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Lucio

Nella mia carriera professionale mi sono imbattuto soprattutto in due tipologie di dirigenti. La prima categoria, forse la più diffusa nel mondo della scuola, è quella del preside “hitleriano”, o dispotico, che tratta l’istituzione in modo autocratico e verticistico, scambiando l’autonomia scolastica per una tirannide individuale e stimando i rapporti interpersonali in termini di supremazia e subordinazione. Questa figura di preside non ama affatto le norme e le procedure democratiche, scavalca gli organi collegiali ed assume ogni decisione in maniera arbitraria e discrezionale senza consultare quasi mai nessuno. Costui si pone sempre in modo arrogante, protervo ed autoritario, dimostra (intenzionalmente, oppure istintivamente) un cipiglio severo e spietato per intimorire e mettere in soggezione gli altri. Abusa spesso dei propri poteri e tende a commettere facilmente angherie e soprusi verso i sottoposti, trattati alla stregua di sudditi privi di ogni diritto ed ogni libertà, con i quali si comporta in modo inclemente. La seconda tipologia, probabilmente la più pericolosa, è quella del dirigente affarista e demagogo, che spesso si confonde e si sovrappone, o coincide, con il tipo assolutista. Tale soggetto concepisce anzitutto la scuola come una sorta di proprietà privata, la sfrutta per scopi di lucro e prestigio personale, per cui la gestisce in modo da trasformarla nel più breve tempo possibile in un vero e proprio progettificio scolastico. In tal senso si adopera per reperire ogni finanziamento economico aggiuntivo messo a disposizione delle scuole, da cui attinge elargendo i fondi senza un giusto criterio, applicando logiche clientelari e paternalistiche per premiare di solito una cerchia oligarchica che è composta dallo "staff dirigenziale". Da un simile assetto politico-gestionale scaturisce un carrozzone progettuale ed assistenzialistico carico di una pletora abnorme di iniziative didattiche a dir poco eccedenti, che non hanno alcuna ricaduta o incidenza positiva sulla formazione educativa e culturale degli studenti. Una simile sovrabbondanza di sovvenzioni e di contributi finanziari, in realtà serve a beneficiare una minoranza assai ristretta che supporta il dirigente. Ma esiste un’altra tipologia, quella del preside umano, con pregi e difetti. È indubbiamente un esemplare assai raro, ma è l’unico che ispiri la mia simpatia, la mia stima ed approvazione più sincera. Infine, qualcuno mi risponda sul potere di nomina diretta dei docenti a totale discrezione ed arbitrio dei dirigenti scolastici. Come previsto nel disegno di legge varato dal governo in materia di scuola. Non mi sembra sia il miglior antidoto contro le pratiche clientelari, già diffuse nel mondo della scuola. È ovvio che un simile fenomeno si potrà acuire. In sostanza, la legge 107/2015 ha sterzato bruscamente in una direzione aziendalista e neoliberista, stravolgendo l'architettura istituzionale della "autonomia scolastica". Una grottesca, inquietante caricatura di sceriffo (o una sottospecie burocratica di "manager privato") detiene il potere di assegnare, tramite meccanismi di nomina diretta, la sede e la cattedra di insegnamento in base a criteri arbitrari e discrezionali, oltre a decidere addirittura cosa e come insegnare. In altri termini, la tanto bistrattata "libertà didattica" è destinata a farsi benedire in maniera definitiva. Occorre comprendere l'importanza vitale della scuola pubblica per il tessuto di una società "democratica". La più grave insidia dell'autoritarismo fascista ed oscurantista si annida dietro l'eclissi dell'istruzione statale e della formazione culturale delle giovani generazioni. In Italia, a decorrere dal secondo dopoguerra, quando venne istituita per legge l'istruzione elementare gratuita ed obbligatoria per tutti (fatto che avvenne in coincidenza con il "boom" economico, guarda caso), le classi inferiori hanno potuto frequentare la scuola e studiare. Fino ad allora, non soltanto nel nostro Meridione ma in tutto il Paese, l'istruzione e la cultura erano state appannaggio esclusivo delle classi sociali alto-borghesi ed aristocratiche, a cui era concesso il privilegio degli studi. È noto che in passato l'analfabetismo era assai diffuso tra le classi contadine ed operaie. Ma ciò era vero tanto al Sud quanto al Nord. Ogni tanto gioverebbe ricordare che il dominio politico della monarchia sabauda e delle élites "liberali" piemontesi sulle regioni meridionali, si reggeva soprattutto sul mantenimento delle masse popolari in uno stato di ignoranza ed arretratezza culturale. È innegabile che il dominio imposto sulle plebi rurali del Meridione, da parte della dinastia sabauda e del ceto politico-economico piemontese (di cui Camillo Benso conte di Cavour fu tra i massimi esponenti) si reggeva anche e soprattutto sullo stato di ignoranza e di analfabetismo in cui versavano le classi subalterne del Sud, nonché il proletariato industriale delle regioni settentrionali. Lucio Garofalo

