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Romeo Castiglione

Fu un politico innovativo il Comandante. Oggi avrebbe scelto il centrodestra e apprezzato Forza Italia. Nondimeno pare un politico da Pentapartito. Achille Lauro, se non fosse morto, avrebbe continuato a fare politica. Egli non fu soltanto un uomo di “destra”; fu un monarchico anticomunista disponibile al compromesso. Fu uno stratega. Seguì con poca convinzione Alfredo Covelli. Il Comandante aderì per inerzia al Movimento Sociale Italiano e a Democrazia Nazionale. Avrebbe voluto portare il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica all’interno del Partito Socialista Democratico Italiano. Ma non ci riuscì. Il Pentapartito è la dimensione ideale del Comandante. Egli avrebbe aderito al PLI o al PSDI; avrebbe ricoperto anche il ruolo di ministro con Bettino Craxi. Forse sbaglio. Eppure immagino scenari nuovi.

Lauro è sospeso a metà tra Giancarlo Cito e Clemente Mastella. Fu un politico pragmatico. Ingiustamente fu perseguitato e fu criticato dalla sinistra. Guardò sempre al centro: inquadrò il centro politico alla maniera di uno spazio vitale. Ribadì le sue teorie a Napoli nel corso di un congresso regionale del PDIUM. Attenzione, Lauro avrebbe voluto occupare uno spazio al centro ma non aderì mai alla Democrazia Cristiana. Il laurismo fu contraddistinto dalla trasversalità. Oggi è un “laurino” chi decide, agisce e detta le regole del gioco. Il “laurino” è uno spirito libero: solitamente non ha le tessere di partito e preferisce il civismo. Insomma, non è un gregario. Anche in Irpinia il suo Partito Monarchico Popolare ottenne molti consensi. Aderì al PMP anche l’illustre penalista Alfredo De Marsico. Nei piccoli comuni aprirono tantissime sedi di partito. Apparve il vessillo dei leoni in tanti centri minori.

Per me il Comandante è un mito. Apprezzo la sua intelligenza, il suo progetto politico. Ho subito acquistato il libro Il Comandante tradito scritto da Corrado Ferlaino con la collaborazione di Toni Iavarone. Il presidente ha dipinto un ritratto a tutto tondo del politico campano. Abbondano le storie sentimentali, i flirt. Ma il lato politico è quello interessante. Almeno dal mio punto di vista. Sì. Lauro fu un sindaco modernissimo, un innovatore, un maestro di comunicazione. Oggi sicuramente avrebbe utilizzato i social network; avrebbe ricoperto le cantonate delle nostre città con i suoi manifesti ultramoderni. Inoltre avrebbe utilizzato i potenti mezzi delle televisioni. Ci sapeva fare allora. Adesso avrebbe osato ancora di più. «Entrò in politica – scrive Ferlaino – nella primavera del 1952, prima sollecitato dalla Democrazia cristiana per avere un alleato a destra, poi in proprio perché, da uomo orgoglioso tornato potente, non voleva fare il “servo sciocco” di nessuno. La sua campagna elettorale, per la quale spese allora più di 500 milioni di lire, fu la prima, clamorosa campagna “all’americana” che si registrò in Italia. Era già stato leader del Partito Monarchico; Napoli nel referendum istituzionale del 3 giugno 1946 s’era schierata per la monarchia con 903.651 voti contro i 242.973 voti per la repubblica. […] Nacque un capopopolo, sicuro, decisionista, sfacciato […] Era vero che i “galoppini” usassero anche del denaro per comprare i voti. Consegnavano agli elettori la metà di una “mille lire”, promettendo l’altra metà in caso di vittoria del Comandante. E lo stesso facevano con le scarpe: una subito e l’altra dopo i risultati del voto. La differenza con le promesse di oggi, è che Lauro usava soldi propri». Sì. Ma chi l’ha tradito? L’ha tradito la Storia. La sua figura è stata messa nell’oblio con troppa facilità, con troppa cattiveria. Pochi hanno evidenziato le sue grandi qualità e la sua intelligenza. Fu un individualista senza freni, un capo carismatico, un amministratore avanguardista. Nessuno ha il coraggio di ammetterlo: egli è stato imitato da tanti politici anche di fede politica opposta. Ferlaino ha perfettamente ragione.

Achille Lauro fu un genio. Credo che la sua figura meriti una rivalutazione totale. Ha sempre mirato al potere alla maniera di Machiavelli. Il fine, in democrazia, giustifica sempre i mezzi. Involontariamente mise in evidenza il paradosso della democrazia. I voti si contano, pertanto occorre il consenso ampio. Per raggiungerlo bisogna prendere contatto con tutti i cittadini. Non fu il portabandiera della destra fellona; all’inverso fu un uomo di libertà. Per certi aspetti il laurismo è l’antesignano del berlusconismo. Questo parallelismo è stato esaltato anche da Corrado Ferlaino nel suo libro. «Mi sono sempre chiesto – scrive il presidente –se Achille Lauro – quest’uomo convinto assertore delle idee forti, tutt’altro che affine al pensiero debole, con la sua vita ricca di variabili, come una specie di Zelig, e non privo di qualche punta di vanità-, non abbia consentito, con la sua lettura di vita, un’ideale anticipazione dei tempi che verranno molto dopo: parlo dei giorni nostri. E che, paragonandolo a esempio a Silvio Berlusconi, il Cavaliere non abbia percorso itinerari simili a quelli di Lauro. […] Lauro s’è distinto per aver portato in quello scenario politico le istanze popolari del Meridione, azzerando la spinta oltranzista del “qualunquismo”. Mentre Berlusconi passa agli annali della politica come colui che s’è fatto paladino della piccola e media imprenditoria settentrionale, giocando d’anticipo anche sulle istanze certamente più estremiste della Lega Nord. Entrambi hanno conosciuto vittorie elettorali e subito sono stati tacciati di populismo. Come se prendere molti voto fosse un eccesso non un successo. […] Berlusconi piomba in un’epoca di delegittimazione di una classe politica e imprenditoriale (le vicende di Tangentopoli), però non è mai entrato nel PSI di Craxi, buon amico ma ormai verso la decadenza. E non cede nemmeno alle lusinghe della DC della prima repubblica. Fonda il suo movimento: Forza Italia. Accade lo stesso a Lauro. Corteggiato dalla Democrazia cristiana che in cambio gli avrebbe offerto di fare il sindaco di Napoli per altri mandati e dopo, forse, il ministro della marina mercantile. Come Berlusconi, Lauro ha avuto sempre il pallino per l’editoria. […] C’è altro ancora. Berlusconi edificò Milano 2, il Comandante aveva già da anni costruito dal nulla il suo quartiere, il “Rione Lauro”».

