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Lucio

Chiunque pensi di discutere della questione giovanile nella società contemporanea, trattandola in un senso troppo generico o superficiale, rischierebbe di essere sterile, vacuo, inefficace, mescolando nel calderone una serie di tematiche diverse come politiche giovanili, forum dei giovani, musica e cultura giovanile, discoteche, tossicodipendenze e devianze giovanili, attività sportive, formazione culturale, alternanza scuola-lavoro, stage professionali ed altre forme subdole di sfruttamento dei giovani e via discorrendo. Alla fine è come non discuterne affatto. Non serve se non si focalizza il tema centrale, che è la precarietà, il concetto-chiave che descrive e riassume la drammatica e crudele situazione di fragilità e ricattabilità vissuta da intere generazioni di giovani. Si tratta di una condizione di servitù a vita, di vulnerabilità cronica e strutturale, di precarietà stabile o permanente (è una sorta di ossimoro), non solo dal punto di vista lavorativo, ma pure a livello socio-affettivo ed esistenziale. Il precariato diffuso è la base che rifornisce l'odierno proletariato, composto quasi esclusivamente dalle giovani generazioni, condannate a un destino di cieca disperazione collettiva, essendo private di ogni diritto e tutela, persino della speranza di riscatto e di emancipazione sociale, almeno nel contesto capitalistico in vigore. Mai come oggi è fin troppo chiaro che la cosiddetta "emergenza giovanile" non è solamente una mera questione generazionale, ma si intreccia e si identifica direttamente con la questione, più complessa e profonda, dell'alienazione economica, dello sfruttamento del pluslavoro, che si esplica tramite una serie di espedienti "tecnici" infidi, di meccanismi che tendono ad inasprire e cronicizzare la condizione della precarietà a vita, in cui oggi è ingabbiato il mondo giovanile. Un fenomeno aggravato ulteriormente dalla spaventosa crisi economica in atto, che denota caratteristiche irreversibili ed investe il capitalismo come sistema globale. A proposito del "che fare", ecco insorgere tutte le difficoltà e le criticità di un movimento (non solo giovanile) incapace ormai di opporsi, di lottare ed articolarsi come classe sociale, come soggetto politicamente organizzato. Intervengono dinamiche ostative e disgregative come, ad esempio, atteggiamenti e tendenze di origine piccolo-borghese: opportunismo ed individualismo sfrenato, morboso e quasi patologico. Temo che illudersi di contrastare o debellare il narcisismo individualista mediante Facebook, equivalga a combattere la mafia assoldando tizi come Riina e Provenzano. Per esperienza diretta ho dedotto che Facebook (ma il discorso è valido per i social-network in generale) è uno strumento diabolico e perverso, congegnato proprio per assecondare, alimentare o istigare il narcisismo, intellettuale ed esteriore, dei singoli individui, con il rischio di esaltare all'estremo le tendenze esibizioniste. Il narcisismo individualista ha arrecato non pochi guai in passato, specie quando lo si è gonfiato oltremisura. A maggior ragione, direi, se il narcisismo si sposa al potere ed al prestigio personale. Gli esempi celebri non mancano nemmeno nella storia del movimento operaio e comunista internazionale. Ne cito uno in particolare: Stalin. La lista dei capi narcisisti e paranoici è abbastanza nutrita ed illuminante. Ne discende il corollario finale secondo cui il narcisismo andrebbe assunto in dosi "modiche", altrimenti rischia di diventare più nocivo e letale della peste bubbonica.

