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Lucio

Il capitalismo è un ingranaggio economico rovinoso, ma soprattutto è un modello anacronistico ed irrazionale: esso, a causa delle disfunzioni interne, genera periodicamente fenomeni di crisi, i cui effetti devastanti vengono scaricati sistematicamente sulle classi lavoratrici subalterne, che sono scarsamente rappresentate sul terreno politico ed in tal modo si impoveriscono e si indeboliscono ulteriormente. Il capitalismo ha “funzionato” finché è riuscito ad assicurare una condizione di benessere materiale, sia pur relativo, ai ceti medi e ad ampi settori del proletariato occidentale, a discapito ovviamente di miliardi di esseri umani costretti a vivere in uno stato di inedia e di sottosviluppo cronico nei paesi del Terzo mondo, ridotti a sopravvivere con meno di un euro al giorno. Il meccanismo dell’accumulazione e dello sviluppo capitalistico, che aveva garantito un certo tenore di vita consumistico ai popoli occidentali, oggi si è inceppato ed è precipitato in una crisi epocale drammatica che non è solo contingente, bensì sistemica e strutturale, ed è altresì una profonda crisi ideologica che produce, inevitabilmente, una irrimediabile perdita di consensi. Ebbene, la risposta del capitalismo (industriale e finanziario) alle ricorrenti crisi economiche, è sempre brutale ed aggressiva verso il mondo del lavoro. Ricordo che di fronte alla recessione internazionale la risposta della FIAT si è tradotta in una strategia mirata ad una sorta di "terzomondizzazione" del lavoro in Italia, ad una crescente intensificazione dei ritmi e degli orari di lavoro, ad una completa precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, delle retribuzioni salariali, delle condizioni di sicurezza e di vita degli operai italiani. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT ha pianificato il rientro in Italia di una produzione automobilistica che era stata trasferita all'estero negli anni precedenti, malgrado le generose sovvenzioni elargite alla FIAT da parte dello Stato italiano, ingenti somme di denaro pubblico versato dai cittadini e dai contribuenti del nostro paese. Accanto alla FIAT si erano schierati i massimi calibri del governo e della politica italiana, da Bersani e D'Alema al ministro del lavoro Sacconi ed ovviamente la Confindustria. I cui vertici non persero l'occasione di marcare l'operazione con un intenso traccheggio con i partiti e ripetuti insulti della Marcegaglia ai lavoratori. Qualcuno dei pennivendoli più servizievoli della FIAT si spinse financo a tacciare gli operai come ladri. Fu un merito della Fiom e dei Cobas se la resistenza operaia riuscì a contrastare un simile disegno reazionario, indicando una via di lotta in difesa della salute, della dignità e della libertà dei lavoratori e della città di Pomigliano d'Arco, affinché non diventasse la sede di uno stabilimento-penitenziario in cui sperimentare una spaventosa riforma dell'organizzazione del lavoro in Italia. In quella circostanza, la sconfitta della FIAT fu testimoniata dal suo silenzio: Marchionne fece la figura del "quaqquaraqquà" e la FIAT si dovette arrendere di fronte alla determinazione dei lavoratori di Pomigliano che, non accettando ricatti e diktat, non solo fornirono una grande lezione di democrazia, ma offrirono la prova visibile della possibilità di ricostruire in Italia un nuovo movimento operaio.

Lucio Garofalo

Al di là dei volti arcinoti (Di Paolo, Ruggiero e Verderosa, che frequentano da anni la scena amministrativa lionese), la novità più concreta ed interessante è costituita dalle deleghe a tre figure femminili. Ora, al di là della differenza di genere, vedremo se sapranno fare la differenza anche in termini politici ed amministrativi. Ma, come ho già ribadito in altri post, la vera novità potrà emergere solo dal coinvolgimento diretto e collegiale della popolazione. Come? Anzitutto, istituendo una serie di commissioni tecniche che possano coadiuvare i vari assessori nella gestione dei settori più delicati e rilevanti dela vita pubblica lionese come il commercio e le attività produttive, il bilancio, l'urbanistica, la cultura, l'istruzione e via discorrendo. Un vero "sindaco di tutti" dovrebbe incoraggiare, il più possibile, la partecipazione o il coinvolgimento di tutti. Dovrebbe provare ad incentivare, ovvero esortare le risorse migliori, le intelligenze più vive e brillanti, le figure più capaci e competenti che provengono dalla cosiddetta società civile, a contribuire e cooperare in maniera diretta ed effettiva all'amministrazione della comunità, conferendo incarichi esterni, di natura tecnica, a personalità di indubbio valore riconosciuto dalla maggioranza della popolazione nel campo della cultura, dello sport, dell'associazionismo e via discorrendo. Questo sarebbe un approccio o un passaggio già significativo in direzione di un coinvolgimento più esteso e crescente della cittadinanza ai processi politico-decisionali.

Lucio Garofalo

Probabilmente, i nostri conterranei (o compaesani, che dir si voglia) non si sono ancora resi conto (o fingono) che pure le nostre comunità sono diventate classiste e discriminatorie. Quelle che un tempo potevano definirsi "oasi felici", piccoli centri a dimensione umana, oggi sono intrise di arida e cinica indifferenza, di ipocrisia sociale e disuguaglianze di ogni tipo. Lo si comprende osservando soprattutto il "modus operandi" delle scuole di base, laddove sovente si discrimina a scapito dei meno privilegiati,  quelli che non sono i "figli di papà". È fin troppo facile e comodo "disfarsi" dei soggetti più umili e svantaggiati a livello socio-economico e culturale, senza rendersi conto del proprio fallimento come istituzioni e come singoli. Si provi ad infierire contro il figlio di un assessore o di un sindaco, o il pargolo di un medico, di un avvocato o di un insigne professionista. I rampolli delle "buone" famiglie borghesi non li sfiorano affatto. Non gli infliggono manco una nota disciplinare. Alla faccia della osannata "meritocrazia", di cui ministri ed alti funzionari del dicastero dell'Istruzione si riempiono la bocca. Al contrario, è fin troppo facile accanirsi contro chi non può tutelarsi. Una scuola che discrimina scientemente i "casi difficili" è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Lo scriveva don Lorenzo Milani oltre 50 anni fa in "Lettera a una professoressa". Un testo che non è solo di pedagogia, che suggerirei di leggere a quei colleghi e concittadini che ancora non hanno preso coscienza di simili ingiustizie sociali.

Lucio Garofalo

In base ad una persuasione assai diffusa nell'immaginario collettivo, si suppone che in "tenera età" le amicizie siano ancora sincere e disinteressate. In realtà, non è sempre così, nella misura in cui non mancano rare eccezioni. Mi dispiace deludere chi abbia altre opinioni, sfatando una rassicurante rappresentazione, assai incantevole e fiabesca del mondo infantile, derivante da luoghi comuni falsi, comodi e banali, ma la mia esperienza professionale di insegnamento, che mi ha impegnato direttamente sul "campo di battaglia", a stretto contatto con i bambini, mi ha convinto che la natura infantile non è affatto innocente, ovvero disincantata come si tende ingenuamente ad immaginare. Non serve affatto scomodare le note interpretazioni di scuola "genetista" per suffragare un'ipotesi che discende dall'osservazione diretta ed empirica del comportamento infantile. Il DNA non si può smentire, né correggere facilmente. Lo stesso Freud affermò che l'indole di una persona si è già compiutamente plasmata all'età di tre anni. Per cui, se uno è già stronzo (perdonate il termine) in erba, difficilmente diventerà una persona migliore in età adulta. Anzi, temo che possa peggiorare. Specie se dovesse crescere in un pessimo ambiente socio-familiare. Ed il tipo di società (capitalista o come preferite chiamarla) in cui noi viviamo, in cui imperversa un'ideologia che esalta l'egoismo estremo e regna un clima di atroce indifferenza, di alienante ed esacerbata competizione, in cui le relazioni interpersonali sono regredite, non aiuta ad educare un'umanità migliore. Anzi, l'indole umana è costretta ad inferocirsi ulteriormente ("homo homini lupus", sosteneva Thomas Hobbes), per cui l'essere umano è condannato ad un "destino" di crescente abbrutimento etico-spirituale.

Lucio Garofalo

L'aspro conflitto sociale in atto in Francia avrà una rilevanza cruciale per le sorti dell'Europa sociale (un'Europa dei popoli e non dei padroni), per le condizioni di vita dei lavoratori, degli operai, dei pensionati e delle categorie più deboli ed indifese tra i cittadini, per il futuro dei servizi pubblici e dei beni comuni. Soltanto una generale mobilitazione europea, coordinata da coloro che ritengono possibile un mondo non fondato sul profitto privato, sulla mercificazione globale, stringendo un'alleanza tra tutte le forze sindacali, sociali e politiche alternative ed antagoniste allo strapotere del "dio mercato", potrebbe modificare il corso degli eventi futuri. Servirebbe promuovere una manifestazione a livello sovranazionale, in grado di coinvolgere le strutture sindacali, sociali e politiche che si battono contro le ricette rovinose di "fuoriuscita dalla crisi" prescritte delle élites finanziarie che pretendono che la crisi sia pagata dai lavoratoti e non da chi l'ha provocata. Solo così si potrà elevare il livello dello scontro da un piano solo nazionale ad uno internazionale, per impedire il massacro sociale dei popoli europei. Massacro che significa, in termini più semplici: libertà di licenziamento, attacco alla spesa sociale ed ai lavoratori pubblici, e via discorrendo. Contro le ricette neoliberiste volute dalla trojka, occorre rivendicare con forza maggiori tutele a favore dei pensionati, dei precari e dei disoccupati, ma anche la tassazione dei grandi patrimoni e delle operazioni finanziarie. Non bisogna concedere nemmeno un euro, né un posto di lavoro per salvare le banche, i finanzieri ed i padroni. È necessario respingere il feroce attacco al diritto di sciopero, ai diritti sindacali e dei lavoratori, ai contratti collettivi, alle pensioni, ai beni comuni. Occorre uno schieramento massiccio al fianco dei lavoratori francesi che lottano non solo per i propri diritti, bensì per quelli di tutti gli europei.

Lucio Garofalo

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