In effetti è così. Il laurismo è stato un ottimo laboratorio politico per la destra italiana. Il Comandante è un “padre spirituale” della destra moderna. Perché no? Il laurismo è un’ideologia politica a tutti gli effetti. La destra laurina è individualista, liberista, anticlericale, antiegualitaria, anarcoide, aristocratica e sottoproletaria. Il Lauro pensiero trae linfa da Tocqueville, da Jünger, da von Hayek, da Cartesio, da Jouvenel e perfino da Evola. In sostanza, è la manifestazione terrena della “monarchia solare”, nonché l’espressione più riuscita della destra ultra soggettivista.

Trent’anni fa si spense Alfredo De Marsico. Trent’anni fa salutò la Terra un uomo legato indissolubilmente alla città di Avellino. Egli fu un grande protagonista del Novecento, un giurista di alto livello, un politico sobrio e battagliero. È tuttora considerato alla stregua di un “maestro”, di un “gemello di Minerva”; Enrico De Nicola lo definì “penalista emulo di Demostene”. Nacque a Sala Consilina il 29 maggio 1888. Arrivò in Irpinia in giovanissima età: frequentò diligentemente il Liceo Classico Pietro Colletta di Avellino. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza Federico II di Napoli, si laureò nel 1909 e divenne un avvocato di fama nazionale. Nello stesso anno, precisamente il 5 dicembre, esordì proprio avanti la Corte di Assise di Avellino; sostituì l’avvocato Domenico Sandulli in un processo. Parlò a braccio per ben tre ore: fu un arringa lunga e appassionata. Sempre nel 1909 pubblicò in città il primo saggio su San Francesco D’Assisi. Fu procuratore dal 1911 al 1917. Divenne successivamente professore ordinario presso le Università di Camerino, Cagliari, Bari, Bologna, Napoli e Roma. «De Marsico – scrive Luigi Labruna – è colui che più sintetizza la tradizione dei grandi giuristi del Mezzogiorno e la novità dell’ordinamento centrale, affermatosi con l’Unità d’Italia». E Sandro Setta nella Scheda del “Dizionario Biografico degli italiani” dice in riguardo del politico e giurista campano: «Istintivamente portato all’oratoria, pronunziò il suo primo discorso a 17 anni, per l’inaugurazione ad Avellino di un monumento a F. De Sanctis (1905)».

Il penalista di Sala Consilina si avvicinò alla politica in punta di piedi. Ancora adesso è un esempio. Si distinse per la pacatezza, per la ottima arte oratoria, per l’acume, per lo stile elegante. Nel corso della prima guerra mondiale tenne alcune conferenze dedicate a Cavour, Garibaldi; simpatizzò in quel periodo per Salandra e per D’Annunzio. Fondò ad Avellino un circolo di destra liberale. Fu attirato dal mito del duce: inquadrò Mussolini come un restauratore dell’Ordine. Fu eletto deputato per la prima volta alla Camera dei deputati con il Listone Fascista nel 1924. «Nelle elezioni del febbraio precedente – scrive Andrea Massaro su Giornaleirpinia – il “listone” ebbe un notevole successo eleggendo al Comune personaggi di primo piano della città come l’on. Alfredo De Marsico e altri intellettuali». Rimase in parlamento per ben cinque legislature: infatti, fu rieletto alla Camera nel 1929 e nel 1934. Nel 1939 divenne consigliere della Camera dei Fasci e della Corporazioni; fece parte della commissione parlamentare per la riforma dei codici e collaborò alla stesura del Codice Rocco. Il 6 febbraio 1943 divenne Ministro di Grazia e Giustizia; subentrò a Dino Grandi. Il duce concesse al politico campano l’appellativo di “fascista liberale”. «Alfredo De Marsico – scrive Emma Moriconi sul giornale d’Italia – è indubbiamente un personaggio di tutto rispetto del regime, sebbene sia uno dei firmatari dell’Ordine del Giorno Grandi che destituisce Mussolini, ne sia anzi uno dei promotori e certamente colui che ne fa un documento accettabile – sotto il profilo giuridico – anche dagli altri 18 firmatari. Anzi, 17, considerando che Tullio Cianetti ritira la sua adesione dopo solo poche ore». De Marsico così motivò il suo voto a favore dell’Ordine del giorno Grandi: «Se inizialmente il fascismo era un movimento rivoluzionario diretto al ripristino delle forze conservatrici in grado di ripristinare l’equilibrio politico e la dignità del Paese, la frattura con il popolo italiano e col re era oramai insanabile». Egli riconobbe una frattura tra il fascismo e il popolo, tra il Partito e la Nazione. Praticamente per De Marsico il Fascismo fallì la sua missione. Da un lato il fascismo; dall’altro il popolo con il suo re. È questo, in linea di massima, il suo pensiero. «Se la situazione fosse stata insostenibile, – disse De Marsico – poiché i popoli non hanno diritto di suicidarsi, sarebbe stato doveroso… scegliere una via onorevole per non immolarsi al sacrificio».

