Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog Powered By GSpeech
Login

Romeo Castiglione

L’opera del De Sanctis come esperimento di rottura

In un mercatino dei libri, mattina di primavera, dieci anni fa. Rovisto, cerco qualcosa d’interessante, copertine ingiallite, pagine dimenticate, volumi vecchissimi, volumi recenti. Prendo questo e quest’altro e quest’altro libro e continuo e rovisto e non ho voglia di andare via e cerco ancora e romanzi e saggi e questo no e cerco ancora e pesco Un Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis a cura di Attilio Marinari – Guida Editori. Lo prendo. Certo. Lo prendo. Altro che. Sfoglio il volume e pagine e pagine e che bella introduzione. E, nel mercatino dei libri, mi perdo nel mare dei ricordi. Allora prendo il Viaggio e lo leggo subito: inizio stasera e vediamo un po’ e cose del genere.

Sono passati dieci anni da quella mattina di primavera e tante cose sono cambiate. Conservo con cura quell’edizione del Viaggio e spesso rileggo con piacere l’introduzione del professor Attilio Marinari. La sua introduzione brillante mi ha aperto la mente e mi ha fatto conoscere un De Sanctis per me nuovo. Cercate questa edizione del 1983 e leggete l’introduzione del professore: è davvero interessante. Il 10 luglio è caduto 93° anniversario della nascita del professor Marinari. È doveroso ricordarlo per tanti motivi: fu uno degli italianisti più importanti del Sud nonché uno studioso di Francesco De Sanctis.

Il professore Attilio Marinari nacque a Montella il 10 luglio 1923. Studiò a Montella, Sant’Angelo dei Lombardi. S’iscrisse al Liceo Pietro Colletta di Avellino; il periodo avellinese fu per Marinari molto importante: conobbe Guido Dorso e un giovanissimo Fiorentino Sullo. Frequentò la biblioteca di casa Maccanico e lesse le opere di Croce, Sturzo, Nitti, Salvemini, Gobetti, Omodeo. In quel periodo il professore originario di Montella iniziò a interessarsi ai problemi di ordine politico e sociale. Nel 1942 s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’università di Napoli Federico II; il 17 luglio 1947 discusse la tesi su Sallustio nella storiografia di Tacito davanti al noto latinista Francesco Arnaldi. In seguito insegnò alla scuola media di Montella e nei licei di Desenzano sul Garda e Avellino. Divenne preside dell’istituto magistrale di Lacedonia del 1961 e nel 1971 arrivò al Colletta di Avellino, in qualità di preside. Marinari concluse l’attività di preside al Liceo Terenzio Mamiami di Roma. Trascorse a Roma ben diciassette anni: furono anni intensi, anni contraddistinti dalla contestazione giovanile, dal ’68, dalla voglia di cambiamento, dalla voglia di uscire dal grigiore e dalla monotonia. Il professor Marinari pubblicò la monografia di Gabriele D’Annunzio (D’Annunzio e la poesia moderna Tip. Pergola 1963), la monografia di Emilio Praga (Emilio Praga, poeta di una “crisi”, Guida 1969) e altri volumi molto interessanti. Scrisse una bellissima introduzione al Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis e curò nel 1983 l’edizione del Viaggio Elettorale – Guida Editore Archivio del Romanzo. Morì a Roma nel 2000. Nell’estate 2014 il figlio Enzo, ordinario di Fisica all’Università La sapienza, donò alla Biblioteca Centrale dell’Università di Salerno il fondo librario del professor Attilio Marinari e della moglie Dora Tomasone. Il fondo è collocato per lo più in armadi al secondo piano della Biblioteca; molto importanze è senza ombra di dubbio il settore italianistico (pieno di volumi di saggistica novecentesca), ci sono anche volumi del filone antico, storico, artistico e filosofico, antiquariato.

Attilio Marinari divenne amico di Dante Della Terza. E Della Terza ricordò il professor Marinari nello scritto dedicato ad Antonio Maccanico (Antonio Maccanico: le trame di un incontro memorabile). «Mi tornano in mente – scrisse Della Terza – le vicende lontane che mi coinvolsero e che coinvolsero con me la scuola che frequentavo: un Ginnasio “isolato”, arroccato in un ameno paese dell’Alta Irpinia: Sant’Angelo dei Lombardi. […] C’era Attilio Marinari che era stato indirizzato in prima istanza dal padre, esigente nel delineare la carriera dei figli, verso l’impegno religioso: Attilio era stato destinato ad un futuro da frate cappuccino. Affranto però dalle scelte culinarie dei Cappuccini, affidate a vettovaglie da lui disaminate (paste e ceci in modo prevalente), dandosi alla fuga, se ne era tornato a casa nella nativa Montella e, superato ogni dissapore del padre, si era iscritto al Ginnasio più vicino al suo paese. Aveva subito dato agio al proprio talento, destinato, nel corso degli anni, a trovare recettiva comprensione nel prestigioso scrittore avellinese – Carlo Muscetta – che, a nome degli editori Laterza ed Einaudi, affiderà a lui l’edizione degli scritti di Francesco De Sanctis».

In questo spazio mi soffermerò soltanto sull’ introduzione al Viaggio Elettorale di De Sanctis scritta da Attilio Marinari (in modo particolare sulla Genesi letterario del Viaggio e sulla Realtà e Letteratura del Viaggio). Perché è davvero interessante. Marinari ha definito il Viaggio come «esperimento di rottura» nei confronti di una certa tradizione. E sono rimasto affascinato da questa definizione e ho iniziato a venerare il Viaggio di De Sanctis e ho iniziato a stimare il professore Marinari. Viaggio come esperimento di rottura.

«La genesi lirica di molta parte del Viaggio – scrisse il professore Attilio Marinari nell’introduzione al Viaggio elettorale – è, ad esempio, documentata sia nella lettera a Virginia, sia nella dedica ai nuovi e vecchi elettori che il De Sanctis premise alla prima edizione in volume dell’opera e che fu composta a un anno di distanza dall’opera stessa. Nella lettera di dedica, quella Virginia Basco è, in realtà, il simbolo rappresentativo della vecchia Torino preunitaria […]. È soprattutto una immagine fortemente lirica […], e richiama intorno a sé, […] tutta una gamma di vibrazioni sentimentali». Genesi lirica documentata nella lettera a Virginia Basco. Virginia è il simbolo della Torino preunitaria: è un’immagine poetica, forte.

