc. insomma collocando ciascuno nei settori di sua maggiore affinità e competenza.

Mai nel recente passato la disoccupazione ha toccato livelli così alti: oggi i disoccupati, giovani e meno giovani, sono milioni, perciò se è doveroso dare a tutti un benché minimo reddito, lo si dovrebbe erogare a patto che i fruitori facciano qualcosa per lo Stato. Tale reddito dovrebbe perciò essere trasformato da “assegno  di disoccupazione” (che ora come Cassa integrazione è limitato a chi ha perso il lavoro) in ASSEGNO di LAVORO per tutti coloro che comunque non trovano lavoro, impiegandoli in attività utili per tutta la Collettività.  E le Agenzie di collocamento si potrebbero con vantaggio far carico di questa incombenza, senza crearne di nuove.

Varese, 16 gennaio 2014                            Giovanni Dotti - Varese

  Parola che dovrebbe andare a braccetto con DEMOCRAZIA.  Perché un sistema politico che si dice “democratico” non dovrebbe fare a meno della “partecipazione” dei Cittadini, il più possibile allargata.  Che se significa per lo più condivisione delle scelte, spesso può anche aprire il varco a critiche sull’operato dei politici che ci amministrano (aspetto forse da qualcuno temuto), critiche che tuttavia non dovrebbero essere interpretate sempre in senso negativo (o peggio offensivo, quasi come oltraggio personale, come purtroppo oggi spesso avviene) ma anche e sopratutto in senso “positivo”, come suggerimenti, stimoli o correttivi per operare sempre meglio nell’interesse della Collettività.
   In questa funzione “positiva” un importante ruolo, e direi anche un dovere “civico”, hanno i MEZZI D’INFORMAZIONE come Stampa, TV ed altri, specialmente se permettono l’interazione con i fruitori cui sono destinati (cioè con i Cittadini normali), ed in particolare i GIORNALI ON-LINE.  Questi infatti se veramente “indipendenti”, come per lo più si dichiarano, dovrebbero oltre a fornire notizie il più possibile asettiche, cioè non viziate da influenze di parte, anche consentire ai lettori di interloquire coi giornalisti e con quanti vi inviano le loro opinioni mettendo in calce ai vari articoli o “lettere al Direttore” la voce “COMMENTI” (come meritoriamente già fanno alcune testate), o anche proporre “SONDAGGI” su determinate questioni, in modo da innescare un dialogo fruttuoso fra tutti gli interessati ed anche fornire ai Pubblici Amministratori qualche indirizzo per l’azione di governo. (Anche perché molti lettori non prendono l’iniziativa a scrivere una lettera, mentre così verrebbero incentivati a intervenire sui vari argomenti postando un breve commento).  Il che si tradurrebbe oltre che in una maggiore partecipazione popolare, anche in una maggiore diffusione dei giornali stessi con vantaggio per tutti: giornalisti, lettori e anche politici (pur se qualcuno di vecchio stampo le critiche è mal disposto ad accettare).  Migliorando la qualità dell’informazione ed allargando il “dialogo” si migliora il livello culturale della popolazione, e di conseguenza anche della politica e della democrazia.
Varese, 2 gennaio 2014                                          
                                                                    Giovanni Dotti e Martino Pirone

Leggo con interesse la bellissima lettera di Francesca Riccardi (n.110/11) a proposito dello studio della STORIA dell’ARTE nelle Scuole Superiori.  Mi riallaccio ad una mia precedente su questo giornale (n.45/11) in cui sostenevo, in sintonia col prof. Romolo Vitelli, l’utilità dell’insegnamento delle materie “umanistiche” anche nelle scuole ad indirizzo “scientifico”, come le Letterature, l’Arte, la Storia, la Filosofia ed anche  il Latino (almeno nei suoi elementi basilari). Per i motivi già da me espressi e meglio precisati nella lettera della Sig.ra Riccardi, che penso sia un’insegnante, a cui va tutto il mio plauso e la mia piena condivisione. Tanto più che siamo Italiani e dovremmo andar fieri del patrimonio storico-artistico di cui abbonda il nostro Paese, dalla Preistoria ai giorni nostri, purtroppo spesso dimenticato e trascurato, e forse più conosciuto ed apprezzato dagli stranieri che da noi.
  L’ignoranza comporta miseria, la conoscenza ricchezza, spirituale e materiale.   Perché non è vero che con la cultura non si mangia: essa può diventare un formidabile promotore di sviluppo, sopratutto qui da noi in Italia, ad esempio attraverso l’incremento del Turismo, purtroppo in calo in questi ultimi anni nella nostra bella penisola benché tanto ricca di arte e di storia.  E’ mai possibile che i nostri politici non lo capiscano ?  E che alla Cultura, e alla Scuola, continuino sempre a togliere e mai a dare ?
  Gli insegnanti e gli uomini di cultura, quella vera, perché non fanno sentire più forte e più spesso la loro voce? Perché non tempestano i giornali coi loro scritti? Perché non pretendono più spazi in televisione? Perché non si ribellano a questo andazzo schifoso? Immagino perché sono stanchi, sfiduciati, demoralizzati (oltre che malpagati), e si sentono impotenti di fronte alle tante nefandezze impunite di questo paese e agli ignorantoni della malapolitica che pensano solo a far soldi e ci stanno portando alla rovina.  Ma non ci si deve arrendere: per almeno tentare di risalire la china ci vuole più speranza e sopratutto più coraggio, doti che certamente non mancano e che devono ritrovare quelle parti sane ed oneste della società italiana che ora sono umiliate e derise.