In seguito alla caduta del Fascismo e alla nascita della Repubblica continuò a fare politica. Si iscrisse con fede nel Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli. A causa dei suoi trascorsi fascisti rimase lontano dall’insegnamento per ben sette anni e per un quadriennio non praticò l’attività forense. Fu riammesso negli ambienti accademici soltanto nel 1950 grazie anche all’appoggio di Mario Berlinguer, padre del segretario del PCI Enrico. Tornò in Parlamento nel 1953, nell’anno d’oro del PNM. Fu eletto in senato. Nell’anno successivo abbandonò Covelli e seguì Achille Lauro nel Partito Monarchico Popolare. Lasciò così il gruppo del PNM ed entrò nel gruppo misto; nondimeno rimase in parlamento soltanto per una legislatura. Si ricandidò nel 1958 ma non fu rieletto. Continuò a sostenere le idee conservatrici e tenne alcune interessantissime conferenze su Trieste italiana, sulla Regina Elena e sul centenario dell’Unità d’Italia nel 1961. Nell’ambiente politico è ricordato anche come il “monarchico liberale”. Fu un fervente sostenitore della dinastia Sabauda, nonché un conservatore d’altri tempi. Esaltò sempre il Risorgimento e l’Unità della Nazione, pertanto sorresse sempre Casa Savoia. Egli sembra che sia sospeso a metà strada tra Cavour e Francesco Crispi. Forse si infatuò del famoso motto di Crispi: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Fu un punto di riferimento per i monarchici e per la destra moderata. Non è un caso che il politico campano sia stato stimato anche da alcuni membri del Partito Liberale Italiano e dai missini. Se la destra italiana fosse uscita dal ghetto negli anni ‘50, De Marsico l’avrebbe rappresentata degnamente nei governi. Egli sarebbe stato sicuramente un leader riconosciuto da tutti. Sarebbe stato un nome spendibile. Si annida nei suoi scritti l’ammirazione verso il Fascismo e Mussolini. Criticò la massa, i falsi miti; elogiò la Tradizione ed espresse la sua preoccupazione per il tramonto dell’occidente. Nelle vibranti pagine c’è un pizzico di Spengler, de Bonald, Burke.

Fu, anche, presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli fino al 1980. Fu nominato cittadino onorario di Avellino negli anni ’60 e presidente onorario del Foro di Avellino, Santa Maria Capua Vetere e Sala Consilina. Grazie alla sua fede monarchica fu nominato cavaliere di Gran Croce dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu insignito di una medaglia d’oro dall’Ordine degli avvocati di Lucerna. Lavorò fino all’età di 92. Nel suo ultimo processo difese Angelo Izzo, imputato per la strage del Circeo del 1975. Morì l’8 agosto 1985. Nei giorni successivi alla sua morte fu posto un suo busto a Castel Capuano: il presidente dell’ordine degli avvocati, Renato Orefice, tenne un commovente discorso funebre. Un busto di De Marsico fu collocato anche nella sala del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Sono stati scritti in suo onore diversi libri biografici e non. Molto interessante è il volume di Vittorio Valentino intitolato “Alfredo De Marsico, giurista, avvocato, oratore, gloria della scuola forense napoletana”. Non meno importante è il volume di Giuseppe D’Amico “Alfredo De Marsico: il mago della parola”. Nel 2006 si è tenuto a Napoli un convengo in onore del politico e giurista campano; gli atti del convengo sono raccolti all’interno di un volume curato da Carla Masi Doria e Massimo di Lauro.

La vita non finisce mai stupire. A volte basta una telefonata e si aprono in un istante le porte di un micro mondo misterioso e ignoto. Questa volta la telefonata è arrivata alla fine di agosto. «Vieni a Candida. – ha detto un mio amico – Alcuni cittadini hanno allestito una mostra fotografica dedicata al centenario della Grande Guerra. Potresti trovare qualcosa d’interessante. L’evento è stato organizzato grazie all’impegno di Antonio De Cristofaro e Angelo Vega». Ho accettato subito l’invito e ho raggiunto il piccolo centro irpino. La Prima Guerra Mondiale ha sempre affascinato il mio immaginario: ha stuzzicato la mia fantasia la lettura del libro Un Anno sull’Altipiano di Emilio Lussu e il film La Grande Guerra di Mario Monicelli.

A Candida davvero ho trovato qualcosa d’interessante. Ho scorto le fotografie dei soldati, le immagini ingiallite, i fogli matricolari, le lettere poetiche. Tra i fogli matricolari ho scovato quello del soldato Antonio Maffeo. All’apparenza sembra un normale foglio; questo Maffeo pare che sia stato un soldato qualunque, uno identico agli altri. Appunto pare. In sostanza, non è un soldato qualunque: il milite candidese ha conosciuto Gabriele D’Annunzio ed ha marciato a Fiume insieme con lui.

Antonio Maffeo era un soldato di Leva 1°categoria. Nacque a Candida il 30 ottobre del 1899. La sua vita è stata un’Odissea. Egli è un erede dei Bersaglieri di La Marmora, un modello, un eroe, un uomo controcorrente; egli è l’emblema della gioventù ribelle che ha creduto nella Patria. Sul suo foglio matricolare sono riportati tutti i dati salienti. Fece parte del X corpo d’armata comandato dal generale Domenico Grandi. Precisamente fece parte del 40° reggimento fanteria denominato Brigata Bologna. E la Brigata Bologna fu schierata ai margini dell’altipiano tra Fogliano e Redipuglia in Friuli. Il conflitto bellico rappresentò per il soldato di Candida il modo idoneo per uscire dalla monotonia della vita quotidiana: fu il pretesto per scatenare gli istinti avventurieri e romantici. Maffeo fu infiammato fa propositi eroici e futuristici. Fu schierato, con la 40° fanteria, sul fronte d’armistizio nel 1918. Entrò, inoltre, nella 578° compagnia mitragliatrici di Brescia; fu trasferito sul Lago di Garda e rientrò infine a Brescia. Con molta probabilità, nel mese di agosto del 1919 si unì ai granatieri di Sardegna e giunse a Ronchi, nei pressi di Trieste. In quel luogo attese insieme con gli altri l’arrivo di D’annunzio. Il poeta arrivò nella Venezia Giulia nella tarda serata dell’11 settembre.

Ho esaminato attentamente il foglio matricolare di questo soldato irpino ed ho trascritto alcune annotazioni.«Dichiarato disertore perché assentatosi arbitrariamente dal distaccamento di Airola il giorno 11 dicembre del 1917. Denunciato tale al Tribunale militare di Caserta. Costituitosi al corpo. Sospeso il procedimento in virtù del Decreto Luogotenenziale 4 febbraio 1917. Ammesso a fruire dell’immunità. Dichiarato disertore perché assentatosi arbitrariamente dal deposito del corpo il 9 gennaio 1918. Denunciato tale al tribunale militare di Caserta, trasportato al deposito del corpo. Sospeso il procedimento penale in virtù dell’articolo 1 decreto luogotenenziale 4 febbraio 1917 numero 187. Concessa dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà ed onore. Tale nel distretto militare di Avellino». Tramite la lettura delle carte emerge il ritratto di un soldato coraggioso e valoroso. Al termine del lunghissimo foglio matricolare è presente una nota molto interessante. «Tale entrò a Fiume con D’Annunzio». Credo che sia un dato intrigante, nonché importante. Non è facile conoscere il numero esatto degli “irpini dannunziani”; credo che sia un’impresa alquanto ardua. Antonio Maffeo è uno di loro, uno dei (forse) pochissimi. La certezza è una soltanto: Antonio Maffeo è l’unico legionario dannunziano di Candida.

Alcuni reparti del Regio Esercito occuparono la città di Fiume; la città adriatica era contesa, in quel tempo, tra il Regno di Jugoslavia e L’Italia. La ribellione fu organizzata da un fronte nazionalista guidato da Gabriele D’Annunzio. I militi italiani arrivarono a Fiume il 12 settembre del 1919. Filippo Tommaso Marinetti definì gli autori dell’impresa alla maniera dei “disertori in avanti”; anche Maffeo fu un disertore in avanti. «Alle 11 del 12 settembre 1919, dunque, – scrive Massimo Infante nel libro Storia segreta del Fascismo – D’Annunzio e suoi uomini, così ormai si può chiamarli, entrò in Fiume fra gli evviva, al suono a stormo delle campane della torre civica e all’urlo di una potentissima sirena. Era la cornice perfetta, quella che egli e i suoi ammiratori avevano sempre sognato per imprese di tal genere e per i loro eroi. D’Annunzio prese possesso di Fiume in nome dell’Italia e dal balcone del Palazzo del governo arringò la folla.[…] Le bandiere alleate vennero abbassate con l’onore delle armi e sulla città rimase a sventolare solo il tricolore, mentre le truppe straniere sgomberavano pacificamente per evitare incidenti. Le navi da guerra Dante Alighieri e Emanuele Filiberto si rifiutarono di eseguire l’ordine di partenza e la maggior parte dei loro marinai si unì con i dannunziani; il poeta tornò a farsi chiamare Comandante come durante la guerra e sfidò il governo, la Jugoslavia e la Conferenza della pace, giurando che non avrebbe abbandonato quel territorio fino a quando la città non fosse stata annessa».

Ho approfondito la mia ricerca sul milite Antonio Maffeo proprio a Candida. Ebbene ho recuperato alcune notizie. Maffeo ebbe una vita intensa. Imparò il mestiere di fabbro in giovane età; nondimeno abbandonò subito la professione per servire la Patria. Non era abbastanza alto: aveva il naso arricciato, il mento a punta, gli occhi castani, il colorito roseo, la dentatura sana. Viveva per l’azione. Era irruento, istintivo. Fu richiamato alle armi anche il 15 giugno del 1940; entrò nel 239° battaglione mobile (centro di mobilitazione distretto di Avellino). Ma fu subito esonerato in virtù dei suoi quarantuno anni. Si sposò per ben due volte. Fu il padre di 12 figli. Per amore del Re assegnò il nome di Vittorio a suo figlio; per ammirazione verso il Duce assegnò il nome di Benito a un altro figlio. Infine, per rispetto del cugino minatore morto nel disastro di Marcinelle, assegnò il nome di Giovanni all’ultimo pargolo di una prole numerosissima. Morì in Irpinia all’età di settantuno. Concluse così la sua eroica vita degna di un romanzo d’avventura e di guerra. La sua storia è certamente molto affascinante. Penso che codesto milite sia un valoroso figlio della terra irpina. «Antonio Maffeo fu un patriota a tutto campo, – così ha detto il mio amico – fu un ardito, un “caimano del Piave”. Per lui la guerra era la vita. Si schierò sempre in prima linea». Insomma, egli servì sempre la Patria, non si tirò mai indietro e non ebbe mai paura.

Non fu una scelta facile. Fu una scelta sofferta, molto sofferta. Alfredo Covelli lasciò il Movimento Sociale e aderì a Democrazia Nazionale. In fin dei conti lo sapeva: il suo progetto politico si stava lentamente disintegrando. Svanì, probabilmente, in quei giorni del 1976 il sogno della Destra Nazionale. Il MSI viveva il periodo di massimo isolamento della sua storia. Il ’76 è stato un anno orribile per la destra italiana. Alle elezioni del 20 giugno la fiamma ottenne una sonora sconfitta; in sostanza, ottenne il 2,6 per cento in meno rispetto al 1972. Molte furono le cause del flop. In quel periodo andò di moda l’infausta “caccia al fascista”: i fatti di sangue, i pestaggi e le violenze sollevarono un grido d’indignazione; l’elettorato moderato tradì il partito e la classe dirigente fallì il suo obiettivo. Gli impietosi risultati furono al centro di un’attenta analisi politica.

Il leader della corrente “Linea futura” Pino Rauti gettò ancor più benzina sul fuoco: contestò le scelte del comitato centrale e propose lo “sfondamento a sinistra”. Rauti avrebbe voluto portare il MSI su posizioni movimentiste, avanguardiste, ambientaliste. Insomma, coniugò le istanze dello spiritualismo con le tematiche sociali: si rifocillò alla fonte di Alain de Benoist. Iniziò così a sostenere il comunitarismo e il radicalismo anti borghese. La maggior parte dei giovani militanti si schierò con lui; tanti ragazzi entrarono nella corrente Linea Futura. Nacquero allora i campi hobbit e i giornali d’area. La visione politica di Alfredo Covelli, ovviamente, era radicalmente diversa da quella dei membri della corrente rautiana. Il politico di Bonito divenne l’anti Rauti della destra italiana. Egli mirava all’alternativa nel sistema; mirava alla nascita di un grande soggetto politico di destra liberale, un raggruppamento politico simile al RPR francese, alla CSU bavarese e al Partito Conservatore inglese.

La stella cometa di Giorgio Almirante, invece, era la destra radicale europea (falangisti spagnoli di Fuerza Nueva, transalpini del Parti des Forces Nouvelles); Rauti esaltava de Benoist e proponeva lo sfondamento a sinistra. L’irpino Covelli, invece, sostenne l’esigenza di costruire una Nuova Destra totalmente differente dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist.

Covelli era il punto di riferimento dei moderati, nonché l’intellettuale di spicco della destra italiana d’ispirazione anglosassone. Secondo il giornalista Fabio Torriero, il politico di Bonito è simile a Cavour: è italiano di nascita ma inglese di adozione. La destra covelliana è costituzionale, democratica, liberale. Covelli rivalutò la Destra Storica, Burke, Prezzolini, il liberismo. Egli avrebbe voluto spostare il MSI-DN sulle posizioni del Partito Conservatore britannico. Il MSI-DN covelliano avrebbe certamente costituito una ventata di novità all’interno dello scacchiere politico. Da una parte c’erano l’alternativa e lo scontro frontale; dall’altra un progetto effimero e concreto allo stesso tempo. E in mezzo Almirante.

Erano tre tipi di sogni differenti. La realtà era tremendamente diversa. Quello era il tempo del compromesso storico. Per Nicola Rao, il MSI del 1976 era diviso in tre aree ben distinte. C’erano i neo fascisti (rautiani), i “fascisti” (almirantiani e, inizialmente, i membri Destra Popolare di Massimo Anderson) e gli afascisti (democrazia nazionale). Allora, i membri di Democrazia Nazionale erano afascisti perché avevano superato le secche del passato. Ma senza rinnegarlo. «In Democrazia Nazionale – dice Ernesto De Marzio – ci fu una totale fuoriuscita ideologica e programmatica dal fascismo. Ma non fu un ripudio. Il fascismo per noi era un fenomeno chiuso, ma non negativo. Dicevamo che era un’esperienza conclusa, ma non sbagliata. Mi sono sempre rifiutato di ripudiarlo. Se non sei più d’accordo con le idee di tuo padre, è giusto non seguirlo più, ma non per questo hai il diritto, tanto meno l’obbligo, di sputargli addosso, come invece mi sembra sia successo a Fiuggi… La nostra trasformazione ebbe un’incubazione lunga e travagliata. Durò almeno sette anni. E passò attraverso la lettura di molti testi e un’innumerevole serie di dibattiti e discussioni, anche violente. Non è stata decisa in quattro e quattr’otto… Si parlava di Tocqueville e Mosca, di Burke e di Evola. […] Senza parlare del fascismo, insomma, dichiarammo che accettavamo i principi liberaldemocratici, aggiungendovi dei connotati di destra. Purtroppo la nostra iniziativa fu sfortunata».

Qualche giorno prima della riunione del comitato centrale del 10 ottobre, gli onorevoli De Marzio, Nencioni e Roberti scrissero una missiva indirizzata al Presidente del MSI Alfredo Covelli. I tre politici annunciarono al Presidente la nascita di una corrente moderata denominata “Democrazia Nazionale”. «Caro Covelli – così inizia la lettera – come ti è ben noto, dopo il 20 giugno si è determinata nel partito una situazione di frattura, che ha praticamente distrutto il carattere unitario che fino allora aveva informato la linea politica e l’organizzazione del MSI-DN. […] Venuta meno così l’unità del partito, sono sorte ovviamente le correnti: quella di Rauti, di linea futura, una nostra, in via di costituzione, e di fatto, quella del Segretario del Partito con la sua maggioranza. Tale diversa fisionomia del partito, rende impossibile ovviamente che il Congresso (deciso prima che questa situazione si determinasse) possa svolgersi con criteri, sistemi, regolamentazioni di un Congresso unitario, così come si erano svolti i due precedenti…». L’8 ottobre Covelli si recò da Giorgio Almirante per discutere della situazione politica all’interno del MSI-DN. L’irpino perorò la causa del rinvio della riunione del Comitato Centrale e del regolamento. In fin dei conti troppe cose erano successe. Ma Alimirante e il Comitato Centrale ricacciarono decisamente la richiesta. L’istanza di Covelli fu respinta con 122 voti contro 42.

«In questo 1976, insomma – scrive Nicola Rao nel libro La fiamma e la celtica – da una parte c’è Rauti – sempre più egemone nel mondo giovanile – che spinge verso sinistra, dall’altra ci sono molti dirigenti stanchi della violenza diffusa e dall’ambiguità almirantiana, che premono verso il centro e chiedono una definitiva fuoriuscita dal ghetto. Almirante, temendo una doppia spaccatura, si irrigidisce e sceglie il male minore: quello di perdere per strada un pezzo del vertice piuttosto che la quasi totalità dei giovani e della base. Così torna sulle posizioni dell’alternativa al sistema e respinge le richieste di far slittare il congresso del gennaio 1977, avanzata da De Marzio. A quel punto la rottura è inevitabile. Nel dicembre 1976 escono dal partito 17 deputata su 35 e 9 senatori su 15». Nacque, così, Democrazia Nazionale.

Il politico di Bonito lasciò, quasi controvoglia, il MSI-DN e aderì al nuovo soggetto politico denominato Democrazia Nazionale – Costituente di Destra. Tuttavia non c’erano altre scelte. La destra italiana era praticamente divisa e una parte della classe dirigente aveva abbandonato il MSI. L’irpino, prima di lasciare il partito, scrisse una lettera di dimissioni dalla carica di presidente rivolta ad Almirante. «Caro Almirante, – scrisse Covelli – al punto in cui sono giunte le vicende del Partito, dopo la drastica decisione presa ieri dall’Esecutivo, non posso che registrare la definitiva totale vanificazione di tutti i miei tentativi, di tutte le mie speranze. Ho creduto fino all’ultimo che si potesse salvare l’unità, convinto che questa valesse qualsiasi sacrificio. Mi sono purtroppo sbagliato: ne sono profondamente amareggiato. In queste condizioni non mi sento più a mio agio nel Partito che insieme a te avevo contribuito a rifondare in uno spirito unitario e di pacificazione che i nostri avversari avevano invidiato: non mi sento più a mio agio nel Partito che gradualmente ad opera dei tuoi più stretti collaboratori si è andato allontanando dalle posizioni che erano state fissate nel Congresso Nazionale del 1973. Pertanto ti prego di prendere atto delle mie irrevocabili dimissioni. […] All’indomani delle elezioni politiche del 1976 alcuni parlamentari e dirigenti di partiti si sono organizzati in corrente con l’intento di indurti a scegliere fra le posizioni estremistiche sostenute fuori e dentro la cerchia dei tuoi amici e quelle ispirate ad una ortodossa interpretazione degli impegni assunti all’atto della costituzione della Destra nazionale. Pur sentendomi vicino alle posizioni della corrente “Democrazia Nazionale”, ritenni che un Presidente del partito avesse il dovere di evitare che il contrasto producesse effetti laceranti. Per questo ti esortai a rinviare di una settimana il Comitato Centrale che avrebbe dovuto discutere il regolamento congressuale: il rinvio, a mio parere, avrebbe dovuto essere utilizzato per tentare un accordo con gli amici di Democrazia Nazionale. […] Ti confermo che non ero al corrente della decisione dei deputati di “Democrazia Nazionale” di entrare nella Costituente di Destra, accettando l’invito di quella organizzazione per la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo. Prescindo dalle valutazioni formali e, riferendomi a un giudizio di merito, ritengo che quei deputati, aderendo alla Costituente di Destra, abbiano inteso, come hanno poi spiegato, riaffermare la loro convinzione circa la validità della scelta irreversibile del sistema costituzionale italiano, sistema di libertà e di democrazia. Al tuo posto li avrei inseguiti, sissignori, li avrei inseguiti, per un’ultima amichevole spiegazione e per un’ultima amichevole contestazione, sempre con l’intento, fors’anche disperato, di salvaguardare l’unità del Partito: penso ancora oggi che sarebbe stata vieppiù nobilitata la tua funzione, sia che il tuo tentativo avesse sortito esito positivo, sia che avesse sortito esito negativo. […] Ti prego di credere che la mia decisione è accompagnata da profondo rammarico, posso dire da sincero dolore; non si possono dimenticare, infatti, nel momento del commiato, tanti amici con i quali si è combattuto assieme in una difficile ed esaltante trincea. Continuerò la mia battaglia come e dove potrò, con i sentimenti e gli ideali per i quali e con i quali ci siamo incontrati: sentimenti ed ideali che se professati e sostenuti in buona fede, non potranno, io credo, io spero, non farci incontraci ancora».