Un De Sanctis che ama ritirarsi nel conflitto interiore: pensiero e azione. «Il De Sanctis – scrisse il professore Attilio Marinari – ama molto ritirarsi in questo conflitto interiore tra pensiero e azione, e sa anche dimostrarci come, in questa fase della sua vita, il secondo termine tenda ad assumere la prevalenza rispetto al primo. Ma, quando la controversia si riporti in termini oratori, la nettezza del distacco sparisce, e sparisce perfino il distacco stesso: nella ricerca di argomenti per il suo discorso egli non esiterà a ricorrere ad alcuni bei versi di Schiller; e, quando il discorso sarà recitato, verranno fuori il ricordo dei primi anni, il gemellaggio sentimentale tra Morra e Lacedonia».

E la lettera a Virginia è davvero indicativa. Giustificazione lirica ma anche programma letterario dell’opera. «Sintomatico sembra, tra l’altro, – scrisse Attilio Marinari – che la patina del linguaggio quotidiano sia particolarmente sensibile proprio in quella «lettera a Virginia», che, come si è detto, rappresenta, oltre che la giustificazione lirica, il programma letterario dell’opera. Qui troviamo l’atteggiamento vezzeggiativo che è proprio del parlato desanctisiano («posticino», «letterina», «letterone», «paeselli», «giovinetta», «poverino»), il gusto dell’anacoluto («Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora le pretende a letterata») e dell’esclamazione («Caspita!», «Poverino!»), il compiacimento, infine, dell’appellativo intimo e familiare («la mia Marietta», «quella povera Sassernò». Gli stessi elementi si troveranno sparsi – ma con frequenza molto minore – in tutta l’opera, in essa conserveranno sempre un certo carattere di eccezionalità: quasi in obbedienza ad una scelta recente, di fronte alla portata della quale si resti timorosi. Nel primo capitolo, ad esempio, ritorna quel «Marietta mia», reso ancor più familiare dal rimprovero che il De Sanctis attribuisce a sua moglie come consueto («Tu non sei più un giovanotto […] con tanti anni addosso…»), e dal considerare la muliebre esortazione al buon senso come «una traditora» […]. Ma il contesto nel quale tutto ciò è inserito è tipicamente letterario, e nella fattispecie leopardiana («cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni»: ossia, fuor di perifrasi, il «natio borgo selvaggio»). Così qualche pagina dopo, si legge: «mi coricai subito. Sentivo sonno Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo l’arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero»; dove per la prima volta entra direttamente il vocabolo di gergo (non se ne incontreranno poi molti) e dove la frequenza di stilemi dialettali («sentivo sonno»; «ma che sonno e sonno»; «cappello a tre pizzi») è particolarmente folto. Ma subito appresso: «Il povero Alfonso, ch’è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva»: che è ancora linguaggio quotidiano, («tirava forte», «faceva sì e no»), ma mutato e in qualche modo «tradotto» dalla letteratura del Manzoni».

Dunque, la lettera a Virginia è il programma letterario dell’opera. Lo sostiene con forza il professore Marinari. «È chiaro, insomma, – scrisse Marinari – che l’operetta dal De Sanctis, proposta all’esame di Virginia e di quanti altri futuri lettori, vuole essere l’esempio realizzato di un’arte che in ogni modo riesca a «calare l’ideale nel reale», nella linea di fondo dell’adesione «metodologica» (e, di conseguenza, delle riserve «dottrinarie» del De Sanctis al «realismo» contemporaneo». E il programma letterario dell’opera è molto affascinante. Istintivamente vengono in mente due nomi illustri: Manzoni, De Amicis. De Sanctis utilizza l’anacoluto come Manzoni (quel “Virginia, non le basta essere divenuta una principessa; ora le pretende a letterata” di De Sanctis mi ricorda “lei sa che noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto” di Manzoni). E le esclamazioni del De Sanctis (Caspita! Poverino!) sono simili a quelle di De Amicis (Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! – Cuore). Anche Marinari, come Aurigemma, accosta timidamente De Sanctis a De Amicis: vena sentimentale e realismo che osserva poco i canoni dell’obiettività «pur con le moltissime, sostanziali riserve che la cosa comporta». L’Io campeggia romanticamente. «C’è comunque nel Viaggio – scrisse Marinari – un bisogno di nuovo che si manifesta dappertutto. E, se si dovesse indicare la zona in cui esso dà i suoi esiti più positivi, non ci sarebbe da dubitare a sottoporre l’attenzione di chi legge la struttura periodale del tessuto narrativo. […] Ed è questo ciò che veramente conta per un innovatore quale il De Sanctis volle essere e fu; è questo ciò che accomuna la funzione de linguaggio del De Sanctis (non solo narratore, ma anche e soprattutto critico e saggista) a quella del narratore Verga: che dopo di loro la nostra lingua si è «fatta» diversa; che essi hanno indicato una linea irreversibile a tutta la prosa italiana; che chiunque sia venuto dopo di loro ha dovuto, comunque, «fare i conti con la loro presenza storicamente e culturalmente viva».

 

Il Viaggio elettorale

Uno dei miei libri preferiti: lo adoro. Fu pubblicato a puntate sulla Gazzetta di Torino e fu ristampato in volume nel 1876 (Editore Morano di Napoli); uscirono altre edizioni a cura di Capobianco, Cione, Tedesco, Gallo, Cortese, Marinari, Finzi. Dentro c’è l’Alta Irpinia, la gente meridionale, l’algido inverno. Se il Viaggio fosse oggetto di studio all’interno di un programma televisivo come il Tempo e la Storia, sicuramente verrebbe accompagnato (nel trittico Libro Luogo Film) dalla location dell’Alta Irpinia (Morra in modo particolare) e dal film La donnaccia di Silvio Siano. Gennaio 1875, inverno, Irpinia, ritorno alle origini. Preme dentro di me quest’opera preziosa. La conservo. È letteratura popolare, prosa viva. Ho letto il viaggio alla maniera di un romanzo e l’ho riletto e riletto ancora. Parole dolci, stilemi dialettali, esclamazioni, vezzeggiativi. Tra le righe ho trovato un De Sanctis stanco, umano, pensieroso. Cammina, dorme poco, sogna, medita sulla vacuità della vita. «Dove sono i miei amori, – scrive – i miei ideali? Chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire padre e madre, e maestri, e amici, e compagni». De Sanctis scrive sui fogli il ricordo dei sogni. Visioni oniriche, echi di solitudine. «Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell’Ovo, e molte altre volte».