Varese, 18 novembre 2013                                        Giovanni Dotti
 

Ha ragione il prof. Vitelli (lettera n.20/11 su Varese News) quando evidenzia la distanza, il divario esistente tra la nostra Scuola (rimasta immutata, da oltre 60 anni, nella sua impalcatura di fondo e nei programmi)  e la società attuale in continuo cambiamento. Ma nel contempo sottolinea e sostiene l’importanza di mantenere una cultura umanistica di base per formare persone, pur preparate nelle diverse materie “tecniche” che la moderna organizzazione sociale richiede, capaci di comprendere la complessità dello spirito umano e la variegata realtà del mondo contemporaneo. Infatti se anche “con la cultura non si mangia”, come ebbe a dire un nostro “acculturato” Ministro, è pur vero che senza cultura e col solo tecnicismo l’uomo diventa solo una macchina per produrre e far soldi, e questo è appunto il limite della nostra civiltà capitalistica, che riduce tutto a produzione, consumo e denaro.
  Pertanto mi chiedo: cosa ha fatto la nostra classe politica dal dopoguerra ad oggi per migliorare e aggiornare la Scuola Italiana? Quasi nulla, ha lasciato andare tutto come prima o peggio di prima, curandosi solo di tagli e quadrature di bilanci. Ma non mi sembra sia entrata “nel merito”, con l’aggiornamento della sua struttura e dei programmi per metterla al passo coi tempi. L’approccio alle “materie classiche” deve essere aggiornato specialmente nei metodi, limitando ad esempio  lo studio delle lingue morte: personalmente abolirei o renderei opzionale il greco antico, mentre manterrei, ma senza pedanterie, il latino e darei più spazio allo studio delle letterature, delle arti, della storia e della filosofia, nonché a materie come psicologia e sociologia con qualche nozione, perché no?, di psicoanalisi. E penserei ad  accorpare i Licei Classico e Scientifico in un Liceo Unico, abolendo l’anacronistica dicotomia ancor oggi esistente, uniformando i programmi in un primo triennio (di taglio prevalentemente “umanistico”) e differenziandoli (con taglio più “tecnologico” e con diversi indirizzi, secondo le preferenze individuali) nel successivo biennio, in modo da dare a tutti, anche a chi opterà per indirizzi scientifici, una preparazione umanistica di base di cui si gioverà per tutta la vita, nell’interesse suo e di tutta la società.  Perché il tecnicismo esasperato inaridisce lo spirito e chiude la mente, escludendo l’uomo dalla comprensione di certi valori e dalla fruizione delle tante bellezze, naturali e spirituali, che il mondo ci offre.
  Mi auguro che possa avvenire presto un ricambio della classe politica con persone nuove, più aperte alla società civile, più preparate e competenti, che possano dar corso ad un dibattito costruttivo anche su questi temi per addivenire ad una Riforma della Scuola italiana che tenga conto delle istanze del mondo giovanile e delle necessità della società contemporanea.


Varese, 7 novembre 2013                                                  Giovanni Dotti

Quando il dott. Passarotti dice cose sensate e non faziose trova la mia piena condivisione.  La sua lettera (n.141/10 su Varese News) denuncia giustamente le eccessive retribuzioni di molti dirigenti (troppi per la verità!) e di molti conduttori e partecipanti a varie trasmissioni della RAI-TV, veramente “strapagati” da parte di un’Azienda di Servizio Pubblico costantemente in perdita (bilanci sempre in rosso, che lo Stato deve poi ripianare) nonostante i cospicui introiti procurati dai canoni d’abbonamento e dalla pubblicità.
  Giustamente ha sollevato la questione l’on. Brunetta nell’intervista da Fazio (nella rubrica “Che tempo che fa”) chiedendo che vengano rese pubbliche le retribuzioni dei dipendenti e dei partecipanti alle varie trasmissioni: una volta tanto la dice giusta anche lui, anche se poteva intervenire già prima.  Io aggiungerei anche lo sperpero di denaro elargito con premi di migliaia di Euro, davvero esagerati e  immeritati (ed eticamente riprovevoli !) ai partecipanti di diverse trasmissioni televisive, per lo più a quiz: nella vicina Svizzera, ben più ricca di noi, i premi sono davvero modesti ma non per questo le trasmissioni sono meno frequentate e seguite dai telespettatori (dovrebbe costituire già una gratificazione la possibilità di parteciparvi, indipendentemente dall’entità delle vincite).
  Ricordo al dott.Passarotti che un tempo la RAI-TV non era così generosa e che da quando è entrato in campo il privato (Mediaset per intenderci) che per accaparrarsi i conduttori e gli attori più in voga e più popolari li  ha strapagati,  ha dovuto essa pure aumentare i loro compensi per stare al passo con la “concorrenza”.  Ricordate il caso di Mike Buongiorno strappato alla RAI da Berlusconi con una retribuzione di molte volte superiore?  O quell’altro di Bonolis ?
  Ben venga quindi una “calmierazione” delle retribuzioni di dirigenti, conduttori, presentatori e gente dello spettacolo, e mi auguro anche dei premi, nella RAI-TV, che come Servizio Pubblico dovrebbe assolutamente tornare ad essere prevalentemente delegata alla informazione e meno al divertimento, e sopratutto attenta al pareggio di bilancio, senza inseguire le TV private cui andrebbero per lo più lasciati certi programmi (costosi e spesso diseducativi !) di intrattenimento e di svago. I proventi del canone e della pubblicità dovrebbero bastare a coprire le spese.
Varese, 15 ottobre 2013                                           Giovanni Dotti

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