Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog Powered By GSpeech
Login

Lucio

Ieri sera, presso la multisala di Mirabella Eclano ho seguito con curiosità la proiezione del film "Irpinia, mon amour", per la regia di Federico Di Cicilia, alla sua terza opera filmica, credo. Al termine del film si è svolto un dibattito con il regista: erano anni che non intervenivo in un cineforum e questo rappresenta già un elemento positivo. L'autore, originario di Villamaina, ha girato una sorta di focus sull'Irpinia. La pellicola ha l'indubbio merito di indurre gli spettatori a riflettere, a prendere consapevolezza della realtà che li circonda. Di questi tempi non è affatto poco. Senza esagerare, il film riesce a scuotere le menti intorpidite, le coscienze assopite, lasciando perplessi, generando un miscuglio di sensazioni, stati d'animo e pensieri controversi. L'effetto emotivo è intenso. È un film di denuncia politico-esistenziale? Non solo. È una sorta di docufilm, di dossier o inchiesta cinematografica su un territorio devastato, ma che si può estendere anche ad altre periferie o altri Sud del mondo. La rappresentazione è a tratti ironica, grottesca e surreale, a tratti cruda e persino "paranoica", ma in ogni caso è efficace. La colonna sonora dei Jambassa ed altri musicisti irpini si impone ad infondere un'atmosfera paranoica e delirante. Come, d'altronde, è l'Irpinia post-sismica. Puntuale è l'accostamento tra il sisma del 1980 e la guerra in Afghanistan, con scenari spettrali e desolanti, le violenze provocate su entrambi i fronti. Le vicende dei vari protagonisti, narrate secondo una struttura ad episodi, si intrecciano in una trama il cui denominatore comune è la noia o paranoia esistenziale. Per vincere la quale si inventano qualsiasi espediente: dalla militanza politica al rapimento di X, al suicidio in diretta streaming e via discorrendo. Con un sottofondo amaro di riferimenti espliciti (non casuali, bensì intenzionali) alla realtà, al macabro primato dei suicidi detenuto dall'Irpinia sul versante nazionale. I personaggi che si muovono in un contesto sociale desertificato, circondato da paesaggi naturalistici spettacolari (da apprezzare le immagini fotografiche di alcuni luoghi irpini), sono interpretati da attori non professionisti, provenienti dalla strada e dalla vita reale, recitando sé stessi, secondo la tradizione del cinema neorealista italiano. Ma non è un film neorealista in senso classico. È un coacervo di contaminazioni, di influenze varie e molteplici, di citazioni e richiami cinematografici. Ed ai cinefili provvisti di una minima cultura storico-cinematografica non sfuggono tali riferimenti. È facile coglierli sin dall'inizio, già nel titolo, ispirato ad Hiroshima mon amour. Citando poi l'Armata Brancaleone nella scena esilarante (parodiata e paranoica) di Don Chisciotte e Sancho Panza contro le pale eoliche. Ed i Soliti Ignoti di Mario Monicelli. Fino ad Ovosodo di Paolo Virzì, con immagini di repertorio delle mobilitazioni del 2003 contro la guerra in Iraq. Forse sono ravvisabili pure richiami stilistici ad Ecce Bombo di Nanni Moretti. E via discorrendo. Un prodotto indipendente come questo film, senza fini commerciali, non può avere la pretesa di racchiudere troppi contenuti estetici o sociali, ed ancor meno di suggerire ipotesi di soluzione dei problemi sollevati. Proposte che spetterebbero alle autorità competenti, ovvero alla sfera politico-amministrativa, ma non vengono elaborate, né applicate da chi dovrebbe. A riprova della grave latitanza degli enti pubblici locali, dell'indifferenza e dell'apatia, dell'impotenza delle istituzioni e delle amministrazioni di fronte ai drammi della precarietà e della disoccupazione giovanile, della nuova emigrazione, del triste record dei suicidi detenuto dalla nostra provincia, del crescente spopolamento e dell'invecchiamento delle popolazioni locali, dello spaesamento, ossia dello svuotamento di senso e di valore esistenziale che si avverte in comunità che un tempo potevano vantare un tessuto di reciproca solidarietà interpersonale ed una società a misura d'uomo. Ma il dramma più profondo, allarmante, è precisamente la perdita di peso incisivo della politica, l'assenza delle istituzioni pubbliche, rinchiuse in un teatrino sempre più autoreferenziale, la loro distanza siderale dai bisogni concreti del territorio e delle popolazioni che lo abitano. Probabilmente, corro un po' troppo e rischio di valicare le intenzioni del regista stesso.