Il suo viaggio è una corda tesa tra il tempo perduto e il miraggio. Balconi, sguardo perso in piena notte e all’alba. Il Vulture, le cime innevate, le immagini sfocate, Melfi nascosta nel buio. E vedo con la mente Calitri la nebbiosa: il paesaggio si stende sul letto. Nebbia grigia, aria di neve, cielo cupo; le donne calitrane con lo scialle accarezzano le nuvole. Sorgerà domani il nuovo sole, il Sole di Calitri. E Bisaccia, il castello e la stanza del Tasso. E Andretta e Lacedonia. E Rocchetta… Rocchetta la poetica: serenate, canzoni, odori di Puglia. Fuochi d’artificio, Cairano in festa, Cairano senza la donnaccia, Cairano Bellissima. E Teora impenetrabile e soltanto sfiorata.

È un ritorno al passato. «Date la patria all’esule». Così disse Francesco De Sanctis. E lo disse con sincerità. E lo scrisse a Virginia Basco. «Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana. E tu commossa mi dicevi: poverino!». Sì. Diceva poverino. E scriveva. «Scrivere mi riesce difficile, perché non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti […], quel foglio mi pare brutto, e lo stracci e da capo». Parole stupende.

Maestoso, candido. Solitario volatile, lapide di marmo, nomi, date, guerre. Manocalzati ai suoi figli migliori caduti per la Patria i cui nomi volle qui scolpiti a ricordo imperituro. Il sacrario è accarezzato dal severo sole; liturgica tavola del patriottico culto. Eterna fiamma. Inaugurazione del Monumento ai Caduti 9 giugno 1966. Polvere di tradizione, corona di cuori e lacrime, folla in festa, drappi tricolori. Vicenda di cinquanta anni fa. Vicenda del glorioso passato. Giorno del lontano 1966, giorno memorabile per la comunità di Manocalzati. È doveroso ricordare gli eventi importanti della nostra storia; quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione del Monumento.

Il 9 giugno 1966 il sindaco Arturo De Masi realizzò il suo sogno. L’Irpinia ammirò lo spirito di abnegazione dei manocalzatesi. Arrivarono in paese le autorità civili e militari. Raggiunsero Manocalzati S.E. il prefetto di Avellino dottor Cataldi, S.E. il console generale degli Stati Uniti d’America in Napoli Byington, il generale Antonio De Majo, Ralph Gualberto e sua moglie Elisabetta. La banda del X° CARTC e una rappresentanza di giovani reclute diedero inizio alla cerimonia ufficiale. Il popolo di Manocalzati assistette all’inaugurazione in maniera commossa; le scolaresche attesero l’arrivo delle autorità e liberarono nel cielo tantissimi palloncini colorati. Arrivarono a Manocalzati gli onorevoli Antonio Guarra e Bernardo D’Arezzo, i consiglieri provinciali Pasquale Grasso e Silvestro Petrillo, i Generali della riserva Domenico Caprio e Giordano, il Colonnello Ugo Porta del presidio Militare, il Tenente Colonnello Antonio De Masi e il dottor Luigi Piccolella. Il sindaco De Masi nominò la moglie di Ralph Gualberto, Elisabetta, madrina del Monumento. La signora si presentò in paese con un abito scuro molto elegante e con un cappello; ella tolse il pannetto e scoprì la lapide. Tutto il popolo applaudì Elisabetta. Ho recuperato alcune fotografie. Elisabetta è austera, raffinata.

«In un favoloso scenario di morbide luci, - scrisse il professore Antonio Tirone - l’alba del 9 Giugno, calando da quell’arcano empireo dove gli uomini la vollero sfavillante di verginale bellezza, scioglie impalpabili tinte all’orizzonte percorso già dai primi aliti della incipiente estate, come a promettere felici auspici di una giornata splendida e serena agli uomini in attesa. L’ampia distesa del cielo, come una casta ara votiva, s’appresta a ricevere all’infinito i raggi impetuosi del sole, per ridonarli, quasi per un antico rito sacerdotale, alla terra assorta in preghiera, purificati: sacerdotesse incorruttibili, le vette dei monti tendono all’intorno le loro cime sfavillanti, mute testimoni dell’umana vicenda, nell’eterno fluire del tempo. Disteso nel verde maturo delle sue campagne, il paese si sveglia pavesato di bandiere ed i muri tappezzati di manifesti tricolori, pronto per la festa dei suoi Eroi che vuol essere, all’un tempo, rimembranza e ringraziamento, dichiarazione, da parte dei vivi, di fede imperitura negli immortali valori della Patri, nel nome di Coloro che, per Essa, ubbidirono e caddero, per rivivere, eternamente giovani e santificati dal sacrificio, nel cielo eterno da Dio riservato ai Martiri ed agli Eroi».

Il Monumento fu realizzato grazie al prezioso contributo dei manocalzatesi residenti all’estero e in modo particolare grazie ai manocalzatesi "americani". S’impegnò attivamente l’italo americano Ralph Gualberto; egli si stabili a Nutley nel New Jersey. Il sindaco De Masi scrisse lettere frequenti a Gualberto: nelle lettere il sindaco espose all’emigrante l’idea di raccogliere i fondi per erigere il Monumento. E Gualberto si mise in contatto con i manocalzatesi d’oltre oceani. In otto mesi riuscì a recuperare ben 4000 dollari. Visitò tutte le case dei compaesani del New Jersey. «Oggi, 9 giugno 1966, - disse Ralph Gualberto - ho il piacere di presentarmi a voi con 4.000 dollari che, spero, riusciranno a realizzare il sogno del nostro carissimo Sindaco, arricchendo la cittadinanza di un monumento ai suoi Figli più gloriosi. Questa somma che oggi porto a voi, amici carissimi e concittadini, a dire il vero è frutto di sacrifici e di lavoro: ci vollero ben otto mesi, girando ogni domenica, visitando paesani nello stato di NEW YORK e NEW JERSEY. […] Al mio ritorno in America, nel silenzio e nella pace della mia casa, pensando a questi momenti gloriosi e commoventi per Manocalzati, ricorderò per sempre i vostri volti amichevoli e il vostro sguardo penetrante».