Arrivò così la scissione e la corrente divenne un partito: nacque Democrazia Nazionale. Uno dei principali protagonisti fu l’onorevole Raffaele Delfino, l’autore del libro intervista Prima di Fini. Alfredo Covelli, Achille Lauro e tanti altri monarchici entrano immediatamente nel partito. Massimo Anderson e i membri della sua corrente Destra Popolare aderirono in un secondo momento. Democrazia Nazionale fu un esperimento intrigante e inconcludente allo stesso tempo. Fu la prima formazione italiana di centrodestra. I leader del movimento sostennero le tesi del neoliberismo. Furono organizzati anche molti convegni interessanti: presero parte agli appuntamenti alcuni economisti importanti. Insomma, fu una vera rivoluzione copernicana. Alfredo Covelli mise in evidenza le sue teorie nel corso di numerosi appuntamenti politici. Vagheggiò la genesi di una Nuova Destra funzionale al gioco politico. «I partiti – disse ad Avellino – o sono funzionali al sistema o finiscono fuori gioco». Appunto il MSI – DN era finito “fuori gioco”; o meglio, non era mai entrato in partita.

Il MSI perse la metà della classe dirigente ma non la base: alle elezioni politiche del 1979 recuperò i suoi voti e Democrazia Nazionale fu spazzata via dalla scena nazionale. Covelli non riuscì a esser nuovamente rieletto in parlamento e concluse la sua importantissima esperienza politica. In Irpinia andò in scena uno scontro durissimo nelle elezioni amministrative. La fiamma allestì in tutti i comuni le liste di partito. I missini cercarono in tutti i modi di recuperare il consenso perso. Ebbene ci riuscirono. Ovviamente a discapito dei candidati demo nazionali.

Concludo con una considerazione di Domenico Mennitti. Il politico pugliese non aderì a Democrazia Nazionale e rimase nel Movimento Sociale. A distanza di tanti anni ha rilasciato una dichiarazione in riguardo della scissione del 1976. «Pur non avendo aderito a Democrazia Nazionale, – dice Mennitti – oggi, dopo tanti anni posso dire che fu un tentativo giusto, ispirato da motivazioni condivisibili. Ma era sbagliato il momento. In quegli anni non serviva un altro partitino che si aggiungesse ai numerosi satelliti già esistenti intorno al grande patto Dc-Pci del 1976-79. Elettoralmente era molto più utile, e Almirante lo capì appieno, un forte movimento di destra radicale, caratterizzato da una militanza dura e che svolgesse un forte ruolo di opposizione. A questo occorre aggiungere che Rauti si era spostato su posizioni di sinistra ed era l’unico che portava avanti tesi affascinanti per i giovani. In un momento in cui i nostri ragazzi non riuscivano a mettere piede nelle scuole, nelle università, in cui i morti di destra si contavano a decine, i valori ispirati da Rauti erano gli unici che potessero affascinare i nostri militanti».Egli reputa giusta la svolta; tuttavia crede che sia stata compiuta in anticipo rispetto alla tabella di marcia della storia. In parte, reputo che sia vero. Differisco, leggermente, soltanto sul giudizio in merito a Pino Rauti. Certo, Rauti ha affascinato la gioventù più degli altri dirigenti del partito; ciò nonostante Covelli era già negli anni ’70 “troppo avanti”. Le tesi di Covelli, condivisibili o meno, ammaliano ancora oggi. Forse più di ieri.

Ultimamente ho letto le “Considerazioni su alcuni diari manoscritti attribuiti a Benito Mussolini” scritte dal professor Emilio Gentile. Aleggia una sorta di mistero intorno a queste agende. Molti storici mettono in discussione l’autenticità. Secondo il professor Gentile «permangono fondati motivi per dubitare che il loro autore sia stato Benito Mussolini». Di parere diverso è lo storico inglese Denis Marck Smith; per lo storico Smith i diari sono stati scritti realmente dal duce. Di là dall’autenticità sono stato attirato dallo stile della descrizione inerente al viaggio nel meridione. Una cosa è certa: il duce raggiunse l’Irpinia nell’agosto 1936 in occasione delle grandi manovre militari; raggiunse la provincia di Avellino anche il Re Vittorio Emanuele III. Il Corriere della sera pubblicò alcuni articoli per esaltare l’importantissimo evento. Tramite la lettura delle pagine del diario, emerge il ritratto di un uomo romantico, solitario, malinconico, crepuscolare. Credo che sia un ritratto, per certi aspetti, inedito. Se il capo del Fascismo avesse scritto davvero codeste pagine, avrebbe fatto emergere un animo lunare. Egli avrebbe descritto sul suo diario un’Irpinia idilliaca e civile. Forse aveva ragione Curzio Malaparte: nell’anima del duce sosta lo spirito decadente. Nelle agende è trattegiato il viaggio in Irpinia in maniera meticolosa. Le descrizioni sono precise e sincere.

Come detto in precedenza, il Corriere della Sera raccontò tutto il viaggio meticolosamente. Il 25 agosto Mussolini vide Avellino e attraversò i borghi di San Potito, Parolise, Salza e Volturara. «Stamane di buon ora – avrebbe scritto – visita alla truppa operante in tutta l’Irpinia. Lascio Avellino particolarmente suggestiva. La città vecchia mi piace, fra strade e vicoli emerge il duomo vetusto, solenne, mentre la città nuova è tutta ridente fra il verde. San Potito Ultra, Paroline e Salza Irpina sono borghi rurali […] A Volturare la strada sale a Monte Marano alla piana del Dragone sfileranno le truppe che parteciperanno alle grandi manovre. In invero la Conca del Dragone raccoglie le acque che sorgono dal terreno per le falde loriche sotterranee e per le fiumane che si rovesciano dalle alture circostanti e si trasforma in un lago ma in primavera le acque per un fenomeno carsico si ritirano, scompaiono e la valle si trasforma in una zona erbosa fiorita invitante al pascolo ai numerosi greggi. Sosta piacevolissima presso Ponte Romito all’ombra di un gigantesco castagno mi fermo. Colà mi viene offerta una frugale merenda. Ritorno ad Avellino abbastanza stanco.» Il diario e il corriere della sera riportano la cronaca della giornata e le tappe intermedie; Paroline ovviamente è Parolise. Anche sul corriere il nome del paese è stato riportato erroneamente.

Il giorno successivo Mussolini andò a trovare Mamma Schiavona. «Salgo al santuario di Monte Vergine – avrebbe scritto – vi si giunge per una strada impervia fra le selve della Valle della Guardia e la dura salita del Portento. Ad Ospedaletto d’Alpinolo la via è cosparsa di lauro e di mirto! […] Visito attentamente il Santuario riccamente adorno di marmi e di affreschi e custode di leggende e di lontane memorie. […] Pare che gli Osci vi avessero eretto un tempio a Cibele che Virgilio vi salisse per apprendere dai sacerdoti della Dea le profezie sibilline». Ovviamente la salita del Portento è la salita del Partenio. Attenzione. Sul corriere della sera, questa volta, il nome del monte è scritto in modo giusto: Partenio e non Portento. La descrizione del Santuario è molto affascinante. Pare che il luogo sacro custodisca al suo interno remotissime leggende sature di magia. Sembra che l’autore di queste righe abbia uno stile simile a quello di Guido Piovene e di Marco Polo.

Il viaggio in Irpinia terminò il 27 agosto. «Giornata laboriosa. – avrebbe annotato il duce – Non sono ancora le sette quando esco da Avellino […] Dopo la visita alle miniere di zolfo a Tufo mi compiaccio di una sosta sotto un folto di castagni […] Colazione a sacco. Dalle auto vengono recate delle provviste. Si aprono i cestini delle cibarie. È il tocco passato quando il viaggio riprende sotto un sole infuocato verso Potenza». Sul giornale è riportata anche una sosta ad Altavilla Irpina. Sul diario non c’è nessun riferimento. Inoltre il diario e il giornale riportano l’orario di partenza: l’escursione ebbe inizio alle ore 7:00 del 27 agosto. È possibile notare un’altra particolarità: il capo del Fascismo sostò più di una volta sotto un albero di castagno per mangiare. Si fermò a Ponte Romito e in una zona tra Tufo e Altavilla Irpina. Sul diario è presente una sosta dedita al cibo a Tufo mentre sul giornale è indicata Altavilla Irpina; e nel corso della giornata la carovana si fermò per ben due volte. Sul Corriere della sera del 27 agosto ’36 così è riportato: «Poco dopo Altavilla Irpina l’autocolonna si ferma un’altra volta. Il Duce scende e si avvia con il seguito verso un folto di castagni. Dalle macchine vengono portati i cestini con provviste. Merende sull’erba. È il tocco passato. Il sole dardeggia nel pomeriggio quando il Duce riprende il viaggio verso Potenza». È facile notare la concordanza frequente tra le parole del diario e quelle utilizzate nei giornali. Per il professor Gentile questa concordanza «potrebbe essere spiegabile con l’ipotesi della “autenticità postuma”, cioè immaginando un Mussolini che riscrive i suoi diari durante la seconda guerra mondiale, rinfrescandosi la memoria con la lettura dei giornali». Questa ipotesi è certamente affascinante.

La provincia di Avellino non è dipinta con i soliti stereotipi della zona depressa e antiquata; all’inverso è dipinta alla maniera di un’oasi, di una bolla d’acqua dolce in mezzo a un mare salato. Questa Irpinia sembra una piccola Svizzera e una minuscola Irlanda. La narrazione è colma di un’enfasi fiabesca e addirittura remota; l’Irpinia somiglia a una donna immaginaria, a un micro cosmo degno dei romanzi di Tolkien, a un regno di un personalissimo Odino. Pare che il duce abbia percorso le strade di una Terra irreale; pare che sia messo in marcia per ritrovare il Graal o l’anello magico. Ovviamente sono tutte suggestioni.

È un Mussolini inedito, intimista, serotino; sorge tra le parole uno strano eco letterario. Se questi diari fossero stati scritti da lui con certezza, verrebbe a galla un’immagine alquanto inconsueta. Egli proseguì il suo viaggio verso la Lucania. E descrisse una Lucania arretrata. Almeno sembra. Anche il giornale non presenta benissimo questa regione. Il duce avrebbe scritto: «Sul fianco del ripidissimo costone che precipita nella valle si aprono centinaia di abitazioni troglodite. Siamo indietro di diecimila anni! I vecchi governi anche quando ebbero uomini della Lucania non si occuparono di questa regione che è l’immagine della miseria. Il sasso dovrà sparire e rimanere soltanto un’attrattiva per turisti».

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