Lucio Garofalo

Nessuno si illudeva, credo, di cambiare radicalmente lo stato delle cose presenti con un Sì espresso in cabina elettorale.

Era un quesito referendario sul rinnovo delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia marine. Le multinazionali degli idrocarburi avrebbero continuato a spadroneggiare ugualmente, forse con un po' di certezze ed arroganza in meno.

Il capitalismo è un sistema economico di stampo ottocentesco dipendente dai combustibili fossili e solo una drastica rivoluzione potrebbe invertirne la rotta.

Il discorso è assai complesso e non si esaurisce con un articolo che leggono in pochi. Piuttosto, servirebbe ragionare sul perché il referendum di ieri sia fallito.

Ieri sera ho ascoltato in TV Renzi auto-celebrarsi per l'esito del referendum, senza ammettere che l'astensionismo non era un merito ascrivibile alla sua persona, anzi. In Italia, nelle ultime tornate elettorali, incluse le consultazioni amministrative, laddove la gente viene addirittura deportata ai seggi, si registra un tasso di astensione cronica che si aggira attorno al 40%. Per cui si deduce che lo scarto di un 25% (al massimo) si potrebbe accreditare al fronte del No.

Insomma, è una minoranza esigua. Eppure, il premier abusivo ha cantato vittoria per lo scampato pericolo. E così hanno esultato i suoi amici petrolieri.

Non c'è dubbio che pure la formula referendaria era assai limitata. Il tema era distante dalla gente (almeno così è apparso). È stata giocata la carta (temo vincente) dei posti di lavoro a rischio.

E via discorrendo. In sostanza, era un referendum amputato, cioè reso sterile.

Da oggi bisognerebbe incalzare sul serio il governo Renzi sulle questioni del lavoro e della precarietà, visti gli sproloqui a difesa dei posti di lavoro.

Invece, lo si asseconda sul suo terreno.

Lucio Garofalo

Un dato ricorrente nelle crisi che investono periodicamente il capitalismo sono le oscillazioni della pubblica opinione alla ricerca di una soluzione.

In simili temperie gli agitatori reazionari hanno sempre avuto buon gioco nell’indicare un capro espiatorio, un colpevole contro il quale dirigere la rabbia di massa, siano ebrei, comunisti o altro, ma alla fine la violenza per soddisfare il disagio delle masse si ritorce sempre contro loro stesse.

Accadde alla piccola borghesia italiana del secolo scorso, mobilitata dal fascismo contro il movimento operaio e poi strangolata nelle tenaglie dello stato militarizzato. Non accadde nella Germania nazista solo perché, grazie agli espropri degli ebrei e nei paesi occupati, Hitler promosse una politica di "socialismo nazionale" di impronta autoritaria e paternalista che assegnò una quota di benessere, benché insanguinato, alle classi sociali subalterne.

Sono scenari che non trovano riscontro nell’attualità per il semplice fatto che non è più disponibile uno strato sociale a sostegno di regimi autoritari e ciò rende effimera ed insostenibile l’eventualità di un fascismo organico.

Tuttavia, ciò non esclude la possibilità di regimi imposti con metodi fascisti, ma si è dimostrato che essi non reggono per più di qualche anno al potere.

Nella crisi presente, che è strutturale e globale, che pone in discussione i meccanismi stessi di accumulazione capitalista, il futuro del mondo, crisi non risolvibile se non con il superamento del capitalismo stesso, a parte alcuni fenomeni marginali come gli stati residui del cosiddetto "capitalismo di stato" (Cina, Corea, ecc.), il segno non è una ricomposizione del mondo sotto il capitale, da imporre manu militari, bensì lo sgretolamento dei paraventi "democratici" con cui le borghesie nazionali si sono legittimate.