Collaborarono economicamente diversi enti. La Provincia di Avellino diede al comune di Manocalzati 500mila lire; l’associazione famiglie Caduti e vedove di guerra 100mila; l’associazione combattenti 20mila e il Ministro della Difesa 30mila. Furono raccolte 895.300 lire con le sottoscrizioni; dalla città di Roma giunsero 82.500 lire e da quella di Busto Arsizio 58mila. La società Vianini Costruzioni contribuì con la somma di 300mila lire.

Il Sindaco De Masi, in qualità di Presidente del Comitato Promotore Monumento, ringraziò tutti e mostrò la sua soddisfazione. «Signori, a nome del Comitato esecutivo, […] porgo il mio deferente saluto e commosso ringraziamento a S.E. il prefetto, […] agli Onorevoli […], a tutte le Autorità qui convenute per unirsi a noi in questo doveroso omaggi ai nostri 49 Caduti, militari e civili, di tutte le guerre. […] Oggi il nostro desiderio è realtà e ci sia consentito di esprimere sentimenti di intima, patriottica commozione sul ricordo sacro dei nostri Caduti. I loro nomi, scolpiti nei nostri cuori, prima che sul marmo, rievocano volti cari a mille ricordi di vita comune, ma oggi tra noi c’è il loro spirito che conferisce la migliore purezza a questa manifestazione. Concittadini, adempiuto il voto di onorare degnamente il sacrificio supremo dei nostri Caduti, a noi, ora, il compito doveroso di custodire le sacre memorie».

La notizia apparve sul Mattino (A Manocalzati un Monumento ai Caduti coi risparmi degli emigrati), sul Tempo (Un ponte ideale con l’America il Monumento di Manocalzati), sul Fante d’Italia (Il 9 giugno la cittadina ha vissuto una intensa giornata patriottica in occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti) e sul Roma (Inaugurato solennemente a Manocalzati il Monumento ai Caduti di Tutte le guerre). Riportò la notizia anche il giornale statunitense The Nutley Sun (Nutle’s Ralph Gualberto raises funds, dedicates war memorial in Italy).

Inviò un telegramma il Ministro della Difesa Tremelloni. «Molto spiacente che inderogabili impegni Governo mi impediscono partecipare 9 giugno inaugurazione Monumento Caduti virgola formula voti augurali migliore riuscita significativa cerimonia pregandola porgere mio cordiale saluto partecipanti Alt». Inviò un telegramma anche Alfredo Covelli. «Causa precedenti impegni politici costringomi partire Sardegna stop. Rammaricato non poter presenziare inaugurazione Monumento ai nostri gloriosi caduti sono spiritualmente presente stop vive cordialità». I membri del Comitato Promotore stamparono anche un opuscoletto nel 1967 per commemorare lo storico evento.

Sorrisi a tavola. Lo zio racconta sepolte storie. Tira fuori vicende dimenticate. Sento le sue parole. Musica per le mie orecchie. «Lo sai che… lo sai… ti racconto un fatterello. Peppone e Don Camillo a Tufo». Peppone e Don Camillo? «A Tufo». Fammi capire. «Il Corpus Domini, l’ombrello. 1952 o 1953. Il prete contro il sindaco donna. Il prete cacciò via il sindaco. Una donna di sinistra non deve mantenere l’ombrello. Così disse». Veramente? «Sì sì». Lo zio rammenta l’episodio. Davvero non sapevo nulla. Però, hai capito il sacerdote… Erano tempi particolari. Poi a Tufo c’era un sindaco donna, un sindaco donna e progressista. Cose turche per il tempo. Questa sì che è una storia interessante.

Corpus Domini dei primi anni ’50. Tufo. Il sole picchia forte. In piazza c’è un grande baccano. Il prete aggredisce a parole la sindaca Adelia Bozza. Non può portale l’ombrello. Ella è comunista. La donna si difende: vorrebbe portare l’ombrello in processione. Non c’è niente da fare. Arriva la celere. In paese si respira un’aria tesa. La gente del posto difende il primo cittadino. Alla fine vince l’uomo di chiesa. Si precipitano a Tufo anche i giornalisti delle testate nazionali.

Storie, storie sepolte. Non conoscevo Adelia Bozza. È stata la prima sindaca dell’Irpinia. E non è poco. La prima donna con la fascia tricolore in provincia; la prima donna con la fascia tricolore in provincia negli anni ’50. Davvero una bella storia in quest’Irpinia sempre immobile. Adelia Bozza sindaco di Tufo. La chiamavano “bersagliera”. Era una donna forte, severa, schietta. Era progressista, moderna, democratica. Nacque a Sant’Arcangelo Trimonte nel 1903. Guidò l’amministrazione di Tufo dal 1952 al 1954: nel ’52 aveva 49 anni. Era insegnante elementare. Sposò il farmacista del paese Giuseppe Colantuoni originario di Lioni; fu una donna libera e intransigente: tutelò ininterrottamente i poveri, gli emarginati, i braccianti. Durante il ventennio non nascose il suo antifascismo. In una pubblica manifestazione urlò a squarciagola Viva Matteotti e fu trasferita in alta Italia. La signora si scontrò addirittura con i giornalisti del Roma dell’armatore Achille Lauro: il Roma non fu mai clemente con la sindaca. E la sindaca rispose pan per focaccia e difese sempre le sue idee. Storie, storie dimenticate.

Ho recuperato un paio di fotografie della Bozza grazie alle moglie del figlio, la signora Lidia Colla. Ho chiesto notizie a Michele Perone: ho cercato di ricostruire al meglio la vicenda politica del primo sindaco donna d’Irpinia. Era una indipendente di sinistra; era progressista ma non era una comunista militante. Il figlio Rocco Colantuoni era il politico di famiglia: scriveva sul Progresso Irpino e conosceva tutte le personalità legate al PCI avellinese. Rocco Colantuoni conosceva anche il segretario provinciale della Camera di Lavoro Silvestro Amore. Il segretario Amore si impegnò attivamente in paese e grazie alla sua opera di propaganda i minatori e i contadini si avvicinarono al Partito Comunista. Proprio Silvestro Amore sponsorizzò la candidatura della Bozza alla elezioni amministrative di Tufo. La signora non aveva intenzione di scendere in campo, alla fine accettò la proposta e guidò il raggruppamento di sinistra “Tromba impugnata”.

Le elezioni amministrative del 1952 segnarono l’avanzamento delle forze democratiche e progressiste nel meridione. Anche ad Atripalda vinse la lista di sinistra denominata Blocco Popolare. A Tufo si impose, come detto, la Tromba impugna. Sul libro di Gateano Troisi “L’oro di Tufo” è presente la fotografia di un vecchio volantino della lista. Trascrivo alcune parti. «Il giorno 25 maggio siete chiamati a dare il vostro giudizio attraverso il voto per eleggere la nuova Amministrazione del nostro Comune. È questa l’occasione per far vincere finalmente la volontà del popolo di Tufo sempre deluso e ingannato dalle Amministrazioni dimarziane che da 80 anni hanno soffocato le sue aspirazioni di libertà e di progresso. L’amministrazione comunale uscente ha fatto completo fallimento durante i suoi sei anni di governo. Nessuno dei fondamentali problemi del popolo sono stati risolti tanto che essa non ha potuto ripresentarsi alle lezioni perché troppo screditata e che alcuni suoi componenti, più onesti degli altri e più vicini agli interessi del popolo, hanno sentito la necessità di entrare nella lista della TROMBA o di appoggiarla. In questo momento particolare facciamo appello a tutti i cittadini onesti affinché diano il voto alla lista contrassegnata con la TROMBA IMPUGNATA la quale, libera da ogni suggestione padronale, garantirà un’Amministrazione democratica senza discriminazione di ideologie politiche e religiose, tutelerà gli interessi di ogni cittadino». Il volantino è molto interessante. La lista si schierò apertamente dalla parte dei più deboli e contro le amministrazioni “dimarziane”. Insomma, in paese si respirò un’aria nuova.

«Capolista della “tromba impugnata” – scrive Gaetano Troisi nel libro L’oro di Tufo – fu Adelia Bozza, insegnante elementare, moglie del farmacista del paese. Componevano la lista otto candidati fra contadini e braccianti, un commerciante, un altro insegnante elementare oltre la capolista, e un solo operaio: segno evidente della pressione psicologica cui erano sottoposti i lavoratori della miniera. Le elezioni si fecero il 25 maggio 1952. […] La lista operaia e contadina si insediò nella casa del popolo. I minatori erano protagonisti sotterranei del successo della loro lista, anche se presenti con una rappresentanza tanto marginale. […] La vittoria nacque tuttavia con le ali tarpate: dopo circa due anni si rese necessario l’avvicendamento nella carica di sindaco». I minatori avevano paura di perdere il posto di lavoro e non si schierarono apertamente: appoggiarono in segreto la Tromba.

La Tromba sconfisse la lista moderata del cavaliere Angelo Molinaro. Vinse la lista di sinistra per la prima volta in paese. La Tromba impugnata non nacque soltanto a Tufo. Era il simbolo della sinistra democratica e popolare; fu utilizzato in diversi comuni dell’Italia. La tromba era uno strumento utilizzato dai contadini durante l’occupazione delle terre alla fine degli anni ’40; i contadini pronti ad occupare le terre si radunavano con il suono della tromba. Il leader comunista Palmiro Togliatti, in seguito ai fatti di Melissa nel 1949, impugnò una tromba. Questa tromba sarà il simbolo dell’unità. E il simbolo apparve per la prima volta alle elezioni del 1952: apparve anche in Irpinia.

La sindaca amministrò il comune soltanto per due anni. Nel 1954 si rese necessario l’avvicendamento e guidò il paese il commerciante Antonio De Vita. E De Vita portò a termine il mandato. Cosa resta di ieri? Resta ben poco. Sicuramente l’esperienza amministrativa di Adelia Bozza è da rivalutare. Per tanti motivi. Come detto, fu la prima sindaca in Irpinia, fu un’amministratrice moderna e severa. E difese sempre gli ultimi, i minatori, i braccianti.

Irpinia, 14 marzo 2008. Ho appena spento il telefonino. Allora è vero. Emilio non c’è più. È morto in Brasile. Un infarto. Un infarto a quarantatré anni in Sudamerica. Dico, in Sudamerica. Tutto è illogico. Non condividevo il suo pensiero politico ma apprezzavo il suo stile “fuori dal coro”. Lo conoscevo e lo rispettavo. Ricordo il suo giubbino verde, la sua Lancia K bianca piena di carte. Parlavamo di politica, di storia locale, di cultura; aveva mille interessi. Era un uomo colto, eclettico e disponibile al dialogo. Sindaco di Montefalcione a ventotto anni. Giovanissimo. Democristiano, poi Popolare, Emilio amava il confronto: voleva capire perché molti in provincia votavano “contro”.

Otto anni. Il tempo passa in fretta. Sono passati otto anni. Emilio Ruggiero ha ottenuto suffragi importanti. Riservato, pacato, sobrio. Emilio era apprezzato da poeti, musicisti, pittori, storici. Era per Alberta De Simone «un uomo leale e pieno di umanità». Nacque il 17 gennaio del 1965. Alla fine degli anni ’80 assunse la carica di responsabile del movimento giovanile della DC di Montefalcione. Nel 1993 divenne sindaco del suo paese: la sua lista ottenne 1300 voti. «l’Amministrazione Ruggiero, – scrive il professore Fausto Baldassarre in “Montefalcione 1956 2006 mezzo secolo di vita politico amministrativa” – oltre all’impegno nel prosieguo della ricostruzione post-terremoto, avvia e porta a conclusione la ristrutturazione del Monastero, di Casa Troisi, del Palazzotto dello Sport, della nuova Scuola per l’Infanzia e di altre opere pubbliche». Emilio divenne un grande esperto del diritto amministrativo. Si appassionò con veemenza alla materia e polarizzò l’interesse di luminari del diritto come il professore Scoca e il professore Stanzione. Inoltre, dedicò il suo impegno anche alle politiche sociali e al turismo. Promosse sempre eventi di prestigio. Nell’estate ‘94 Montefalcione ospitò le selezioni provinciali di Miss Italia; le ragazze sfilarono in passerella e la folla applaudì.

Emilio ha tutelato gli anziani e i bambini. Nel periodo dell’adolescenza ha rincuorato senza sosta gli anziani della casa di riposo Rubilli; ha regalato agli ospiti della Casa gli alimenti. Recuperava a casa sua i pacchi di pasta, li nascondeva e li portava con sé. Insieme agli anziani ha tutelato i bambini. È stato addirittura nominato dall’UNICEF difensore ideale dei bambini. Si è spesso vestito da Babbo Natale nel periodo natalizio ed ha portato a tutti i bimbi del suo paese i doni.

Dedicò il suo impegno al territorio. Nel 1995 fu eletto Consigliere Provinciale con il Partito Popolare Italiano. Ricoprì la carica di Assessore Provinciale dal 2001 al 2008. Redasse, in qualità di Presidente della prima commissione consiliare, lo statuto provinciale. Nel giugno 2004 fu eletto nuovamente alla Provincia e ottenne un grande consenso elettorale: ottenne 3100 voti; si candidò con la Margherita. Aderì, infine, al Partito Democratico.

Ideò il progetto Borghi incantanti: tutto per la libertà, rivolte e rivoluzioni in Irpinia incentrato sulla riscoperta degli eventi storici minori. Le Rievocazioni storiche colorarono con colori antichi le notti infinte dei piccoli comuni. Fu rispolverata la figura destituita del Cantastorie: raggiunse l’Irpinia perfino il noto artista siciliano Franco Trincale. I ragazzi scoprirono la bellezza dei giochi di una volta e si dilettarono con il tiro alla fune, con la corsa nei sacchi, con la caccia al tesoro. A Montefalcione fu rammentata la rivolta antiunitaria del 1861; a Forino fu commemorata la figura della Principessa Marzia Carafa; a Santo Stefano del Sole fu ricostruita l’epopea del brigante Laurenziello. Ricordo il riverbero dello Ius primae noctis di Montoro.

Nel 2008 ripropose le rievocazioni storiche tramite il progetto C’era una volta… in Irpinia. A Manocalzati andò in scena la celebrazione di Sant’Antonio nei pressi dell’anfiteatro. E Ruggiero è ancora apprezzato a Manocalzati. Tramite il suo impegno è stato possibile restaurare il Castello della frazione San Barbato. Egli nel 2002 organizzò un incontro dedicato ai fondi POR e invitò gli amministratori dei comuni dell’hinterland. Il diciotto dicembre del 2003 fu approvato il progetto esecutivo dei lavori di Restauro, consolidamento e sistemazione esterna del castello di origine longobarda; per Manocalzati fu un giorno importante. Il Castello di San Barbato divenne, così, la porta d’ingresso della filiera enogastronomica.

Emilio Ruggiero morì in Brasile il 14 marzo 2008. La notizia arrivò subito in Irpinia. Il Partito Democratico sospese le attività per un’intera giornata. Tutta la politica locale rese omaggio all’assessore provinciale di Montefalcione. Il presidente Nicola Mancino affermò malinconicamente: «Ho perduto un amico». Franco Maselli così tratteggiò la figura dell’ex assessore provinciale. «Capace ed estroversi, puntuale e fuori dagli schemi, molto preparato nelle procedure e meticoloso nella loro applicazione, attento alle materie di sua stretta competenza ma anche insofferente verso ogni confinamento settoriale. Insomma è stato quello che comunemente viene definito uno spirito libero e che, nella Giunta provinciale, io definivo un amministratore eclettico». L’artista Umberto Valentino dedicò a Ruggiero alcune parole magnifiche. «Irruento, impulsivo, infaticabile, poco diplomatico, prima uomo e poi politico; quelli come Te non muoiono neanche quando muoiono. La tua passione per la politica, per l’arte e la cultura, il tuo amore per la tua terra e la sua storia che volevi tutti conoscessero, vivranno per te e sopravvivranno ad una morte ingiusta. Ciao, amico mio».

A Montefalcione fu allestita la camera ardente e il venerdì si tenne il funerale. Fu un giorno di immenso dolore per la comunità. Suonò senza sosta un triste violino. Il sindaco Vanda Grassi ricordò Emilio. «Tra le innumerevoli immagini di te che tumultuosamente si affollano e si accavallano nella mia memoria – disse la Grassi – c’è né una che con insistenza si fa spazio tra le altre, fino a imporsi con prepotente veemenza: è quella di un promettente studente della terza A e di una giovane insegnante di matematica che amava discutere con te. […] Si dimenticò, però, quella giovane insegnante di dirti che dietro le speranze più dolci, dietro i progetti più alti… c’è in agguato una tetra signora vestita di nero pronta a falciare in un attimo il prezioso edificio dei tuoi sogni. E mai quella giovane insegnate avrebbe potuto immaginare di essere costretta un giorno a salire le scale dell’altare per porgere a te l’ultimo e affettuoso saluto in nome di tutti i tuoi concittadini». Discorso solenne, bello.

E continuo ad andare al cimitero a Montefalcione. Una volta a settimana. Due minuti davanti alla tomba di Emilio. Perché era una brava persona, di là dall’appartenenza politica. Non è facile trovare politici disponibili al dialogo. Per questo motivo ho proposto al sindaco di Manocalzati, in qualità di capogruppo di minoranza, l’intitolazione di una sala del castello di San Barbato a Emilio Ruggiero. Sarebbe un riconoscimento importante a otto anni dalla scomparsa.

Una sosta al cimitero di Atripalda. Una sosta alle dieci del mattino. In tasca ho un biglietto. Nell’aria c’è qualcosa di strano, qualche cosa di diverso. Mattino di inizio estate in Irpinia; è il giorno del mio primo consiglio comunale. Respiro il passato, passeggio e penso. Penso sempre al passato. Atripalda negli anni ’70: le lotte politiche, le idee del tempo perduto. Medito, guardo l’orologio, assaporo la bellezza di un momento spirituale. Cerco il custode. «Dov’è la cappella dell’onorevole Nicola Adamo?». Dico. Avanti poi a sinistra. La trovo. La guardo: è chiusa. Dall’altra parte del vetro c’è una fotografia. Cappella particolare, maestosa, bianca. Sono venuto a vederla, alle dieci del mattino per la prima volta. Emozione mai vissuta. Fiori, lumini, panchina incastonata nel muro. Nicola Adamo 25 giugno 1928 – 19 febbraio 1980. Tremenda fine. Incidente stradale sulla variante: morte assurda, vita troncata. Se fosse ancora vivo, avrebbe compiuto il 25 giugno ottantotto anni.

Ho ricordato l’onorevole, nel mio discorso d’insediamento, in aula consiliare a Manocalzati. Ho detto: stamattina sono andato a vedere la cappella di Nicola Adamo ad Atripalda. A volte succedono cose inspiegabili. Mi ha spinto una forza addirittura magica. Una visita alla cappella del politico; ho parcheggiato la mia automobile ed ho contemplato il bianco colore della dimora eterna. L’ho fatto perché stimo i politici intransigenti dell’Irpinia. Poi ho capito una cosa, in questi strani giorni ho capito una cosa. Sul piano locale le differenze politiche tra destra e sinistra contano in modo relativo; la lezione milazziana è sempre valida. Uniti contro i partiti di potere, uniti contro la cattiva politica. Il voto al PCI nell’Irpinia degli anni ’70 era semplicemente il “voto contro”; il voto al MSI nell’Irpinia degli anni ’70 era semplicemente il “voto contro”. Un “voto contro” in Irpinia.

Non ho mai conosciuto il politico atripaldese. Sono nato nel 1985. Ho seguito nel 2009 la Pallavolo Atripalda: la squadra disputava le gare interne del campionato all’interno della palestra intitolata alla sua memoria. Ho sentito parlare dell’onorevole diverse volte. Mi parlò di lui mio zio Silvestro Amore. Mi parlò delle battaglie contro la Democrazia Cristiana. Perché tanti anni fa era dura davvero stare dall’altra parte. Nicola Adamo era geometra. Fu eletto consigliere comunale di Atripalda nel 1952 con il Blocco Popolare; costituì la lista con l’avvocato Carlo Tozzi. Fu vicesindaco e assessore ai lavori pubblici. Successivamente divenne il capogruppo dell’opposizione; battagliò contro le giunte democristiane. Tuonò contro la speculazione edilizia. Nel 1960 divenne consigliere provinciale con il PCI e nel 1976 fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Benevento – Avellino – Salerno con 43mila e 765 preferenze. Fu membro del Comitato Regionale del PCI e della Lega per le Autonomie e i Poteri Locali. Fu rieletto nuovamente alla Camera nel 1979. Alla Camera fu membro della Commissione Lavori Pubblici. Partecipò a Taranto nel dicembre 1976 alla quarta assemblea meridionale della Lega per le autonomie; la sua relazione fu molto interessante. «Nicola Adamo, – ricorda il professore Raffaele La Sala – a prescindere da ogni valutazione di merito e di giudizio di parte è stato, senza dubbio, uno dei politici di razza nel secondo dopoguerra in Irpinia».

L’amministrazione comunale di Atripalda intitolò una borsa di Studio all’onorevole Adamo: fu istituita con delibera di consiglio comunale n.265 del 22/04/81. Fu assegnata per la prima volta in occasione del decimo anniversario della sua morte nel 1990. Ho recuperato un opuscolo del 1992 dedicato alla borsa di studio. Nell’opuscolo sono raccolte alcune testimonianze interessanti. Alberta De Simone, in qualità di assessore comunale, ricordò l’onorevole. «Nicola – scrisse la De Simone – è parte organica della nostra storia e della nostra realtà. Non solo di quella dei comunisti, ma della gente più debole, più esposta, più bisognosa, di quanti si riconobbero in lui in un periodo complicato e interessante della vita locale. […] Il nostro omaggio va ad un illustre cittadino di Atripalda, un uomo che, col suo rigore morale, col suo equilibrio intellettuale, con la sua notevole preparazione politica, ha saputo conquistarsi stima enorme fra la gente, rispetto tra gli avversari politici, ammirazione e consenso tra i compagni di partito. […] Ma è l’iscrizione al nostro partito, la sua concezione della militanza come impegno attivo e quotidiano, che lo portano a diventare un politico originale e popolare, perché cresciuto tra la gente semplice, maturato in mezzo alle lotte del meridione, delle popolazioni delle zone interne, di quel Sud nel Sud che più tardi seppe così bene rappresentare. […] Quante volte ci diceva che dovevamo saper leggere “nel cuore della gente”, capirne le ansie e i bisogni, che dovevamo partire di lì, del rapporto con le persone per portare poi a sintesi le istanze più diffuse e preoccuparci di una loro realistica soluzione. Quante volte ci diceva che bisogna saper leggere “tra le carte” condannando così ogni forma di superficialità e di improvvisazione. Non è possibile risolvere nessuna questione, neanche la più semplice, senza un’approfondita analisi delle cose di cui si discute e si decide, senza una dettagliata conoscenza delle norme legislative relative a quell’oggetto. Con questo rigore, con questa severità nei confronti di ogni faciloneria, e di ogni improvvisazione, egli sedette per più di trent’anni sui banchi del nostro C.C. e si impose all’attenzione di tutti. […] Concretezza e passione politica, capacità di lotta e coinvolgimento ideale, coraggio e disinteresse hanno fatto dell’On. Adamo un esempio che noi indichiamo ai giovani di Atripalda per iniziative di approfondimento e di studio, ma soprattutto perché ne traggano un fecondo stimolo ad anteporre le ragioni dell’impegno per il bene collettivo, della serietà e della dedizione alle istituzioni pubbliche rispetto alle tentazioni del moderno egoismo individualistico, a privilegiare i valori civili e sociali rispetto al facile consumismo alienante, che tanto assedia l’età giovanile». Dunque, l’onorevole era un politico originale e popolare. Tutelò le popolazioni delle aree interne, il Sud nel Sud. Ha lasciato un’eredità politica importante: occorre saper leggere bene le carte, battagliare sempre per la legalità, conoscere le norme, studiare e analizzare i problemi, non abbassare la guardia, amare il territorio, amare l’Irpinia e difenderla dalla cattiva politica. Proteggere gli umili, i poveri, i diseredati; contrastare con severità la faciloneria e il clientelismo.

Molto commovente è la testimonianza dell’ex sindaco Domenico Piscopo. «A Nicolino Adamo… (e scommetto che Egli ne sarà contento) Era un mediocre giocatore di carte, era un mediocre giocatore di pallone, rifuggiva le compagnie rumorose e numerose. Seppe rinunciare alla maggior parte della sua gioventù per due grandi amori: la sua compagna ed il suo partito a cui nessun altro avrebbe potuto dare di più». Lo ricordò anche il delegato alla Cultura, il capogruppo del PSI Sabino Narciso. «Se dovessi dare un titolo alla storia dei rapporti politici tra Sabino Narciso e Nicola Adamo – scrisse Narciso – la titolerei “discorrendo di socialismo, di comunismo e di fascismo”. E per sottotitolo metterei “la fede pura non genera odi né rancori. […] Questo buono sottolineo ai giovani che militano nel P.D.S., ai quali rivolgo un invito fraterno e sincero a saper leggere Nicola Adamo. […] Credo di essere stato sempre nel tema pur se qualche volta può sembrare il contrario, il che non è perché il caro Nicola aveva molteplici interessi: l’amore per il proprio paese, l’amore per la classe operaia, l’interesse ai molteplici problemi che assillano la società italiana». Un invito ai giovani: leggere Nicola Adamo. In sostanza è un invito ai giovani di tutte le idee politiche. Bisogna leggere, approfondire, studiare il pensiero del politico atripaldese; alla fine dei conti è un pensiero sempre attuale. Rinnovamento della classe dirigente, sobrietà, rispetto degli enti locali, del Parlamento, nessun compromesso, rigore morale. L’onorevole avrebbe voluto un’Irpinia emancipata. Adesso tocca ai giovani. Credo che sia necessario ripartire dalle storie buone del passato.

Sull’opuscolo dell’amministrazione comunale, dedicato alla borsa di studio, sono riportati anche alcuni telegrammi. Nilde Iotti inviò un telegramma e mostrò vicinanza ai familiari del parlamentare irpino. «Profondamente rammaricata che delicati impegni politici mi impediscano di essere presente alla manifestazione celebrativa dell’anniversario della scomparsa del carissimo on. Nicola Adamo, desidero non solo testimoniare la mia adesione all’iniziativa e soprattutto esprimere il mio caloroso apprezzamento per la decisione della municipalità di Atripalda di onorare tanto degnamente – con un “investimento” negli studi di giovani meritevoli – la memoria di Adamo. Colgo nella scelta di istituire le dieci borse di studio un impegno non formale a trasmettere alle nuove generazioni il messaggio che fu del dirigente comunista Nicola Adamo: solo con un impegno coerente e tenace, ad ogni livello, è possibile costruire un avvenire nuovo e diverso del mezzogiorno fidando anzitutto sulle forze e sulle potenzialità che lo stesso sud esprime, e che sono tante. Con questi sentimenti, desidero porgere suo tramite il mio pensiero più affettuoso ai familiari di Nicola Adamo – che l’assemblea di Montecitorio fu onorata di avere tra i suoi membri più attivi e appassionati – il mio saluto più cordiale al mondo della scuola e agli amministratori di Atripalda». Inviò un telegramma anche Achille Occhetto. «Ringrazio cortese invito vostra cerimonia di assegnazione borse di studio in ricordo del compagno Nicola Adamo che tanto si è adoperato come militante comunista e come parlamentare per la soluzione dei problemi della gente irpina e per la valorizzazione delle autonomie locali stop impossibilitato partecipare per improrogabili impegni auguro pieno successo alla vostra iniziativa stop». Invitò, infine, un telegramma anche il prefetto di Avellino Sbrescia. «Sinceramente rammaricato non poter essere presente cerimonia commemorazione on. le Adamo perché impedito da impegni previamente assunti vrg. spiritualmente partecipo at doveroso omaggio nobile figura parlamentare che habet dato LIXXXXX lustro città origine et Irpinia tutta con proprio appassionato impegno at servizio collettività alt».

L’Irpinia, purtroppo, è una terra irriconoscente. I figli di questa terra dimenticano in fretta. Le persone scompaiono e il ricordo sparisce. Eppure a Manocalzati resiste il ricordo dell’onorevole Adamo. Si perché nel 1980 difese le operarie della vecchia fabbrica Shot Toys. E i manocalzatesi illuminati non dimenticano. Gli anziani rammentano ancora adesso il fatto: un onorevole locale del PCI, di Atripalda, tutelò le operaie di Manocalzati. Così dicono. Il dieci marzo 1978 aprì i battenti, in località Acqua Piana, la fabbrica Shot Toys: trovarono un’occupazione tante donne del comune e delle zone limitrofe. L’azienda assunse cinquantasette operaie. Nel 1979 le cose precipitarono e per diverso tempo non furono erogati gli stipendi. Si registrarono delle irregolarità nel versamento dei contributi INPS. Iniziò così lo sciopero generale il 20 giugno: lo sciopero durò fino al 15 luglio e le attività di produzione si fermarono. Le lavoratrici reclamarono a gran voce l’applicazione del contratto collettivo nazionale e il pagamento degli stipendi dal mese di aprile in poi. Pertanto il 14 luglio i sindacati trovarono un’intesa con la ditta e le retribuzioni di maggio e giugno furono elargite.

Adamo rivolse ai Ministri del lavoro e previdenza sociale e al Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno un’interrogazione parlamentare. Lo fece l’11 febbraio. Praticamente una settimana prima di morire. Nello stesso giorno rivolse anche un’interrogazione parlamentare per tutelare l’ospedale “Di Guglielmo” di Bisaccia. Queste sono state le ultime battaglie dell’onorevole.

Ho sul tavolo una fotocopia. VIII Legislatura – discussione – seduta dell’11 febbraio 1980. Atti parlamentari – camera dei deputati – 668 e 669. Leggo con tristezza. «L’azienda – disse Adamo in Parlamento – occupa 60 operaie ed è stata chiesta la cassa integrazione per tutte le unità lavorative. Intanto i salari sono stati da tempo dimezzati e le maestranze attendono di riscuotere paghe arretrate. Va pure detto che nel corso della vertenza sindacale sono emerse irregolarità nel versamento dei contributi assicurativi INPS tanto da compromettere lo stesso accesso delle maestranze alla cassa integrazione. I titolari dell’azienda intanto lamentano la mancata riscossione di finanziamenti pubblici già promessi. Per sapere quali iniziative si intendono adottare per la difesa del posto di lavoro delle 60 operaie, per assicurare puntualmente le paghe salariali ed il versamento degli arretrati. Per accertare quali irregolarità sono state commesse dai titolari dell’azienda, tali da ostacolare anche il passaggio a cassa integrazione. Per sapere altresì quali e quanti finanziamenti pubblici l’industria irpina ha ricevuto o deve ricevere e quali impegni di produzione ed occupazionale sono stati assunti». Parole infuocate. La querelle si chiuse nel peggiore dei modi. Dopo poco tempo la “Shot Toys” chiuse i cancelli: quindi cessarono definitivamente le attività e le sessanta unità lavorative si trovarono senza lavoro. La fabbrica produceva proiettili per pistole giocattolo. Una storia come tante, una storia come tante in questo Sud sempre uguale. Parole al vento, licenziamenti.

Allora, è importante ricordare le lotte degli anni passati. Occorre recuperare le figure di spessore di questa provincia; bisogna recuperare l’insegnamento dei politici di opposizione al sistema. Destra e sinistra. Indistintamente.

Iscriviti alla Newsletter

Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech