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Lucio

Il 6 febbraio è la data in cui ricorre la distruzione del Quilombo dos Palmares, avvenuta nel 1694. Il Quilombo di Palmares fu una comunità autonoma creata da africani fuggiti alla schiavitù nelle piantagioni brasiliane. Fu il più emblematico dei Quilombo e il suo mito divenne un simbolo (sempre attuale) della lotta degli africani contro la schiavitù. I Quilombo erano comunità politicamente indipendenti fondate da schiavi evasi. In Brasile ne furono fondate diverse, composte da decine di migliaia di persone. Gli schiavi appartenevano ad etnie assai differenti, ma nel Quilombo vivevano fraternamente sulla base di una forma di comunismo primitivo. Il Quilombo dos Palmares era il più importante e numeroso, circa 8000 persone, il più organizzato, e resistette 67 anni agli attacchi dell’esercito schiavista portoghese. Era insediato nella zona ad ovest di Salvador de Bahia, oggi stato dell’Alagoas, ed occupava un territorio grande quanto il Portogallo. Nel 1630 gli olandesi invasero la regione del nordeste del Brasile e gli schiavi delle piantagioni di canna da zucchero ne approfittarono per fuggire. Nel 1644 gli olandesi tentarono di distruggere il Quilombo di Palmares ma vennero respinti dai quilombolas. Nel 1654 i portoghesi cacciarono gli olandesi dal nordeste. Nello stesso anno nacque Zumbi, il capo leggendario della resistenza dei Quilombos. Ancora bambino viene rapito dai soldati portoghesi e venduto ad un prete gesuita, a Porto Calvo, servendo il quale impara portoghese e latino. A 15 anni fugge e torna a Palmares dove, nello stesso anno suo zio, Ganga Zumbi diventa mocabo (leader) del Quilombo. Nel 1675 Zumbi si dimostra un grande organizzatore militare contro i portoghesi che, dopo una  sanguinosa avanzano nel territorio del Quilombo. Dopo una ritirata di cinque mesi l’esercito degli ex-schiavi contrattacca ed obbliga i portoghesi a ritirarsi a Recife. Zumbi è uno dei capi principali dell’esercito nero, ha vent’anni. Nel corso della lotta di assiste alla nascita di nuovi quilombos, detti mocambo (città), insediamenti protetti da muri di palizzate. Il mocambo principale era nella Serra da Barriga, detto Cerca do Macao, ma sorsero anche Sucupira, Tabocas, Zumbi, Osegna Acotirene, Dambrapanga, Sabalangà, Andalaquituche, ecc. ed altre città ciascuna delle quali comprendeva intorno agli 8000 abitanti. Tutte queste città di ex schiavi erano federate ed interdipendenti, rette da una forma di comunismo primitivo. Palmares si estendeva dal confine sinistro di São Francisco fino al capo di São Agostinho, era una repubblica con una rete di undici città (mocambos). Nel 1678, il governatore della Capitania de Pernambuco, stanco del lungo conflitto col Quilombo de Palmares, si riappacificò col leader Ganga Zumba. Fu offerta la libertà a tutti gli schiavi fuggitivi a condizione che il quilombo si sottomettesse all'autorità della corona Portoghese; la proposta fu accettata. Zumbi era contrario ad accettare l'offerta di libertà per le persone del quilombo finché gli altri neri del Brasile fossero rimasti schiavi. Rifiutò la proposta e continuò la lotta contro lo schiavismo, spodestando Ganga Zumba, divenendo il nuovo leader del Quilombo di Palmares. Il Quilombo continuò ad esistere per altri 15 anni, divenendo la meta di tutti gli schiavi evasi del Brasile. La speranza di raggiungere il Quilombo e la libertà, alimentava evasioni sempre più massicce. Nel Quilombo venne ripristinata la religione originaria dei popoli africani, il Candomblè, il culto degli orixas, rifiutando il credo dei colonialisti. Il danno per l’impero portoghese era immenso e grande era il rischio che l’esistenza del Quilombo alimentasse la fine della schiavitù in tutti i paesi che la praticavano. Inoltre il fatto che una intera popolazione vivesse in repubblica e senza un regime di proprietà privata rendeva inquiete le classi dominati, e la Chiesa portoghese, la più retriva ed oppressiva, faceva pressioni affinché si mettesse fine ad una “repubblica di pagani”. Dopo 15 anni di leadership di Zumbi, fu ordinato al bandeirante di San Paulo, Domingos Jorge Velho, di invadere il Quilombo ed il 6 febbraio del 1694 la capitale di Palmares, Macaco, fu distrutta e Zumbi ferito. L’esercito portoghese, formato in maggioranza da mercenari ed ex detenuti e benedetto dalla Chiesa, disponeva di navi, cannoni, armi da fuoco ed aveva l’ordine di non fare prigionieri. Non vi fu pietà per nessuno: anziani, donne bambini furono fucilati nel mucchio o finiti a colpi di pugnale. Zumbi fu infine catturato in un'imboscata nella Serra dos Irmãos ("foresta dei fratelli"); pugnalato, resistette, ma fu giustiziato insieme ad altri 20 guerrieri due anni dopo nella battaglia tenutasi il 20 novembre 1695. La sua testa fu tagliata e staccata ed il suo pene inserito nella bocca. A Recife la testa fu esposta in una piazza pubblica (Praça do Carmo) per impaurire gli schiavi e smentire la leggenda secondo cui Zumbi fosse immortale. Il 14 marzo 1696 il governatore di Pernambuco Caetano de Melo e Castro scrisse al re del Portogallo: "Ho chiesto che fosse esposta la sua testa nel posto più in vista di questa piazza per impaurire i neri che per superstizione ritengono Zumbi immortale." Nell'immaginario collettivo Zumbi divenne lo Spartaco dei popoli neri: nel 1995 la data della sua morte fu adottata come giorno della Coscienza Negra. Zumbi viene ricordato nella musica popolare brasiliana: Jorge Ben Jor gli ha dedicato musica e versi di incredibile bellezza e Caetano Veloso lo ha citato nei versi finali del suo "Sampa".