Lucio Garofalo

Con l'alibi della "meritocrazia" in salsa renziana, in Italia, e persino nel mondo della scuola (rimasto a lungo una sorta di "oasi felice"), stanno sdoganando ed istituzionalizzando definitivamente il clientelismo, la corruzione e la mafia. Si pensi solo ad un tizio come Schettino che un paio di anni fa ebbe l'onore di svolgere alla Sapienza addirittura un "master" sul tema (udite udite!): "come gestire il panico". Pare una barzelletta, invece non lo è. Una lezione in un ateneo così prestigioso, tenuta da un soggetto simile sulla gestione del panico, a me suona come un ossimoro, una contraddizione terminologica. Probabilmente, tale caso indica la sintesi più emblematica, il paradigma perfetto, quanto parossistico, di un Paese assai scombinato, che si muove alla rovescia. Un Paese deformato da paradossi di carattere politico, storture economiche ed antinomie sociali e culturali. Un Paese assai irrazionale e controverso, in cui i codardi e i banditi salgono in cattedra per impartire lezioni, i mediocri, gli inetti e gli ottusi governano le istituzioni statali, i mafiosi e i corruttori legiferano in materia di mafia e corruzione, gli evasori fiscali fanno la morale a chi paga le tasse, i farisei predicano male e razzolano persino peggio. Tutto ciò risulta inconcepibile o inammissibile ad un intelletto appena sano e ragionevole, o ad una persona intellettualmente onesta, diversamente da chi è in perfetta malafede o mentalmente distorto. Eppure, vicende così assurde e bizzarre (trattasi di eufemismi) sono diventate la "normalità" nell'Italia "renzusconiana". I lacchè e i "benpensanti", i cani da guardia fautori delle tecnocrazie e delle oligarchie capitalistico-finanziarie al potere, chiamano (cinicamente) "meritocrazia" simili aberrazioni. In tal modo, oltre al danno ci tocca sopportare la classica beffa. Possono farlo liberamente, in quanto detengono quel ruolo ideologico delicato che Gramsci definì "egemonia", che consente di spararle clamorosamente grosse e rimanere impuniti.

Lucio Garofalo

Chi ha tutto l'interesse ad arruolare, addestrare e strumentalizzare i miliziani jihadisti, temo che non insegua affatto delle finalità religiose. Mi riferisco a quei manovratori politici che siedono nelle "alte sfere" del potere che agiscono sul terreno internazionale. L'Isis si insinua dentro i conflitti intestini al mondo islamico, in primis nello scontro secolare tra sunniti e sciiti, per rovesciare i rapporti di forza vigenti nel quadro politico arabo-islamico, in regioni geopolitiche e strategiche assai delicate e determinanti per le sorti del capitalismo, quali il Medio Oriente o il Golfo Persico, non soltanto perché ricche di materie prime e giacimenti petroliferi. Da noi, nelle società secolarizzate occidentali, gli ideali religiosi sono stati soppiantati da altri moventi, che costituiscono dei veri e propri surrogati della dimensione religiosa. Mi viene in mente il tifo calcistico, giusto per indicare un esempio. Altrove, nel mondo musulmano, la spiritualità religiosa esercita ancora una spinta ideale e motivazionale assai forte, nessuno lo mette in dubbio. Ma, come avveniva già in passato nel mondo cristiano, il fattore religioso è di fatto subordinato ad altri interessi che sono di ordine materiale, nella misura in cui la sfera religiosa si pone al servizio di assetti di potere politico-economici che strumentalizzano il fenomeno religioso per auto-riprodursi in modo perpetuo. La chiesa cattolica è un chiaro esempio in tal senso, visto che si tratta di un'istituzione antica, di origine medievale, una struttura piramidale e feudale, che sopravvive da oltre duemila anni. E ciò non accade per un caso fortuito. Il pontefice attualmente in carica, apparentemente gioviale ed estroverso, umile e fuori dagli schemi e dai protocolli tradizionali, è il classico "specchietto per le allodole". La sua funzione è riavvicinare, almeno verbalmente, la chiesa romana a tutti quei popoli che si stavano discostando sempre più dal cattolicesimo, per abbracciare altre fedi religiose o altre cause ideali. Il compito di papa Bergoglio è, per l'appunto, di natura politica ed è un obiettivo di lungo termine perseguito dalla curia vaticana per resistere alla crisi epocale e strutturale che investe il capitalismo e porsi come una sorta di "terza via". È una strategia politica di ampio respiro, che il sacro soglio pontificio ha impostato per evitare di essere travolto da un eventuale crollo del sistema globale imperniato sull'economia di mercato. Potrei sbagliarmi, ma mi pare sia la prospettiva assunta da chi governa oggi la Santa Sede.

Lucio Garofalo

La scioltezza di corpo si sposa alla magnanimità, alla gioia, all’estroversione, alla loquacità del carattere. Non è un caso che Roberto Benigni ai "bei tempi" in cui era un folletto assai irriverente, dedicasse un canto ironico e surreale al "corpo sciolto", intitolato (appunto) "L’inno del corpo sciolto". Chi è sciolto di corpo è sciolto pure di mente e nel linguaggio. Chi evacua l'intestino con facilità e frequenza è una persona gaia e spiritosa, che usa le parole con disinvoltura ed è in grado di afferrare i concetti più sottili e raffinati. A proposito di "corpo sciolto", mi sovviene un ragionamento politico sul "corpo-rativismo". Qualcuno mi ha rimproverato di sposare "battaglie corporative". Se si hanno a cuore i diritti, le tutele e le regole della democrazia collegiale, si sa bene che non si tratta di questioni corporative. È probabile che costui abbia urgente bisogno d’un lassativo, non per svuotare l’intestino, ma per sgomberare la mente da luoghi comuni e pregiudizi che generano stitichezza ed impacciano il pensiero. È assai probabile che si confonda il "corpo-rativismo" con lo "spirito di corpo". Intendo dire che il corpo è stitico ed impacciato, ovvero incapace di "andare di corpo", allo stesso modo in cui lo spirito è stitico ed impacciato, nel senso che è incapace di essere ironico ed arguto. Il corporativismo corrisponde ad un atteggiamento incline a conservare i privilegi esclusivi di una categoria professionale. Mi chiedo: è "corporativismo" anche la lotta di chi vuole salvaguardare la salute fisica e tutelare l’integrità dell'ambiente? Secondo tale logica la vertenza della Val di Susa contro l’alta velocità sarebbe una "battaglia corporativa". Altrettanto corporativi sarebbero gli scioperi degli operai per preservare il posto di lavoro. A me paiono tutte battaglie giuste e sacrosante. Probabilmente, si immagina che il "corporativismo" degli insegnanti sia una tendenza piccolo-borghese, cioè classista ed opportunista, finalizzata alla conservazione dei privilegi di una categoria economica e professionale, vale a dire il "corpo" docente. Al contrario, il "corporativismo" degli operai avrebbe maggior dignità e valore in quanto potrebbe trasformarsi (ma in virtù di quale processo?) nella "lotta di classe". Il corporativismo operaio è equiparabile all’operaismo rivoluzionario, alla lotta di classe contro il capitalismo. Di conseguenza, la lotta di classe sarebbe il risultato di un processo innescato dalle tendenze politico-sindacali operaie. Non mi pare sia così. Riassumendo in breve il pensiero stitico e lo schema di ragionamento non corporativista: corporativismo operaio = lotta di classe; corporativismo degli insegnanti = tendenza egoista e classista in difesa dei privilegi economici di una categoria professionale = opportunismo piccolo-borghese. Complimenti a chi dimostra di non possedere idee chiare e sciolte: poche idee, ma confuse. Suggerirei di assumere un purgante per sciogliere il pensiero dagli impacci mentali che bloccano le capacità di analisi e ragionamento. Non alludo ai metodi purgativi ed alle soluzioni adottate dal regime che per un ventennio ha distribuito "purghe" in Italia, non per sciogliere le menti degli italiani. Concludo affermando che la coscienza di classe si forma attraverso battaglie che in origine sorgono come "corporative", laddove un soggetto inizialmente "corporativista" acquisisce crescenti capacità critiche verso la società. Il balzo di qualità dialettico-politica ed intellettuale avviene nel momento in cui da uno stato di mera "autocoscienza individuale" si evolve verso un livello superiore di "autocoscienza collettiva". Mi accorgo di essere diventato oltremodo complicato, per cui qualcuno potrebbe sentirsi ingolfato nel proprio cervello stitico ed impacciato.  

