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Lucio

La logica prevalente nelle dinamiche e nei comportamenti della vita politica, logica che spiega orientamenti ed azioni personali, è assai utilitaristica e si può riassumere come segue: "è meglio un pessimo accordo che una sconfitta sicura". Io non condivido assolutamente tale logica, ma è quella che seguono in tanti, pur di non perdere la poltrona. In queste amministrative il clima è assai infervorato (ed avvelenato) come sovente accade in una campagna elettorale. Non è affatto la prima volta. Per quanto mi riguarda, preferisco non ascoltare mai le voci o le 'ndrecchiole paesane per screditare i singoli candidati. Così facendo si cade "fatalmente" nella trappola del qualunquismo. È "normale" che ciascuno accusi l'altro. Si pensi al caso Conad a Lioni, laddove ciascuna lista ha lanciato accuse verso la lista avversaria. Ed è esattamente il tipo di "gioco" (scivolare sul terreno delle accuse personali) che bisogna evitare per poter elaborare una visione più lucida ed obiettiva della situazione. Altrimenti si fa esattamente il loro gioco e si rischia di farsi intrappolare in polemiche di segno generico e qualunquista, che non portano da nessuna parte, anzi conducono al tramonto della politica. Come già avviene da tempo. Io mi sforzo ancora di ragionare in termini politici, evitando questioni di tipo personale. In una competizione si vince e si perde. Chi perde deve svolgere opposizione. In un sistema effettivamente democratico, chi perde un'elezione ha il diritto ed il dovere di esercitare il ruolo (vitale) dell'opposizione, senza cui non può esserci trasparenza nelle decisioni amministrative, che è la condizione preliminare del funzionamento di una democrazia a livello municipale. Più che elezioni amministrative, quelle in corso mi sembrano "selezioni", nel senso che il clima è a dir poco infuocato e rovente.  A Lioni la posta in gioco è assai importante anche per il destino dell'intera Alta Irpinia, nel senso che il patto #Cirietta (l'accordo siglato tra De Mita e D'Amelio prima delle elezioni) è un accordo di potere e di affari: fondi legati al progetto pilota Alta Irpinia, petrolizzazione delle aree interne e via discorrendo. È, dunque, un disegno politico che investe l'intero territorio irpino. Non a caso, in diversi Comuni irpini è presente solo una lista targata UDC (o UDC-PD) con una lista civetta in campo. Questo serve a far capire il livello di scarsa democrazia raggiunto in questa tornata elettorale, mai visto prima. Io sto lanciando l'allarme rispetto al pericolo rappresentato dal disegno politico che ormai abbiamo denominato #Cirietta, ma nemmeno i compagni sembrano afferrare la gravità di un processo che non concede possibilità alternative. Dovremmo essere noi comunisti ad attivare un progetto alternativo ed antagonista al "pensiero unico" demitiano. Eppure, a me sembra di parlare al vento. La gente comune è ormai succube, ma noi comunisti non possiamo permetterci di subire simili operazioni di potere architettate, ancora una volta, sulla pelle delle popolazioni locali senza opporre alcun tipo di dissenso. A Lioni sono scesi in campo due schieramenti. Uno è, appunto, #Cirietta, una lista sostenuta dal patto di ferro tra UDC e PD, con un candidato a sindaco che sarà praticamente un "ostaggio" del grande G. e lady D. L'altra lista fa capo a Rodolfo Salzarulo, il sindaco uscente, inviso sia a De Mita che a D'Amelio. In questa campagna elettorale, Rodolfo Salzarulo (anche lui dovette scendere a patti con De Mita per fare il sindaco nel 2006), un vecchio combattente, ha disseppellito l'ascia di guerra ed ha rispolverato le sue doti oratorie da "tribuno del popolo". Non a caso, in gioventù egli ha militato in formazioni di Lotta Continua e Democrazia Proletaria.

Lucio Garofalo

A costo di annoiare, vorrei aggiungere ulteriori riflessioni sul caso #Cirietta. Stiamo attraversando una fase storica assai delicata, a livello internazionale, nazionale, ma anche sul versante politico locale. L'accordo De Mita-D'Amelio (ribattezzato sarcasticamente #Cirietta) ne fornisce la prova, nel senso che è l'ennesimo patto di potere stipulato sulla testa delle popolazioni irpine, anzitutto per accaparrarsi i finanziamenti destinati ai Comuni che fanno capo al Progetto Pilota Alta Irpinia, di cui è presidente il grande G. È un bel boccone, in tempi di ristrettezze di bilanci. Non c'è solo questo in palio. C'è ben altro. In gioco ci sono affari ed interessi di portata più vasta, come quelli legati alla petrolizzazione delle aree interne, un bacino da sfruttare per le multinazionali del greggio, il più vasto in Europa, se non erro. C'è un disegno politico su scala nazionale, che mira al rientro del grande G. nel PD di Renzi grazie al "piede d'appoggio" offerto da lady D. (l'accordo #Cirietta serve anche a tale scopo). In Irpinia c'è chi si dichiara a favore del territorio e, nel contempo, ambiguamente opera per le trivellazioni petrolifere. Suona come un ossimoro, ma la loro posizione è la seguente: lo sfruttamento di giacimenti petroliferi servirebbe a "valorizzare" il nostro territorio, ossia a creare valore economico, dunque profitti. Un territorio a lungo trascurato ed escluso dai processi di sviluppo, cioè sfruttamento capitalistico. Al di là del fatto che la nozione di "sviluppo" che si ostinano a rivendicare in una fase recessiva, è fin troppo debole e tradisce una visione discutibile dell'economia, un equivoco che confonde lo sviluppo con il progresso, mi preme proporre una riflessione sul verbo "valorizzare", fin troppo abusato. Valorizzare significa creare valore. La nozione di valore, in termini economici, equivale al concetto di ricchezza, o capitale. Per cui valorizzare significa reperire denaro, flussi di capitali. In altri termini, arraffare soldi pubblici. Per distribuirli ai privati, quindi ai detentori del capitale monopolistico (pubblico e privato). Nella fattispecie, si tratta delle multinazionali petrolifere. In Alta Irpinia si "valorizza" da oltre trent'anni ed il petrolio può diventare l'ennesima "manna dal cielo" per i soliti affaristi senza scrupoli. L'occasione è ghiotta e non è da sprecare per i "pescecani" di casa nostra ed i famelici squali provenienti da fuori. Per tali ragioni, servirebbe ragionare su simili tematiche, elaborando ipotesi sul da farsi, sul "che fare". Per combattere le "vecchie volpi", ciarlatani che ancora discutono di presunte "valorizzazioni del territorio", ma in realtà hanno in mente solo il proprio utile economico e politico e fanno il gioco dei soliti potentati locali. E multinazionali. La posta in palio è fin troppo seria e grossa. Sono in pochi ad averne preso coscienza. Occorre un ragionamento lucido ed onesto sui rapporti di potere in atto, a partire da quanto si va delineando in queste elezioni amministrative in Alta Irpinia. Il caso lionese è insieme decisivo e simbolico. Non a caso, a Lioni più che altrove, il clima elettorale è alquanto avvelenato ed infuocato. Il patto #Cirietta sembra non avere opposizione, tranne in chi si è riscoperto un agguerrito e ringiovanito "tribuno del popolo" in questa campagna elettorale. È urgente promuovere un movimento di opposizione al disegno di potere demitiano-bassoliniano che si somma ad un altro patto tra potenti, ossia quello siglato in Campania fra Renzi e De Luca. E non è di poco conto.

Lucio Garofalo

Negli ultimi dieci anni (in realtà, da sempre) ho preso nettamente le distanze da chiunque inseguisse ambizioni politiche personali, "vendendo l'anima" al notabile politico di turno. Non si è "salvato" manco chi, pur di fare il sindaco, è sceso a patti con il grande G. e si è recato "in pellegrinaggio" presso la sua villa a ricevere la sua "benedizione", rivelatasi una specie di "maledizione". Dieci anni or sono venne siglato il patto "SalzaCirio" (sembra una sottomarca di pomodori). Ma dieci anni fa il sottoscritto non era schierato con SalzaCirio. Lo erano altri. Gli stessi che oggi sono collocati altrove, sul carro del probabile vincitore. Nel momento storico che viviamo, per le comunità irpine, temo che #Cirietta non fornisca la risposta giusta ai problemi che affliggono il nostro territorio. Anzi, temo che il modello #Cirietta incarni il "male peggiore" (preferirei adoperare un termine più laico, poiché la definizione di "male" contiene implicazioni religiose). Non mi riferisco solo al contesto specifico di Lioni, la cui comunità risente delle criticità e delle contraddizioni generate dalle ultime esperienze amministrative. Mi sforzo di ampliare lo sguardo all'orizzonte dell'Alta Irpinia ed osservo, con enorme rammarico, che il modello #Cirietta (laddove lady D. è subalterna al grande G., né potrebbe essere altrimenti) non giova al nostro territorio, anzitutto perché non favorisce, né facilita l'agibilità democratica (orrendo termine, ma concedetemi la "licenza") e lo sviluppo civile, non solo economico, delle nostre zone. Il demitismo non si è rivelato affatto un "buon affare" per le popolazioni locali, in fasi storiche assai più propizie per le enormi opportunità di sviluppo che si sono offerte; figurarsi oggi, in una fase di crisi e di stagnazione economica e politica. Basterebbe verificare le liste presentate in numerosi comuni limitrofi, targate in prevalenza UDC, o esclusivamente UDC. A Torella è, di fatto, presente soltanto uno schieramento, mentre altrove si nota che la compagine elettorale dominante è di matrice demitiana senza alcuna forza alternativa. Trent'anni fa si avvertiva quantomeno la presenza di un'ipotesi politica alternativa, mentre oggi imperversa il "pensiero unico" demitiano. Tale elemento preoccupa non poco, inquieta più dell'ultimo decennio trascorso a Lioni sotto l'insegna del Massimo Esperto. Il quale rende assai più in veste di "tribuno del popolo", anziché nei panni istituzionali, poiché conosce bene (avendolo esercitato per anni) il mestiere dell'opposizione, che è il suo vero "habitat naturale". E temo che, nei prossimi anni, ci sarà bisogno di qualcuno in grado di svolgere un simile ruolo. Ma, ci si domanda, che cos'è #Cirietta? È un mostruoso ibrido partorito da un accordo pre-elettorale siglato tra PD e UDC (laddove, ripeto, lady D. non può che essere subalterna al grande G., senza offesa per lady D.). È la sintesi peggiore tra demitismo e bassolinismo. È un'intesa che ha condotto alla presentazione di liste "vincenti" in diversi comuni dell'Alta Irpinia. Liste con il timbro dell'UDC o con la componente UDC maggioritaria ed egemone. È un'operazione palesemente di potere, condotta su vasta scala in Alta Irpinia (e dintorni). È un patto stipulato sulla testa degli abitanti, in vista della gestione dei fondi legati al progetto pilota Alta Irpinia, di cui il sindaco di Nusco (alias "Uomo del monte") è il presidente, ossia l'asso pigliatutto. È una vicenda che ripropone un copione noto in Irpinia da oltre trent'anni. Un copione clientelare che non ha mai giovato alle genti irpine, tranne i soliti "amici degli amici". Il clima di qualunquismo è alimentato soprattutto da tali comportamenti sleali, disonesti e prevaricatori, del tutto inaccettabili.

Lucio Garofalo

Parto da una mia impressione soggettiva. Una comunità che non riesce a sviluppare una normale dialettica democratica, in nessun luogo o piazza, reale o virtuale, temo sia avvilente. Nelle sedi più istituzionali i processi sono molto convenzionali e standardizzati, ma la libertà del  confronto pluralista dovrebbe svolgersi altrove, invece si censurano persino i post su Facebook. Tutto ciò è assai triste. Temo che chiunque preferisca la censura commette solo un errore in termini di immagine e strategia propagandistica. La verità è che, ormai, la partecipazione ad iniziative pubbliche locali è talmente circoscritta ad una cerchia minoritaria composta da tecnici, affaristi, faccendieri e traffichini, da rasentare percentuali prossime allo zero virgola uno per cento. A malapena vi prendono parte i soliti mestieranti, quei politicanti da strapazzo che si sono avidamente impossessati della "cosa pubblica" rendendola "cosa nostra". La gente è altrove, nei centri commerciali, non per fare la spesa, visto l'impoverimento generale del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni. È sconfortante assistere alla "nobile arte" della Politica, che dovrebbe promuovere la più elevata forma di socialità e di aggregazione democratica nella Polis, ridotta ad un miserabile esercizio esclusivo per gli "addetti ai lavori": furbetti, professionisti corrotti, carrieristi, arrivisti, opportunisti che fanno i loro comodi in maniera rivoltante, amplificando il sentimento di disaffezione e nausea che la società civile nutre verso un'oscena privatizzazione affaristica della vita pubblica. Personalmente, nutro un'avversione profonda verso ogni forma di settarismo e di ottuso integralismo, verso gli impostori che all'inizio predicano bene (taluni male), ma alla prima occasione tentatrice razzolano peggio di coloro contro cui avevano inveito o lanciato anatemi. Ciò non deve impedire di prendere atto di un sistema talmente marcio che non so se sia possibile non "gettare via il bambino con l'acqua sporca". Intendo dire che il sistema, così com'è, non è emendabile, ma va abolito in toto. È un cancro da estirpare alla radice, altrimenti si corre il rischio di far rigenerare la metastasi. Come è accaduto dopo Tangentopoli: in pratica, si è innescato un meccanismo di "selezione naturale" del ceto politico dirigente (o, meglio, "digerente") in base al quale emergono o prevalgono gli esemplari più corrotti, cinici e spregiudicati. Si persegue una nozione contorta e meschina della "coerenza", piegata a logiche utilitariste di convenienza personale. Si fiuta dove soffia il vento e si sale sul "carro del vincitore". Dopo oltre trent'anni, l'Irpinia si trova ancora esposta ai ricatti e ai giochi di potere di un vecchio dinosauro (non ancora estinto) della politica come il grande G. È vero che trattasi di consultazioni amministrative, ma è altrettanto vero che sono almeno trent'anni che le candidature alla carica di sindaco o di consigliere, in molti Comuni irpini, vengono decise a tavolino dall'Uomo del monte. È un dato storicamente noto ed acclarato. O vogliamo negare l'evidenza più elementare? Sarebbe un'offesa alla nostra intelligenza. Sarebbe il tempo che i cittadini prendano finalmente coscienza del pericolo che incombe sulle loro teste. È pur vero che, dopo oltre trent'anni di demitismo, nulla più ci spaventa, ma ora si rischia di oltrepassare quella soglia politicamente tollerabile. Occorre ripartire dal dato politico che è sotto gli occhi di tutti. Non ci si può arrendere od immolare ad un sentimento di paralisi, di impotenza o rassegnazione fatalista (e qualunquista). I cittadini, sdegnati dai loro osceni rappresentanti, reagiscono con crescente disaffezione alla politica. Il risultato è che la politica diventa un esercizio riservato esclusivamente agli individui più mediocri, disonesti ed opportunisti, selezionando una sorta di oligarchia corrotta e facilmente corruttibile da parte dei centri di potere esenti da ogni controllo esercitato dal basso. Lo stato di marciume della politica (a livello locale e nazionale) è tale che ormai non appare più come un'esperienza aperta a tutti i cittadini, bensì come un affare privato gestito da comitati ristretti. Tale situazione genera atteggiamenti di indifferenza ed apatia tra i cittadini verso le vicende politiche, recepite come estranee al "bene collettivo", mentre il governo della Polis è subordinato agli interessi di pochi. Ma la Politica, ricondotta all'antica etimologia del termine, la voce greca "Polis" (città), dovrebbe costituire uno strumento di aggregazione e partecipazione corale, un mezzo per intervenire sulle decisioni che investono l'intera collettività, una modalità raffinata di socializzazione tra gli individui, la più nobile ed elevata forma di socialità concessa ai cittadini. Purtroppo, il "dover essere" (l'ideale) della politica non coincide affatto con il suo "essere" (la realtà). Possiamo constatarlo, ogni giorno, nelle dinamiche politiche "normali" a livello locale e nazionale.

Lucio Garofalo

Vi propongo una riflessione pragmatica alla luce dei test INVALSI somministrati quest'anno nelle classi seconde della scuola primaria. Non è una critica ideologica, astratta o aprioristica, frutto di una presa di posizione "pregiudiziale", bensì una serie di osservazioni empiriche, basate sull'esperienza concreta dei test INVALSI che ho avuto modo di constatare di persona. Parto da un punto: la prova di matematica mi è parsa più facile di quella di italiano. La prova di italiano per la seconda elementare prevedeva di leggere e capire ben 17 pagine. Come può un bambino di sette anni, riuscire a leggere e comprendere addirittura 17 pagine in pochi minuti? Temo che ciò costituisca una mancanza di rispetto verso la loro età e i loro tempi di attenzione. Temo che chi prepari i test INVALSI non abbia la minima conoscenza di cosa sia e di cosa sappia fare un bambino di sette anni. L'impressione, più che fondata, è che i presunti (o sedicenti) esperti dell'INVALSI non sappiano minimamente cosa sia insegnare e dubito che abbiano mai insegnato in classe. Oltretutto, sono convinto che essi stiano alzando gradualmente, anno dopo anno, l'asticella delle difficoltà proposte (e celate) nei test. A quale scopo non è ancora chiaro. Inoltre, per curiosità mi sono procurato un fascicolo della prova di matematica relativa alle classi seconde. Svolgendo la prova con calma, senza l'assillo del tempo e senza l'ansia da prestazione che, inevitabilmente, assale i bambini di questa età (ricordo che hanno all'incirca sette anni, un'età in cui gli alunni non hanno ancora acquisito determinate capacità di analisi e di astrazione logica, per cui hanno bisogno di ricorrere alla rappresentazione grafica ed alla manipolazione concreta), ho impiegato non meno di venti minuti. Ripeto, senza la pressione psicologica del tempo e senza l'ansia derivante dall'esito della prestazione. Fattori che condizionano soprattutto i bambini più fragili ed insicuri sul piano emotivo. Ora, tenete presente che il limite imposto per ultimare e consegnare la prova era solo di 45 minuti. Meno di un'ora! Tenete presente che gli alunni, per quanto allenati attraverso una serie di esercitazioni, a questa tenera età (ripeto, sette anni, anche meno nel caso dei cosiddetti "anticipatari"), è assai improbabile che siano in grado di gestire in modo razionale il fattore "tempo". E ciò costituisce un aspetto decisivo al fine di una corretta esecuzione dei test INVALSI. In sostanza, non mancano i motivi validi per dubitare dell'attendibilità e della serietà scientifica di tali test.

Lucio Garofalo

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