Lucio Garofalo

Nel suo libro "Della guerra", pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle sanguinose guerre napoleoniche, che furono le prime guerre dell'era capitalistica contemporanea, elabora e propone un'analisi seria e approfondita del problema, di cui riesce a cogliere l'essenza più recondita applicando una logica tipicamente hegeliana. Tra le altre cose, il generale von Clausewitz scrive la celebre frase: "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi"; ed ancora "La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà". Hegel afferma che "La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche", intendendo dire che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia umana. Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introduce ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l'essenza causale più profonda dei conflitti bellici e sociali all'economia in quanto motore della storia, che è "storia di lotta di classe". Ebbene, nel corso della storia millenaria dell'umanità, ma soprattutto nell'epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti e preponderanti del capitalismo e dell'imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l'analisi critica suggerita dal marxismo, hanno trovato un riscontro effettivo. Nelle sue fasi cicliche di sviluppo e di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi e decadenza, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L’attuale catastrofe economica è il frutto di cent'anni di decadenza del sistema capitalista, che si è arenato in una fase storica di decomposizione avanzata, ormai irreversibile. In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave recessione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte in chiave neo-imperialistica per difendere e consolidare lo statu quo, cioè l’ordine padronale esistente. Le politiche neo-coloniali e neo-imperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un'area di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera, fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla è servita la tragica lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni '70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta tra Egitto/Siria ed Israele), che causò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile. E veniamo all'attuale catastrofe economica e sociale. La crisi odierna investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria. Infatti, quella in corso  è una crisi di sovrapproduzione. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti, generati da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globalizzazione economico-imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria e sfruttamento, sottosviluppo e precarietà, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere. Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che auto-alimenterà la recessione, sino al tracollo definitivo del capitalismo globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora. A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali, ad esempio, l’auto-riduzione dei megastipendi e la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali. Misure oltretutto annunciate enfaticamente, ma che non sono state applicate. Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più concretae realistica, turba non poco i capitalisti (e i loro servi). Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo un pò ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellicista, ad un lungo periodo di sanguinose guerre globali. È evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in  modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. È la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e l'autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto privato. Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, o chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare o rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la produttività il sistema risulta invivibile ed inaccettabile per i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento del tenore di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri quantitativi come il PIL di una nazione o il reddito procapite, per calcolare il tasso di giustizia e di eguaglianza sociale, di progresso e democraticità di una comunità.

Lucio Garofalo

La riflessione più significativa sul Capodanno la scrisse Antonio Gramsci in giovane età, nel 1916, esattamente un secolo fa. Gramsci aveva ragione quando scriveva che dovrebbe essere Capodanno ogni giorno. Ma senza le stupide convenzioni sociali, gli stereotipi ottusi, il falso perbenismo borghese, il moralismo ed il conformismo ipocrita della società dei consumi di massa, senza i buoni propositi di ogni inizio d'anno che fanno assomigliare la vita umana ad un'azienda commerciale con i suoi consuntivi finali, bilanci e preventivi. Il comunismo dovrà spazzare via anche le inutili e sciocche convenzioni, le date e le ricorrenze vuote di senso. Questi Capodanni, che rappresentano soltanto convenzioni rituali, inducono a credere sul serio in una discontinuità della vita e della storia umana. Mentre non è affatto vero. Sono altri i momenti storici che hanno sancito un salto rivoluzionario, o una discontinuità effettiva. Ad esempio, il 1789 o il 1917. Giusto per intenderci. Purtroppo, la maggior parte della gente non si rende conto di inseguire chimere ed illusioni. Ogni fine d'anno si ripete, puntualmente, lo stesso meccanismo rituale, mentale, di massa. Una sorta di "droga collettiva", di "oppio dei popoli" utile a condizionare le classi popolari e mantenerle in uno stato di subalternità, sotto il giogo delle élites dominanti. Come recitavano gli antichi latini: panem et circenses. Si dice "anno nuovo, vita nuova", ma è solo una mera illusione. Nel corso della storia umana si verifica assai raramente una soluzione di continuità, una rottura o un trauma tali da generare mutamenti radicali, tranne nei casi in cui si realizzi una rivoluzione epocale. Neanche nel caso delle più celebri date spartiacque, il 1492, anno della scoperta dell'America, o il 476 d. C., che sancì ufficialmente la deposizione dell'ultimo imperatore romano d'Occidente. Queste date rappresentano convenzioni stabilite dagli storici per segnare sulla linea del tempo eventi che separano due epoche storiche, suscitando un'immagine di rinnovamento che è puramente simbolico ed illusorio. Solo un'autentica rivoluzione avrà il potere di introdurre qualche innovazione concreta e profonda nella vita quotidiana delle persone. Per cui le vere date spartiacque della storia sono altre: il 1789, anno della rivoluzione giacobina, il 1917, anno della rivoluzione bolscevica. Tali eventi storici hanno fatto compiere all'umanità uno straordinario balzo in avanti, innescando una soluzione di continuità reale. Ora, tenendo conto che il pensiero di Gramsci è di un'intelligenza inarrivabile, mi accontento di aggiungere riflessioni più banali e modeste. Come già detto, a Capodanno si usa augurare "anno nuovo, vita nuova". Un augurio che rivolgiamo a noi stessi e a chi amiamo. Ma la verità è che, con il trascorrere degli anni, si rischia di invecchiare. Per cui il miglior auspicio che mi viene in mente, è di riuscire a conservare l'entusiasmo, la carica vitale, le speranze e le energie giovanili. Come dicono nella capitale dello Stato Pontificio: "bonanotte ar secchio, ormai ce semo". Il mio auspicio speciale è che i bilanci sul passato siano sempre onesti, mentre i desideri e i progetti per il futuro siano realizzabili. Nel contempo, non conviene mai precludersi la possibilità di sognare e pensare in grande stile, di volare alto, affinché si attui finalmente l'utopia di un'autentica rivoluzione palingenetica: l'emancipazione del genere umano da ogni forma di oppressione, politica, economica, religiosa. Pensare ed agire con coerenza, non accettare supinamente le idee altrui: è questo un augurio davvero speciale.

Lucio Garofalo

Quando il tempo dei rimpianti è già trascorso, mentre il tempo dei ricordi è ancora lontano, vuol dire che è sopraggiunto il tempo dei rimorsi. Il che non significa necessariamente che si è arrecato del male, ma soltanto che si è vissuto. Nel bene e nel male. In caso contrario si resta come sospesi in una sorta di "limbo", prigionieri dell'ignavia, vile e meschina. Da agnostico ed eretico anticlericale (troppo accondiscendente verso chi predica), rivolgo i miei auguri più schietti a coloro che confidano nella lealtà e nella sincerità delle persone, nell'onestà (intellettuale), per cui non mi rivolgo a quanti vivono in una condizione di malafede, in un clima di omertà e di indifferenza. Il valore dell'amicizia non si può invocare ad uso e consumo personale, ovvero solo quando più ci conviene. Tempo addietro, ho conosciuto e frequentato alcuni sedicenti "amici". Per costoro io mi sono esposto, personalmente e politicamente, in varie situazioni che non mi piacevano affatto e mi sono persino inimicato alcuni notabili locali. Dov'erano loro, i presunti "amici", quando mi sono fatto coinvolgere in polemiche per servire la loro "causa"? Ebbene, erano intenti a studiare calcoli e tatticismi, curando i propri affari. Un'amicizia fondata sulla convenienza e sul calcolo utilitaristico, non è un'amicizia autentica, sincera e disinteressata. Da parte mia non ho mai anteposto nulla al valore dell'amicizia, ancor meno la mia utilità, i miei affari ed i miei egoismi. A differenza di chi, meschino, è aduso a calpestare e a strumentalizzare i rapporti interpersonali per privilegiare ad ogni costo le proprie ambizioni e realizzare i propri interessi venali. È Natale e vorrei essere più "buono", ma non ci riesco. È sempre attiva in me una pulsione di "sana cattiveria" interiore, una sorta di tensione morale alla verità. È una spinta etica che mi induce ad essere schietto ed onesto, forse addirittura troppo sincero. Un modo di essere che risulta "crudele" agli occhi dei farisei, che predicano bene, spesso male, ma razzolano male, anzi peggio. Se non erro, fu Gesù (di cui oggi ricorre la natività) ad esecrare in modo assai duro ed esplicito i farisei del tempio. E da questi Gesù fu osteggiato e perseguitato ferocemente fino alla condanna a morte, che si consumò tramite la crocefissione. Per cui delle reazioni di scandalo dei benpensanti e moralisti di ogni sorta e provenienza, detto francamente, non mi interessa granché. Da rivoluzionario, non posso che ricercare il vero ad ogni costo. Poiché la verità è un atto rivoluzionario. Pertanto, rinnovo i miei migliori auguri, ma soprattutto un auspicio sincero affinché si riesca a progettare e a costruire assieme un avvenire migliore. Come diceva Marx (stavolta mi riferisco a Groucho, non a Karl): "Mi interessa molto il futuro. È lì che passerò il resto della mia vita". Ebbene, è giusto abituare i nostri figli a vivere nella menzogna? Non occorre farsi crocifiggere per difendere una verità. Non la Verità intesa in senso assoluto, o metafisico. Io sono un relativista, per cui non ho simili pretese: conoscere la Verità assoluta. Chi potrebbe mai custodire una simile Verità? Solo un Dio eterno ed onnisciente. Ma esiste davvero? E se esiste, perché non si mostra? Perché non interviene ad aiutarci? Evito di aprire un ragionamento infinito, soprattutto terribile. A noi essere mortali ed "ignoranti" (in termini socratici) sarebbe, in ogni caso, inaccessibile. La Verità. Per cui è evidente che mi riferisco a verità semplici, relative, conoscibili, alla nostra portata. Verità che vivono nella storia e richiamano un valore che suscita scandalo poiché urta visibilmente la suscettibilità e l'ipocrisia sociale, su cui si stabiliscono i rapporti e le convenzioni politiche ed istituzionali dominanti. Esaltare o recuperare un po' di onestà, di questi tempi, provoca forti reazioni di sdegno e di scandalo tra i "farisei del tempio". Chiudo, lanciando una sorta di provocazione: che senso ha dissociarsi da un "modus vivendi" all'insegna dell'onestà quando lo fanno già tutti nella società in cui viviamo? Sarebbe fin troppo facile. Se si prendono le distanze da tutto il marciume dell'ordinamento sociale, tutto si fa più arduo e scomodo. Le ostilità e le inimicizie ci assaliranno. Ma il tempo saprà ripagarci nell'avvenire.

Lucio Garofalo

Azzardo alcune riflessioni di tipo filosofico ed esistenziale, quindi politico. La realtà, che supera puntualmente ogni più fervida immaginazione, ispira un'elaborazione critica di straordinaria attualità storica. Il sistema creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a decorrere dal secondo dopoguerra, quella che è la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo: la fede cieca ed incondizionata nel mercato, nel totem della finanza. Il culto idiota e mondano del denaro e del successo. Il feticismo della merce e del profitto. La morale utilitarista dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando tutto e tutti. Il corollario finale è l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, egoista e conformista. Quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa ed onnipotente, una mentalità assai pervasiva e totalitaria, più feroce e persuasiva di qualsiasi tipo di fascismo e di assolutismo che si sia mai visto nella storia millenaria dell’umanità. Negli ultimi decenni, alle popolazioni del mondo occidentale si è imposto uno stile di vita iperconsumista: hanno bombardato i cervelli per convincere la gente che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile, con il risultato che gli individui sono nevrotici, insoddisfatti ed infelici. Si potrebbe arguire che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile ed avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi soprattutto a livello umano, affettivo e spirituale. In altri termini, si potrebbe decidere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo tale da permettersi un’esistenza emancipata dal bisogno, libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna. Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il “bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, inseguendo ed assecondando ossessivamente le mode consumiste, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, inevitabilmente non basta uno stipendio e si rischia di essere assoggettati ad un “benessere” fittizio, finendo succubi del bisogno e del lavoro, alienati ed infelici. Sia chiaro che tale ragionamento non inneggia alla filosofia della “decrescita”, né risponde ad una visione “pauperistica” o “francescana” del mondo, ma si limita a suggerire un’ipotesi oggi realistica e praticabile, un’attitudine assai pragmatica che potrebbe rivelarsi utile per affrontare le difficoltà legate all’attuale fase di recessione dell’economia capitalista. Bisogna rendersi conto che la decrescita è già oggettivamente immanente nella realtà dei fatti, in Italia ed altrove, nel senso che il tasso di crescita economica del nostro Paese è in costante diminuzione da quasi mezzo secolo, esattamente dal “boom economico” degli anni ‘60. Occorre prendere atto che la decrescita o, meglio, il sottosviluppo e la miseria sono le conseguenze di un sistema di distribuzione iniqua, irrazionale e distorta delle ricchezze sociali, sono il risultato delle contraddizioni strutturali insite nel funzionamento del modo di produzione capitalistico. Tornando al tema precedente, è ovvio che il discorso non vale in termini assoluti bensì relativi, per cui sono esclusi, ad esempio, coloro che versano già in condizioni di estrema (o relativa) povertà, o chi vive in realtà metropolitane in cui il costo della vita è altissimo e si è costretti a spendere oltre la metà dello stipendio per pagare l’affitto mensile. In questi casi temo che la filosofia “stoica” o la morale “francescana” servano a poco. È chiaro che la condizione proletaria non va idealizzata, bisogna battersi per l’abolizione del proletariato comr classe, e la sobrietà intesa come stile di vita, saggezza o moderazione, non va vissuta “stoicamente”, bensì come una necessità contingente. Stiamo vivendo una fase in cui occorre misurarsi con le condizioni storicamente determinate, senza cedere alle mode consumistiche, né ad uno stile di vita francescano. È altresì evidente che lo sfruttamento e la violenza di classe non possono durare a lungo senza essere accettati dagli sfruttati. A questo compito era chiamata in passato la religione. Ma oggi questo strumento di convincimento è superato, inadatto nell’epoca dell’economia di mercato. Una nuova forma di condizionamento e debilitazione morale è intervenuta: dall’idolatria trascendente all’idolatria delle merci. Le osservazioni esposte finora servono ad introdurre un ragionamento sulla nozione di “proletariato” e sul significato (non solo simbolico) che assume oggi un vocabolo che per molti ha un sapore anacronistico e veterocomunista di segno ottocentesco. È noto che i proletari sono coloro che possiedono esclusivamente la prole, cioè i figli. Il termine indicava in origine una classe di lavoratori il cui ruolo, nel modo di produzione capitalista, è di prestare la forza lavoro in cambio di un salario, ma nel corso del tempo il senso è mutato, adeguandosi alle nuove circostanze storico-sociali. Se in passato il termine designava specificamente una classe di operai che hanno come sola ricchezza la prole, in seguito il senso letterale è stato sostituito da un’accezione più ampia che comprende la totalità dei salariati, inclusi i lavoratori intellettuali ridotti in uno stato di precarietà e che percepiscono un salario miserabile. È indubbio che negli ultimi cinquant’anni il proletariato che vive nei Paesi sviluppati del mondo occidentale, si è imborghesito, in particolare sul piano mentale. Nel contempo conviene ragionare sul fatto che l’attuale recessione produce effetti di proletarizzazione dei ceti intermedi, un tempo benestanti, ed immiserisce le classi operaie occidentali. Non serve rammentare che un numero crescente di famiglie italiane (ma il discorso vale per i Greci, i Portoghesi e via discorrendo) non arriva alla fine del mese, se non alla terza settimana, quando va bene. Aggiungo una chiosa finale per chiarire che l’esperienza storica pregressa dovrebbe insegnarci che un rovesciamento radicale dell’ordinamento sociale senza una corrispondente rivoluzione di tipo intellettuale che proceda in senso anti-autoritario, senza un processo di affrancamento mentale dei singoli individui, non ha molto senso e rischia di rivelarsi fallimentare in quanto non genera un’effettiva emancipazione delle persone, come è già accaduto in altre rivoluzioni politiche-sociali compiute dal genere umano. La trasformazione dell’esistenza si compie attraverso processi paralleli che investono l’assetto sociale e la formazione etica, civile e psicologica delle persone, che altrimenti rischiano di sottostare a nuove forme di oppressione, di tipo non solo politico e materiale, bensì spirituale.

Lucio Garofalo

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