Lucio Garofalo

Da poche ore sono stati ufficializzati gli esiti della mobilità interprovinciale nella scuola e mi pare che ci sia chi esulta per il trasferimento ottenuto nelle vicinanze di casa propria (avendone tutte le ragioni, ovviamente), attribuendo i meriti al MIUR ed al ministro Giannini, di fatto già santificata. Ciò è un torto, nel senso che è un ragionamento errato e deviante: un diritto non può essere spacciato come un favore elargito arbitrariamente, a discrezione di qualche "santo", per quanto potente esso sia. Insomma, se hai raggiunto finalmente lo scopo della tua vita, la tanto attesa ed agognata stabilità professionale e persino la vicinanza della sede lavorativa, questo risultato non è certo ascrivibile al governo in carica, ma è evidentemente un tuo diritto finalmente riconosciuto e a lungo negato. Nel contempo, ci sarebbe da obiettare che la presunta "stabilità lavorativa" è ormai un miraggio proprio a causa della legge 107/2015, che ha di fatto precarizzato il ruolo docente, inquadrando la categoria nei famigerati Piani Triennali dell'Offerta Formativa, allo scadere dei quali il DS potrebbe anche non confermarti, ovvero dichiararti in stato di esubero o non più funzionale alle esigenze della scuola in cui hai prestato servizio fino ad allora. È a quel punto che si prospetterebbe un'amara destinazione: finire nei famigerati "ambiti territoriali", una sorta di calderoni da cui i presidi e gli Uffici Scolastici andrebbero ad attingere il personale di cui hanno bisogno come se fosse un "mercato delle vacche". A ciò si aggiunga la controversa questione della "premialità" dei "più meritevoli" tra i docenti, in base a meccanismi o a criteri fissati dai "comitati di valutazione", che non tengono affatto in considerazione il valore dell'insegnamento svolto in classe, nella misura in cui esaltano e privilegiano ben altri valori ed altre prerogative, per lo più funzionali alla politica promossa dal preside nella propria scuola. Perché, se non si fosse ancora compreso, è appunto di questo che si tratta: di politica, concepita soprattutto in termini clientelari, ovvero di gestione aziendalista, manageriale, affaristica della scuola, di corruttele, malaffare, favoritismi, assistenzialismi. Altro che efficientismo, meritocrazia ed altre simili baggianate, che sono fiabe per i bimbi. Dunque, che fare? È il quesito che mette in difficoltà o in imbarazzo soprattutto chi è onesto intellettualmente. Potrei cavarmela rispondendo in modo evasivo, senza sciogliere il nodo cruciale posto dal fatidico interrogativo, che è un nervo scoperto. Rispondo sinceramente: non lo so. Se servisse scendere in piazza, manifestare, lottare, credo che converrebbe farlo. So che la famigerata "buona scuola" è in vigore, malgrado gli scioperi e le proteste (vane) del mondo della scuola. I burattinai hanno verificato che la nostra "reazione" non sarebbe durata a lungo e che fosse un fuoco di paglia dei sindacati di categoria. Infatti, le proteste, le polemiche esternate con gli strumenti a nostra disposizione, soprattutto Internet e i social, le assemblee auto-convocate, le manifestazioni di piazza sfidando le forze dell'ordine in assetto antisommossa, tutto ciò non è servito a nulla. Le nostre lotte e le nostre proteste non sono servite ad arrestare gli infami propositi del governo e di chi lo sponsorizza. La legge 107/2015 è ormai una triste realtà con cui occorre fare i conti: la "chiamata diretta dei presidi" è passata sotto spoglie neanche tanto mentite: "chiamata per competenze". Il "merito" è un nome sostitutivo con cui si premieranno i servi e i leccapiedi. Per cui ritengo che convenga restare vigili nei collegi dei docenti, pronti a reagire, magari creando un fronte unito e compatto nel corpo docente. Se possibile. Ed è esattamente questo il principale elemento di criticità e vulnerabilità della categoria docente: l'assenza di coesione interna, di solidarietà corporativa. Nelle alte sfere del potere lo sanno. Come lo sanno i presidi, che su tale punto debole insistono. Sanno che ci possono dividere facilmente, innescando contese miserabili, litigi come quelli tra i capponi di Renzo (o Renzi) nei Promessi Sposi. Basta ventilare premi di pochi spiccioli in più.

Lucio Garofalo

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