È tempo di scrutini, dunque di bilanci, giudizi e riflessioni. Anche sui sistemi di valutazione ed autovalutazione adottati (più o meno consapevolmente) nelle scuole. La docimologia è quella branca della pedagogia che pretende di essere una disciplina scientifica che si occupa dei metodi e dei parametri applicati nell'ambito della valutazione scolastica. Ora, malgrado la pretesa (o presunta) obiettività scientifica delle tecniche di esame e di verifica all'insegna dei criteri docimologici in voga, la valutazione è un'operazione globale, costante e formativa, nella misura in cui esige l'analisi di un ventaglio di fattori dinamici e determinanti, di motivi di ordine soggettivo ed interiore, morale e socio-affettivo, da cui non si può astrarre e che non sono misurabili in termini matematici. In sostanza, nel processo di verifica e valutazione occorre tener conto di una molteplicità di elementi di origine psico-emotiva e caratteriale, che interferiscono continuamente, direi inevitabilmente, nel rapporto dialettico tra docenti e discenti e nella prassi didattica quotidiana. Per cui l'adempimento della valutazione costituisce l'aspetto più arduo e complesso, ingrato e spiacevole della professione docente. Tutto ciò non può ridursi ad un mero esercizio di calcolo incentrato sui famigerati quiz con le crocette. Oramai, quando mi chiedono: “che lavoro fai?”, rispondo ironicamente: “una volta insegnavo, mentre ora addestro piccoli concorrenti per i quiz INVALSI”. Benché sarcastica, la risposta non è affatto distante dalla realtà. Il guaio è che, in qualunque scuola abbia insegnato, ho incontrato colleghi e colleghe a cui aggrada tale “mansione”. O, perlomeno, è accettata supinamente. Mi riferisco all’obbligo di somministrare i quiz calati dall’alto dall’INVALSI. L'ideologia più fanatica ed ottusa che mai si sia vista nel mondo della scuola, è l'ideologia assolutista ispirata alla docimologia ed alla sua pretesa di oggettività scientifica. Anzi, pseudoscientifica. Una velleità fallimentare, di segno fascista ed autoritario, che si incarna nel sistema di valutazione INVALSI. Un modello fallito ovunque sia stato applicato. Un carrozzone clientelare, inutile e costoso, gradito solo a funzionari, burocrati ministeriali e dirigenti scolastici. Ormai fare scuola si riduce a mansioni di sorveglianza degli alunni, “parcheggio” di giovani disoccupati permanenti, una sorta di “ufficio di collocamento” per futuri precari cronici. L'opera educativa è mortificata da chi per anni ha malgovernato la scuola. Ad esempio, l'animatore digitale è l'ultima delle fantasiose e demagogiche invenzioni lessicali del nostro superiore ministero (MIUR), impegnato oramai da più di vent'anni a diffondere nelle scuole “cultura digitale”. Per "cultura digitale" hanno inteso il fatto di dotare le nostre scuole di qualche strumento tecnologico in più e di fornire qualche istruzione per poter smanettare con un approccio prettamente funzionale. In tal senso, l'utilizzo del registro elettronico costituisce l'esempio più lampante e paradigmatico della balordaggine e dell'insignificanza concreta ai fini squisitamente culturali, educativi, pedagogici e didattici della cosiddetta "dematerializzazione". Ma la cosa che rattrista maggiormente è vedere gli insegnanti, che dovrebbero avere come loro "unico" pensiero, quello della didattica, ossia del metodo e delle strategie per meglio stimolare l'apprendimento dei loro studenti, adoperarsi a dimostrare la loro fedeltà al dirigente. A dispetto della celebre frase di Piero Calamandrei, il "miracolo" compiuto dalla scuola è esattamente l'inverso: anziché formare dei cittadini, la scuola italiana sforna dei sudditi, nella misura in cui gli stessi insegnanti sono sempre più ridotti in uno stato di sudditanza. È una situazione esasperata ulteriormente dalla legge 107/2015: la discrezionalità dei DS è eccessiva ed esiste un concreto rischio di "feudalizzazione" del mondo della scuola, di una crescente condizione di subalternità dei lavoratori della scuola nei confronti del super-capo di istituto. D'altronde, questa è la funzione che il potere capitalistico assegna ad un "Apparato Ideologico di Stato" qual è la scuola. Come spiegava Louis Althusser e come seppe intuire, ovviamente alla sua maniera, Pier Paolo Pasolini.

Lucio Garofalo

Il 6 febbraio è la data in cui ricorre la distruzione del Quilombo dos Palmares, avvenuta nel 1694. Il Quilombo di Palmares fu una comunità autonoma creata da africani fuggiti alla schiavitù nelle piantagioni brasiliane. Fu il più emblematico dei Quilombo e il suo mito divenne un simbolo (sempre attuale) della lotta degli africani contro la schiavitù. I Quilombo erano comunità politicamente indipendenti fondate da schiavi evasi. In Brasile ne furono fondate diverse, composte da decine di migliaia di persone. Gli schiavi appartenevano ad etnie assai differenti, ma nel Quilombo vivevano fraternamente sulla base di una forma di comunismo primitivo. Il Quilombo dos Palmares era il più importante e numeroso, circa 8000 persone, il più organizzato, e resistette 67 anni agli attacchi dell’esercito schiavista portoghese. Era insediato nella zona ad ovest di Salvador de Bahia, oggi stato dell’Alagoas, ed occupava un territorio grande quanto il Portogallo. Nel 1630 gli olandesi invasero la regione del nordeste del Brasile e gli schiavi delle piantagioni di canna da zucchero ne approfittarono per fuggire. Nel 1644 gli olandesi tentarono di distruggere il Quilombo di Palmares ma vennero respinti dai quilombolas. Nel 1654 i portoghesi cacciarono gli olandesi dal nordeste. Nello stesso anno nacque Zumbi, il capo leggendario della resistenza dei Quilombos. Ancora bambino viene rapito dai soldati portoghesi e venduto ad un prete gesuita, a Porto Calvo, servendo il quale impara portoghese e latino. A 15 anni fugge e torna a Palmares dove, nello stesso anno suo zio, Ganga Zumbi diventa mocabo (leader) del Quilombo. Nel 1675 Zumbi si dimostra un grande organizzatore militare contro i portoghesi che, dopo una  sanguinosa avanzano nel territorio del Quilombo. Dopo una ritirata di cinque mesi l’esercito degli ex-schiavi contrattacca ed obbliga i portoghesi a ritirarsi a Recife. Zumbi è uno dei capi principali dell’esercito nero, ha vent’anni. Nel corso della lotta di assiste alla nascita di nuovi quilombos, detti mocambo (città), insediamenti protetti da muri di palizzate. Il mocambo principale era nella Serra da Barriga, detto Cerca do Macao, ma sorsero anche Sucupira, Tabocas, Zumbi, Osegna Acotirene, Dambrapanga, Sabalangà, Andalaquituche, ecc. ed altre città ciascuna delle quali comprendeva intorno agli 8000 abitanti. Tutte queste città di ex schiavi erano federate ed interdipendenti, rette da una forma di comunismo primitivo. Palmares si estendeva dal confine sinistro di São Francisco fino al capo di São Agostinho, era una repubblica con una rete di undici città (mocambos). Nel 1678, il governatore della Capitania de Pernambuco, stanco del lungo conflitto col Quilombo de Palmares, si riappacificò col leader Ganga Zumba. Fu offerta la libertà a tutti gli schiavi fuggitivi a condizione che il quilombo si sottomettesse all'autorità della corona Portoghese; la proposta fu accettata. Zumbi era contrario ad accettare l'offerta di libertà per le persone del quilombo finché gli altri neri del Brasile fossero rimasti schiavi. Rifiutò la proposta e continuò la lotta contro lo schiavismo, spodestando Ganga Zumba, divenendo il nuovo leader del Quilombo di Palmares. Il Quilombo continuò ad esistere per altri 15 anni, divenendo la meta di tutti gli schiavi evasi del Brasile. La speranza di raggiungere il Quilombo e la libertà, alimentava evasioni sempre più massicce. Nel Quilombo venne ripristinata la religione originaria dei popoli africani, il Candomblè, il culto degli orixas, rifiutando il credo dei colonialisti. Il danno per l’impero portoghese era immenso e grande era il rischio che l’esistenza del Quilombo alimentasse la fine della schiavitù in tutti i paesi che la praticavano. Inoltre il fatto che una intera popolazione vivesse in repubblica e senza un regime di proprietà privata rendeva inquiete le classi dominati, e la Chiesa portoghese, la più retriva ed oppressiva, faceva pressioni affinché si mettesse fine ad una “repubblica di pagani”. Dopo 15 anni di leadership di Zumbi, fu ordinato al bandeirante di San Paulo, Domingos Jorge Velho, di invadere il Quilombo ed il 6 febbraio del 1694 la capitale di Palmares, Macaco, fu distrutta e Zumbi ferito. L’esercito portoghese, formato in maggioranza da mercenari ed ex detenuti e benedetto dalla Chiesa, disponeva di navi, cannoni, armi da fuoco ed aveva l’ordine di non fare prigionieri. Non vi fu pietà per nessuno: anziani, donne bambini furono fucilati nel mucchio o finiti a colpi di pugnale. Zumbi fu infine catturato in un'imboscata nella Serra dos Irmãos ("foresta dei fratelli"); pugnalato, resistette, ma fu giustiziato insieme ad altri 20 guerrieri due anni dopo nella battaglia tenutasi il 20 novembre 1695. La sua testa fu tagliata e staccata ed il suo pene inserito nella bocca. A Recife la testa fu esposta in una piazza pubblica (Praça do Carmo) per impaurire gli schiavi e smentire la leggenda secondo cui Zumbi fosse immortale. Il 14 marzo 1696 il governatore di Pernambuco Caetano de Melo e Castro scrisse al re del Portogallo: "Ho chiesto che fosse esposta la sua testa nel posto più in vista di questa piazza per impaurire i neri che per superstizione ritengono Zumbi immortale." Nell'immaginario collettivo Zumbi divenne lo Spartaco dei popoli neri: nel 1995 la data della sua morte fu adottata come giorno della Coscienza Negra. Zumbi viene ricordato nella musica popolare brasiliana: Jorge Ben Jor gli ha dedicato musica e versi di incredibile bellezza e Caetano Veloso lo ha citato nei versi finali del suo "Sampa".

Lucio Garofalo

Nel suo libro "Della guerra", pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle sanguinose guerre napoleoniche, che furono le prime guerre dell'era capitalistica contemporanea, elabora e propone un'analisi seria e approfondita del problema, di cui riesce a cogliere l'essenza più recondita applicando una logica tipicamente hegeliana. Tra le altre cose, il generale von Clausewitz scrive la celebre frase: "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi"; ed ancora "La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà". Hegel afferma che "La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche", intendendo dire che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia umana. Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introduce ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l'essenza causale più profonda dei conflitti bellici e sociali all'economia in quanto motore della storia, che è "storia di lotta di classe". Ebbene, nel corso della storia millenaria dell'umanità, ma soprattutto nell'epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti e preponderanti del capitalismo e dell'imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l'analisi critica suggerita dal marxismo, hanno trovato un riscontro effettivo. Nelle sue fasi cicliche di sviluppo e di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi e decadenza, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L’attuale catastrofe economica è il frutto di cent'anni di decadenza del sistema capitalista, che si è arenato in una fase storica di decomposizione avanzata, ormai irreversibile. In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave recessione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte in chiave neo-imperialistica per difendere e consolidare lo statu quo, cioè l’ordine padronale esistente. Le politiche neo-coloniali e neo-imperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un'area di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera, fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla è servita la tragica lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni '70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta tra Egitto/Siria ed Israele), che causò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile. E veniamo all'attuale catastrofe economica e sociale. La crisi odierna investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria. Infatti, quella in corso  è una crisi di sovrapproduzione. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti, generati da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globalizzazione economico-imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria e sfruttamento, sottosviluppo e precarietà, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere. Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che auto-alimenterà la recessione, sino al tracollo definitivo del capitalismo globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora. A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali, ad esempio, l’auto-riduzione dei megastipendi e la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali. Misure oltretutto annunciate enfaticamente, ma che non sono state applicate. Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più concretae realistica, turba non poco i capitalisti (e i loro servi). Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo un pò ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellicista, ad un lungo periodo di sanguinose guerre globali. È evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in  modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. È la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e l'autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto privato. Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, o chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare o rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la produttività il sistema risulta invivibile ed inaccettabile per i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento del tenore di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri quantitativi come il PIL di una nazione o il reddito procapite, per calcolare il tasso di giustizia e di eguaglianza sociale, di progresso e democraticità di una comunità.

Lucio Garofalo

La riflessione più significativa sul Capodanno la scrisse Antonio Gramsci in giovane età, nel 1916, esattamente un secolo fa. Gramsci aveva ragione quando scriveva che dovrebbe essere Capodanno ogni giorno. Ma senza le stupide convenzioni sociali, gli stereotipi ottusi, il falso perbenismo borghese, il moralismo ed il conformismo ipocrita della società dei consumi di massa, senza i buoni propositi di ogni inizio d'anno che fanno assomigliare la vita umana ad un'azienda commerciale con i suoi consuntivi finali, bilanci e preventivi. Il comunismo dovrà spazzare via anche le inutili e sciocche convenzioni, le date e le ricorrenze vuote di senso. Questi Capodanni, che rappresentano soltanto convenzioni rituali, inducono a credere sul serio in una discontinuità della vita e della storia umana. Mentre non è affatto vero. Sono altri i momenti storici che hanno sancito un salto rivoluzionario, o una discontinuità effettiva. Ad esempio, il 1789 o il 1917. Giusto per intenderci. Purtroppo, la maggior parte della gente non si rende conto di inseguire chimere ed illusioni. Ogni fine d'anno si ripete, puntualmente, lo stesso meccanismo rituale, mentale, di massa. Una sorta di "droga collettiva", di "oppio dei popoli" utile a condizionare le classi popolari e mantenerle in uno stato di subalternità, sotto il giogo delle élites dominanti. Come recitavano gli antichi latini: panem et circenses. Si dice "anno nuovo, vita nuova", ma è solo una mera illusione. Nel corso della storia umana si verifica assai raramente una soluzione di continuità, una rottura o un trauma tali da generare mutamenti radicali, tranne nei casi in cui si realizzi una rivoluzione epocale. Neanche nel caso delle più celebri date spartiacque, il 1492, anno della scoperta dell'America, o il 476 d. C., che sancì ufficialmente la deposizione dell'ultimo imperatore romano d'Occidente. Queste date rappresentano convenzioni stabilite dagli storici per segnare sulla linea del tempo eventi che separano due epoche storiche, suscitando un'immagine di rinnovamento che è puramente simbolico ed illusorio. Solo un'autentica rivoluzione avrà il potere di introdurre qualche innovazione concreta e profonda nella vita quotidiana delle persone. Per cui le vere date spartiacque della storia sono altre: il 1789, anno della rivoluzione giacobina, il 1917, anno della rivoluzione bolscevica. Tali eventi storici hanno fatto compiere all'umanità uno straordinario balzo in avanti, innescando una soluzione di continuità reale. Ora, tenendo conto che il pensiero di Gramsci è di un'intelligenza inarrivabile, mi accontento di aggiungere riflessioni più banali e modeste. Come già detto, a Capodanno si usa augurare "anno nuovo, vita nuova". Un augurio che rivolgiamo a noi stessi e a chi amiamo. Ma la verità è che, con il trascorrere degli anni, si rischia di invecchiare. Per cui il miglior auspicio che mi viene in mente, è di riuscire a conservare l'entusiasmo, la carica vitale, le speranze e le energie giovanili. Come dicono nella capitale dello Stato Pontificio: "bonanotte ar secchio, ormai ce semo". Il mio auspicio speciale è che i bilanci sul passato siano sempre onesti, mentre i desideri e i progetti per il futuro siano realizzabili. Nel contempo, non conviene mai precludersi la possibilità di sognare e pensare in grande stile, di volare alto, affinché si attui finalmente l'utopia di un'autentica rivoluzione palingenetica: l'emancipazione del genere umano da ogni forma di oppressione, politica, economica, religiosa. Pensare ed agire con coerenza, non accettare supinamente le idee altrui: è questo un augurio davvero speciale.

Lucio Garofalo

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