La legittimità del potere statuale borghese viene meno non solo per il fatto che la borghesia non è più riconosciuta come "classe nazionale" alla guida di un determinato paese, come motore della produzione dei beni e del funzionamento dello stato, non è più riconosciuta come forza sociale che è depositaria di una cultura nazionale e di un comune sentire di un popolo.

La legittimità scompare principalmente in forza della sua incapacità di produrre un nuovo progresso e perché il suo dominio, attuato tramite meccanismi finanziari ormai globalizzati, è recepito come causa della crisi.

Per tali ragioni, le principali rivolte popolari (rivolte, non rivoluzioni) degli ultimi anni presentano un segno unidirezionale, cioè un indirizzo populista, nel senso che tentano di dislocare quote di potere, sovranità e diritti nella nozione stessa di "popolo". La democrazia, in sostanza, è uscita dal formalismo istituzionale e rappresentativo e viene ormai interpretata come "diritto a decidere" tutti gli aspetti della vita associata e come tentativo di smontare pezzi del potere statuale considerati nefasti ed oppressivi.

L'attuale crisi economica si traduce in crisi politica e la politica non riesce più a mascherare la natura reale del potere, non presunto o fittizio, il potere dell’alta finanza internazionale che decide, di fatto, il contenuto e la qualità dell’esistenza dei popoli e il destino di intere nazioni ed interi continenti.

Ed è a questo punto che il conflitto che oppone, non più solo capitale e lavoro salariato, bensì capitale ed umanità, assume connotazioni di classe, dove la classe in questione è una massa proletarizzata nella quale sono state assorbite tutte le entità sociali che un tempo erano interposte tra il proletariato e la borghesia. La gravità della crisi odierna sembra riportare la lotta politica a lotta per l’esistenza, ossia a mera lotta per la sopravvivenza.

Spinto verso una miseria insopportabile, il proletariato cerca vie d’uscita affidandosi ad illusioni elettoralistiche, talvolta a suggestioni giustizialiste, talvolta a proteste parziali su specifici problemi, senza dare vita e corpo ad una protesta che apra sbocchi nuovi. Gli mancano ancora tre elementi:

1) la chiara consapevolezza del suo essere classe (la coscienza di classe);

2) la coordinazione unitaria degli sforzi (l'unità di tutto il proletariato);

3) la convinzione di poter fare a meno e meglio dello stato esistente.

Mancano poiché le attuali condizioni di esistenza del proletariato sono frantumate e la sua unificazione può avvenire solo tramite un processo politico ragionato. Inoltre, le passate esperienze di "socialismo reale" gli descrivono un mondo peggiore dell'esistente. La borghesia che ha fallito non morirà per esaurimento proprio: questo è il punto focale della storia presente, per cui occorre spingere la borghesia capitalista fuori dalla scena del mondo per aprire finalmente nuove prospettive di progresso umano.

Ed è a questo punto che diviene indispensabile un’ipotesi di comunismo.

Lucio Garofalo

Da vari anni, ormai, gli Stati nazionali sono costretti a svolgere l’ingrato compito di esattori per conto del capitalismo finanziario internazionale. In questo “ingrato compito”, Equitalia costituisce uno strumento di estorsione legalizzata, che opera una violenza amministrativa organizzata, con interventi di ricatto e terrorismo esattoriale. È la mano armata dell’esattore statale che agisce per conto del capitale finanziario internazionale, strutturata come un vero e proprio cappio da “cravattari” (in romanesco, strozzini).

Presso il popolo ebraico esisteva un istituto, il Giubileo (o “anno giubilare”), il quale ogni quarantanove anni rimetteva e cancellava i debiti, liberava coloro che si erano dati schiavi per debiti o erano incarcerati per debiti. Il Corano proibisce di prestare danaro ad interesse, perciò in Pakistan esiste soltanto la Banca di Stato per l’emissione di moneta. Qualche sedicente “liberal”, in passato, sosteneva che le tasse erano una forma di giustizia  sociale e Padoa Schioppa affermava che le tasse sono addirittura belle.

La verità è che il meccanismo di esazione delle tasse e dei debiti è oggi il vero atto d’imperio dello Stato moderno sulle persone. Oltre simili metodi c’è solo il saccheggio selvaggio e devastante tipo Lanzichenecchi. Nel dramma “Cesare e Cleopatra”, George Bernard Shaw fa dire a Giulio Cesare che la vera occupazione dei conquistatori è la riscossione delle tasse e si sa come i Romani le riscuotessero manu militari, ovvero tramite la forza delle armi.

Ma Equitalia ha altresì la funzione di occultare il vero beneficiario delle sue malvagie procedure, come lo è il compito della politica.

Tuttavia, esiste un’arma della quale i popoli possono disporre, un’arma assai più potente delle armi stesse, un’arma mediante la quale, ad esempio, il Mahatma Gandhi cacciò l’esercito britannico dall’India, vale a dire lo sciopero fiscale. È pur vero che oggi le ritenute alla fonte rendono estremamente complicato lo sciopero fiscale ed è altrettanto vero che esso ha possibilità di successo solo se coinvolge masse enormi di persone, ma bisogna tener conto della velocità di espansione di una simile protesta nelle condizioni di stress finanziario prodotto dalla crisi che si combina con lo sdegno per le ingiustizie patite e le minacce dell’esattore.

Per la serie: io pago, come diceva Antonio De Curtis, in arte Totò.

Dopo Marx e Lenin, oggi servirebbe un'analisi seria ed aggiornata sull’origine imperialista del debito pubblico negli Stati capitalistici moderni. Non è un caso che il debito pubblico degli USA sia il più elevato del pianeta, anzitutto per finanziare le numerose guerre “preventive” sparse in giro in tutto il mondo dalle truppe yankee.

Anche il debito pubblico italiano è sempre stato assai elevato, con la differenza che in passato era detenuto quasi del tutto dai risparmiatori ed investitori italiani, mentre oggi è in mano soprattutto ai creditori e speculatori stranieri, cioè banche d'affari estere e capitale finanziario internazionale. Da qui deriva il rischio, sempre incombente, degli assalti speculativi in borsa.

La schizofrenia dei mercati azionari è un motivo di apparente e costante instabilità ed oscillazione, per cui proprio nulla è meno monolitico delle borse, che sono schizofreniche ed instabili per antonomasia. In questo apparente guazzabuglio chi detta legge è il più forte, vale a dire il capitale dell'alta finanza internazionale.

I circoli dell'alta finanza capitalistica, che finora hanno speculato e spremuto i Paesi "debitori", sono consapevoli che l'unica via per continuare ad estrarre plusvalore è dilazionare il pagamento del debito. Insomma, allentare il cappio al collo delle vittime per un determinato periodo, per poi stringerlo ancora più forte di prima.

Lucio Garofalo

Si avvicina la data del referendum, per cui anch'io mi cimento in un appello al voto. Domenica prossima è necessario recarsi alle urne in massa per ottenere il quorum previsto dalla legge.

In tal senso è importante persuadere il maggior numero di persone a non boicottare i seggi e, quindi, a votare Sì per dire No alle trivelle in mare.

Cerchiamo di convincere il maggior numero di persone poiché il rischio di non conseguire il quorum è assai alto.

Non è un caso che il fronte avverso che fa capo ai renziani, agli esponenti filo-governativi e a tutto l'establishment politico-informativo asservito alle lobby e multinazionali petrolifere, abbia deciso di sabotare apertamente il referendum per farlo fallire. Infatti, il rischio di un fallimento del referendum è concreto.

Per questo ciascuno di noi, nel suo piccolo, è chiamato a convincere il maggior numero di elettori a recarsi ai seggi e votare Sì. Ognuno deve compiere uno sforzo individuale per contribuire al conseguimento dell'esito tanto sperato.

Tra gli argomenti (in verità sterili) addotti dagli avversari del Sì, c'è la favola dei posti di lavoro creati grazie alle postazioni estrattive del petrolio e che, nel caso il Sì vincesse, verrebbero a mancare. Si tratta di una mistificazione propagandistica, poiché gli addetti al settore sono assunti dalle corporation monopolistiche, e non tra le genti locali.

Inoltre, le vere ricchezze dei nostri territori sono altre: non il sottosuolo, bensì il suolo ed il mare, l'agricoltura, il turismo, l'artigianato, in grado di generare sul serio indotti virtuosi di migliaia di posti di lavoro tra gli abitanti, esaltando le risorse e le esigenze locali.

Lucio Garofalo

Iscriviti alla Newsletter

Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech