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Consenso eventi di comunicazione

L’opera del De Sanctis come esperimento di rottura

In un mercatino dei libri, mattina di primavera, dieci anni fa. Rovisto, cerco qualcosa d’interessante, copertine ingiallite, pagine dimenticate, volumi vecchissimi, volumi recenti. Prendo questo e quest’altro e quest’altro libro e continuo e rovisto e non ho voglia di andare via e cerco ancora e romanzi e saggi e questo no e cerco ancora e pesco Un Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis a cura di Attilio Marinari – Guida Editori. Lo prendo. Certo. Lo prendo. Altro che. Sfoglio il volume e pagine e pagine e che bella introduzione. E, nel mercatino dei libri, mi perdo nel mare dei ricordi. Allora prendo il Viaggio e lo leggo subito: inizio stasera e vediamo un po’ e cose del genere.

Sono passati dieci anni da quella mattina di primavera e tante cose sono cambiate. Conservo con cura quell’edizione del Viaggio e spesso rileggo con piacere l’introduzione del professor Attilio Marinari. La sua introduzione brillante mi ha aperto la mente e mi ha fatto conoscere un De Sanctis per me nuovo. Cercate questa edizione del 1983 e leggete l’introduzione del professore: è davvero interessante. Il 10 luglio è caduto 93° anniversario della nascita del professor Marinari. È doveroso ricordarlo per tanti motivi: fu uno degli italianisti più importanti del Sud nonché uno studioso di Francesco De Sanctis.

Il professore Attilio Marinari nacque a Montella il 10 luglio 1923. Studiò a Montella, Sant’Angelo dei Lombardi. S’iscrisse al Liceo Pietro Colletta di Avellino; il periodo avellinese fu per Marinari molto importante: conobbe Guido Dorso e un giovanissimo Fiorentino Sullo. Frequentò la biblioteca di casa Maccanico e lesse le opere di Croce, Sturzo, Nitti, Salvemini, Gobetti, Omodeo. In quel periodo il professore originario di Montella iniziò a interessarsi ai problemi di ordine politico e sociale. Nel 1942 s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’università di Napoli Federico II; il 17 luglio 1947 discusse la tesi su Sallustio nella storiografia di Tacito davanti al noto latinista Francesco Arnaldi. In seguito insegnò alla scuola media di Montella e nei licei di Desenzano sul Garda e Avellino. Divenne preside dell’istituto magistrale di Lacedonia del 1961 e nel 1971 arrivò al Colletta di Avellino, in qualità di preside. Marinari concluse l’attività di preside al Liceo Terenzio Mamiami di Roma. Trascorse a Roma ben diciassette anni: furono anni intensi, anni contraddistinti dalla contestazione giovanile, dal ’68, dalla voglia di cambiamento, dalla voglia di uscire dal grigiore e dalla monotonia. Il professor Marinari pubblicò la monografia di Gabriele D’Annunzio (D’Annunzio e la poesia moderna Tip. Pergola 1963), la monografia di Emilio Praga (Emilio Praga, poeta di una “crisi”, Guida 1969) e altri volumi molto interessanti. Scrisse una bellissima introduzione al Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis e curò nel 1983 l’edizione del Viaggio Elettorale – Guida Editore Archivio del Romanzo. Morì a Roma nel 2000. Nell’estate 2014 il figlio Enzo, ordinario di Fisica all’Università La sapienza, donò alla Biblioteca Centrale dell’Università di Salerno il fondo librario del professor Attilio Marinari e della moglie Dora Tomasone. Il fondo è collocato per lo più in armadi al secondo piano della Biblioteca; molto importanze è senza ombra di dubbio il settore italianistico (pieno di volumi di saggistica novecentesca), ci sono anche volumi del filone antico, storico, artistico e filosofico, antiquariato.

Attilio Marinari divenne amico di Dante Della Terza. E Della Terza ricordò il professor Marinari nello scritto dedicato ad Antonio Maccanico (Antonio Maccanico: le trame di un incontro memorabile). «Mi tornano in mente – scrisse Della Terza – le vicende lontane che mi coinvolsero e che coinvolsero con me la scuola che frequentavo: un Ginnasio “isolato”, arroccato in un ameno paese dell’Alta Irpinia: Sant’Angelo dei Lombardi. […] C’era Attilio Marinari che era stato indirizzato in prima istanza dal padre, esigente nel delineare la carriera dei figli, verso l’impegno religioso: Attilio era stato destinato ad un futuro da frate cappuccino. Affranto però dalle scelte culinarie dei Cappuccini, affidate a vettovaglie da lui disaminate (paste e ceci in modo prevalente), dandosi alla fuga, se ne era tornato a casa nella nativa Montella e, superato ogni dissapore del padre, si era iscritto al Ginnasio più vicino al suo paese. Aveva subito dato agio al proprio talento, destinato, nel corso degli anni, a trovare recettiva comprensione nel prestigioso scrittore avellinese – Carlo Muscetta – che, a nome degli editori Laterza ed Einaudi, affiderà a lui l’edizione degli scritti di Francesco De Sanctis».

In questo spazio mi soffermerò soltanto sull’ introduzione al Viaggio Elettorale di De Sanctis scritta da Attilio Marinari (in modo particolare sulla Genesi letterario del Viaggio e sulla Realtà e Letteratura del Viaggio). Perché è davvero interessante. Marinari ha definito il Viaggio come «esperimento di rottura» nei confronti di una certa tradizione. E sono rimasto affascinato da questa definizione e ho iniziato a venerare il Viaggio di De Sanctis e ho iniziato a stimare il professore Marinari. Viaggio come esperimento di rottura.

«La genesi lirica di molta parte del Viaggio – scrisse il professore Attilio Marinari nell’introduzione al Viaggio elettorale – è, ad esempio, documentata sia nella lettera a Virginia, sia nella dedica ai nuovi e vecchi elettori che il De Sanctis premise alla prima edizione in volume dell’opera e che fu composta a un anno di distanza dall’opera stessa. Nella lettera di dedica, quella Virginia Basco è, in realtà, il simbolo rappresentativo della vecchia Torino preunitaria […]. È soprattutto una immagine fortemente lirica […], e richiama intorno a sé, […] tutta una gamma di vibrazioni sentimentali». Genesi lirica documentata nella lettera a Virginia Basco. Virginia è il simbolo della Torino preunitaria: è un’immagine poetica, forte.

Un De Sanctis che ama ritirarsi nel conflitto interiore: pensiero e azione. «Il De Sanctis – scrisse il professore Attilio Marinari – ama molto ritirarsi in questo conflitto interiore tra pensiero e azione, e sa anche dimostrarci come, in questa fase della sua vita, il secondo termine tenda ad assumere la prevalenza rispetto al primo. Ma, quando la controversia si riporti in termini oratori, la nettezza del distacco sparisce, e sparisce perfino il distacco stesso: nella ricerca di argomenti per il suo discorso egli non esiterà a ricorrere ad alcuni bei versi di Schiller; e, quando il discorso sarà recitato, verranno fuori il ricordo dei primi anni, il gemellaggio sentimentale tra Morra e Lacedonia».

E la lettera a Virginia è davvero indicativa. Giustificazione lirica ma anche programma letterario dell’opera. «Sintomatico sembra, tra l’altro, – scrisse Attilio Marinari – che la patina del linguaggio quotidiano sia particolarmente sensibile proprio in quella «lettera a Virginia», che, come si è detto, rappresenta, oltre che la giustificazione lirica, il programma letterario dell’opera. Qui troviamo l’atteggiamento vezzeggiativo che è proprio del parlato desanctisiano («posticino», «letterina», «letterone», «paeselli», «giovinetta», «poverino»), il gusto dell’anacoluto («Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora le pretende a letterata») e dell’esclamazione («Caspita!», «Poverino!»), il compiacimento, infine, dell’appellativo intimo e familiare («la mia Marietta», «quella povera Sassernò». Gli stessi elementi si troveranno sparsi – ma con frequenza molto minore – in tutta l’opera, in essa conserveranno sempre un certo carattere di eccezionalità: quasi in obbedienza ad una scelta recente, di fronte alla portata della quale si resti timorosi. Nel primo capitolo, ad esempio, ritorna quel «Marietta mia», reso ancor più familiare dal rimprovero che il De Sanctis attribuisce a sua moglie come consueto («Tu non sei più un giovanotto […] con tanti anni addosso…»), e dal considerare la muliebre esortazione al buon senso come «una traditora» […]. Ma il contesto nel quale tutto ciò è inserito è tipicamente letterario, e nella fattispecie leopardiana («cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni»: ossia, fuor di perifrasi, il «natio borgo selvaggio»). Così qualche pagina dopo, si legge: «mi coricai subito. Sentivo sonno Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo l’arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero»; dove per la prima volta entra direttamente il vocabolo di gergo (non se ne incontreranno poi molti) e dove la frequenza di stilemi dialettali («sentivo sonno»; «ma che sonno e sonno»; «cappello a tre pizzi») è particolarmente folto. Ma subito appresso: «Il povero Alfonso, ch’è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva»: che è ancora linguaggio quotidiano, («tirava forte», «faceva sì e no»), ma mutato e in qualche modo «tradotto» dalla letteratura del Manzoni».

Dunque, la lettera a Virginia è il programma letterario dell’opera. Lo sostiene con forza il professore Marinari. «È chiaro, insomma, – scrisse Marinari – che l’operetta dal De Sanctis, proposta all’esame di Virginia e di quanti altri futuri lettori, vuole essere l’esempio realizzato di un’arte che in ogni modo riesca a «calare l’ideale nel reale», nella linea di fondo dell’adesione «metodologica» (e, di conseguenza, delle riserve «dottrinarie» del De Sanctis al «realismo» contemporaneo». E il programma letterario dell’opera è molto affascinante. Istintivamente vengono in mente due nomi illustri: Manzoni, De Amicis. De Sanctis utilizza l’anacoluto come Manzoni (quel “Virginia, non le basta essere divenuta una principessa; ora le pretende a letterata” di De Sanctis mi ricorda “lei sa che noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto” di Manzoni). E le esclamazioni del De Sanctis (Caspita! Poverino!) sono simili a quelle di De Amicis (Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! – Cuore). Anche Marinari, come Aurigemma, accosta timidamente De Sanctis a De Amicis: vena sentimentale e realismo che osserva poco i canoni dell’obiettività «pur con le moltissime, sostanziali riserve che la cosa comporta». L’Io campeggia romanticamente. «C’è comunque nel Viaggio – scrisse Marinari – un bisogno di nuovo che si manifesta dappertutto. E, se si dovesse indicare la zona in cui esso dà i suoi esiti più positivi, non ci sarebbe da dubitare a sottoporre l’attenzione di chi legge la struttura periodale del tessuto narrativo. […] Ed è questo ciò che veramente conta per un innovatore quale il De Sanctis volle essere e fu; è questo ciò che accomuna la funzione de linguaggio del De Sanctis (non solo narratore, ma anche e soprattutto critico e saggista) a quella del narratore Verga: che dopo di loro la nostra lingua si è «fatta» diversa; che essi hanno indicato una linea irreversibile a tutta la prosa italiana; che chiunque sia venuto dopo di loro ha dovuto, comunque, «fare i conti con la loro presenza storicamente e culturalmente viva».

 

Il Viaggio elettorale

Uno dei miei libri preferiti: lo adoro. Fu pubblicato a puntate sulla Gazzetta di Torino e fu ristampato in volume nel 1876 (Editore Morano di Napoli); uscirono altre edizioni a cura di Capobianco, Cione, Tedesco, Gallo, Cortese, Marinari, Finzi. Dentro c’è l’Alta Irpinia, la gente meridionale, l’algido inverno. Se il Viaggio fosse oggetto di studio all’interno di un programma televisivo come il Tempo e la Storia, sicuramente verrebbe accompagnato (nel trittico Libro Luogo Film) dalla location dell’Alta Irpinia (Morra in modo particolare) e dal film La donnaccia di Silvio Siano. Gennaio 1875, inverno, Irpinia, ritorno alle origini. Preme dentro di me quest’opera preziosa. La conservo. È letteratura popolare, prosa viva. Ho letto il viaggio alla maniera di un romanzo e l’ho riletto e riletto ancora. Parole dolci, stilemi dialettali, esclamazioni, vezzeggiativi. Tra le righe ho trovato un De Sanctis stanco, umano, pensieroso. Cammina, dorme poco, sogna, medita sulla vacuità della vita. «Dove sono i miei amori, – scrive – i miei ideali? Chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire padre e madre, e maestri, e amici, e compagni». De Sanctis scrive sui fogli il ricordo dei sogni. Visioni oniriche, echi di solitudine. «Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell’Ovo, e molte altre volte».

Il suo viaggio è una corda tesa tra il tempo perduto e il miraggio. Balconi, sguardo perso in piena notte e all’alba. Il Vulture, le cime innevate, le immagini sfocate, Melfi nascosta nel buio. E vedo con la mente Calitri la nebbiosa: il paesaggio si stende sul letto. Nebbia grigia, aria di neve, cielo cupo; le donne calitrane con lo scialle accarezzano le nuvole. Sorgerà domani il nuovo sole, il Sole di Calitri. E Bisaccia, il castello e la stanza del Tasso. E Andretta e Lacedonia. E Rocchetta… Rocchetta la poetica: serenate, canzoni, odori di Puglia. Fuochi d’artificio, Cairano in festa, Cairano senza la donnaccia, Cairano Bellissima. E Teora impenetrabile e soltanto sfiorata.

È un ritorno al passato. «Date la patria all’esule». Così disse Francesco De Sanctis. E lo disse con sincerità. E lo scrisse a Virginia Basco. «Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana. E tu commossa mi dicevi: poverino!». Sì. Diceva poverino. E scriveva. «Scrivere mi riesce difficile, perché non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti […], quel foglio mi pare brutto, e lo stracci e da capo». Parole stupende.

Assistiamo ad un'opera di cementificazione sempre più selvaggia ed incontrollata del territorio italiano, che ospita una vasta percentuale del patrimonio artistico, architettonico e culturale dell'umanità, ma pure un ricco patrimonio naturalistico. La speculazione edilizia è un affare della malavita imprenditoriale che stringe accordi con le istituzioni politiche ed altri centri di potere, curando esclusivamente i propri interessi. Sappiamo che alcune associazioni criminali detengono il controllo militare (cioè violento) di interi territori regionali come la Campania (nelle mani dei clan camorristi), la Puglia (dove imperversa la Sacra Corona Unita), la Calabria (in mano alla 'ndrangheta), la Sicilia (dove regna sovrana Cosa Nostra), senza contare l'espansione tentacolare di tali piovre criminali in altre zone d'Italia, d'Europa, del mondo. Ebbene, se le cose stanno così, non c'è nulla di cui meravigliarsi quando le abitazioni, le scuole, gli ospedali crollano alla prima scossa tellurica di una certa intensità.

Lucio Garofalo

Ieri mattina, durante il primo Collegio dei docenti del nuovo anno scolastico, tra i numerosi punti all'Ordine del Giorno si è discusso delle sedicenti "buone pratiche" (adotto il lessico abitualmente adoperato dal dirigente per indicare una serie di abitudini e di esperienze "virtuose" poste in essere in una scuola), degli adempimenti e delle più urgenti deliberazioni concernenti aspetti burocratico-organizzativi: la nomina dei membri di una serie di commissioni tecniche, gli incarichi incentivabili con il Fondo di Istituto, corrispondenti anche a voci sottoposte ai meccanismi per l'assegnazione del bonus finale, ossia alla valutazione premiale del DS, la definizione dei criteri utili per la designazione delle Funzioni Strumentali e delle loro aree di competenza: insomma, una sequenza di argomenti noiosi sollevati ad ogni inizio d'anno scolastico. Trattandosi di punti che "seducono" più che altro i soggetti venali e mercenari (o gli elementi più "collaborativi", dal loro punto di vista), oltretutto per quattro spiccioli, il sottoscritto non si lascia entusiasmare da siffatte dispute bizantine e tediose. Quando la seduta stava per volgere al termine, si è presentato un tema assai serio e concreto, che ha destato il mio interesse: è stata delineata una proposta relativa ad un progetto di formazione/prevenzione rispetto alle più comuni e diffuse dipendenze giovanili: il tabagismo, l'alcolismo e le tossicodipendenze. Come si può facilmente intuire, trattasi di una problematica di enorme rilievo socio-educativo. Sulla quale è intervenuta una collega, che ha ventilato l'ipotesi di una cooperazione addirittura con (udite udite!) la comunità di San Patrignano, i cui sistemi sono a dir poco discutibili, in quanto hanno poco a che fare con la prevenzione, bensì con esperienze coercitive e repressive. Ho alzato la mano per ottenere la parola e far presente alla platea il rischio di una simile ipotesi e spiegare che la questione è estremamente delicata, che occorre procedere con cautela e competenza, che un'attività di prevenzione socio-educativa in materia di dipendenze esige e presuppone un determinato livello di abilità, esperienze e conoscenze, ed infine che interventi inidonei o maldestri potrebbero rivelarsi finanche nocivi e controproducenti. Ma il preside non mi ha concesso il modo ed il tempo per esplicitare, in una forma chiara ed esaustiva, il mio ragionamento. Non è la prima volta che accade. Già lo scorso anno, alcuni miei interventi venivano puntualmente e bruscamente interrotti. È fin troppo palese (mi pare) il timore per qualsiasi tipo di critica o "pensiero divergente", una sorta di insofferenza o allergia verso il contraddittorio dialettico e il pluralismo democratico delle opinioni. Per cui l'incipit del nuovo anno scolastico lascia prefigurare che avrò molto da combattere, da rivendicare e conquistare. Ora, a proposito di "buone pratiche" nella scuola, credo che sarebbe una "buona pratica" far parlare chiunque, senza opporre interruzioni, né manifestare fastidio. Sarebbe una "buona pratica" ascoltare e tollerare, se non finanche valorizzare i punti di vista critici e divergenti. Sarebbe un'altra "buona pratica" coinvolgere la platea in modo democratico ed effettivamente collegiale, senza privilegiare soltanto chi si dimostri "collaborativo". Sarebbe una "buona pratica" non recepire passivamente ed acriticamente qualsiasi proposta calata dall'alto. Sarebbe, infine, una "buona pratica" abbandonare tutte quelle "buone pratiche" che non hanno alcun interesse, né ricadute, e non servono assolutamente a nulla nell'insegnamento in classe: non hanno alcun "valore", tranne per un'esigua minoranza.

Lucio Garofalo

È ormai imminente l'avvio del nuovo anno scolastico. La sede in cui dovrò prestare servizio è quella dell'anno scorso: dista pochi chilometri dal luogo in cui attualmente abito ed è un ambiente, tutto sommato, vivibile e pacifico. Almeno per il momento, gli effetti velenosi della "Buona Scuola" non sono stati inoculati. Ecco il punto che mi preme sollevare: la spinosa e famigerata questione della "Buona Scuola", com'è stata ribattezzata la "riforma" renziana della scuola. L'anno appena trascorso è stato di transizione, ma ora si aprirà sul serio una fase difficile e regressiva (temo) nella storia della scuola italiana. Si prospetta una stagione tormentata dagli effetti destabilizzanti e distorsivi prodotti dall'applicazione della legge 107/2015. Gli scenari ipotetici delineati da molti analisti, lasciano supporre che l'istituzione del superpreside (la "nuova" figura dirigenziale è inequivocabilmente dotata di poteri, oneri e responsabilità a dir poco spropositati) e della "chiamata diretta" finirebbero per innescare "fatalmente" un incremento delle vertenze e dei ricorsi nelle realtà caotiche di numerose scuole. Potrebbe inasprirsi il clima di tensioni e polemiche tra i docenti stessi e gli altri soggetti che vivono quotidianamente le crescenti, esplosive contraddizioni insite nel mondo della scuola, accentuando sensibilmente alcune dinamiche conflittuali. A ciò si aggiunga l'introduzione dei "bonus", cioè di meccanismi premiali per la "valorizzazione del merito". Tradotto in soldoni, si andrebbe a premiare in maniera privilegiata chiunque asseconderà la linea politica seguita dal dirigente scolastico, non certo chi lavora e fa il proprio dovere in classe. Si tratta di un'operazione perversa che risponde ad una precisa finalità di cooptazione, ovvero di integrazione delle voci critiche scomode e fastidiose. In sostanza, è un astuto espediente funzionale a un disegno di normalizzazione/neutralizzazione strisciante del dissenso. Come oramai avviene un po' dovunque nella nostra società. Per cui si profila all'orizzonte il rischio subdolo, ma concreto, di un'impennata del numero dei reclami e delle controversie di tipo legale. Non è assurda, né distante dal vero, l'ipotesi che tutto ciò finirebbe per suscitare un clima relazionale rancoroso e ridurre le scuole in contesti quasi invivibili, alienanti, attraversati da crisi frequenti e contrasti laceranti. Insomma, ambienti intossicati da rapporti di sudditanza e di sopraffazione, o "teatri di battaglia" mai visti prima. In ogni caso, colgo l'occasione per augurarvi un sereno incipit d'anno scolastico. E che la "buona sorte" ci assista.

Lucio Garofalo

Oramai mi sono abituato a frequentare Lioni, il mio "borgo natio", sempre più di rado. E lo faccio come se io fossi un qualsiasi avventore di passaggio, il quale sosta in un bar a consumare un caffè, ovvero come un cliente forestiero che "scende" all'area commerciale per un giro, effettua qualche acquisto ed infine riparte. Nel contempo, aggiungo che non mi dispiacerebbe affatto se si risvegliasse una vivace e sincera dialettica democratica e pluralistica nella comunità lionese. Sarebbe auspicabile (ma è davvero attuabile?) una ripresa promossa dall'avvento della nuova amministrazione municipale. Una rinascita della dialettica politica, favorita magari dal ricorso ad una piazza telematica di discussione. All'uopo potrebbe servire persino Facebook. In un recente passato, ho già avuto modo ed occasione di annotare che il limite oggettivo di questo spazio virtuale di confronto e di partecipazione politica, è insito nello strumento stesso di comunicazione, che attualmente rimane circoscritto ad una cerchia ancora elitaria di cittadini che usano abitualmente Internet e i social network. Comunque, ben venga il veicolo del web in soccorso alla libertà di espressione, dunque alla convivenza democratica e civile. Invito chiunque ad afferrare il valore e la portata di una questione assai delicata qual è, appunto, la rivendicazione di una maggiore partecipazione politica collegiale. Un'istanza proveniente dal basso, ovvero dai settori della cittadinanza più attiva e cosciente. Si tratta di un bisogno poco avvertito, essendo stato sovente sedato o soffocato dalle amministrazioni precedenti. Ma una simile rivendicazione, più che legittima, non deve scadere in futili pretesti per scatenare sterili e rissose polemiche personali. Si rammenti, ad esempio, il caso Rouge: una vertenza che risale al 2013, sorta tra l'amministrazione allora in carica ed il circolo Rouge/RibellArci, un'associazione ancora operante a Lioni. Il sindaco aveva emesso un'ordinanza di sgombero del circolo dai locali occupati, ma poi fu ritirata grazie agli attestati di solidarietà e ad interventi a sostegno del Rouge da parte di numerosi soggetti attivi sul territorio, sia singoli cittadini che organizzazioni politiche e culturali. E si ricordi la vertenza sorta nel 2007 in merito alla famigerata "antenna dei tumori" nel rione di San Bernardino: definizione meritata ed avvalorata da riscontri in indagini statistiche condotte nel campo delle onde elettromagnetiche e degli effetti nocivi per la salute delle persone. Quella vicenda fu un momento importante di partecipazione democrativa in seguito ad una presa di coscienza corale e ad una petizione popolare che fu sottoscritta da una percentuale considerevole dei cittadini di Lioni: 689 firmatari costituivano all'incirca un decimo della popolazione residente dell'epoca. Una simile esperienza, significativa ed emblematica, ha insegnato che talvolta le iniziative popolari, sorte dal basso, possono approdare ad esiti positivi, per quanto inattesi ed ancorché ardui. A me pare che l'ostacolo maggiore, che impedisce o pregiudica un'ampia partecipazione alla vita politica di una comunità, sia un limite culturale che chiamo "fatalismo". Il fatalismo, tanto diffuso tra la gente del Sud, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa mutare e tutto sia stabilito da una sorta di destino, di forza trascendente e soprannaturale (ma in realtà è un'entità terrena o antropica, cioè politica) contro cui gli individui si sentirebbero assolutamente impotenti, ma così non è. La condizione reale che compromette o vanifica ogni tentativo di lotta, che frustra ogni desiderio o istanza di mutamento, è l'isolamento del singolo individuo, mentre la forza materiale e sociale discende dall'unità politica ed organizzativa degli uomini, dalla validità delle loro ragioni e convinzioni, dalla giustezza e dall'efficacia delle loro proposte, dalla tenacia e dalla volontà condivisa di modificare sul serio lo stato di cose presenti. Inoltre, sempre a proposito di "fatalismo", di superstizioni o "corvi", rammento il "corvo marxista" che appare in un famoso film di Pier Paolo Pasolini, "Uccellacci e uccellini", interpretato da un inedito Totò e Ninetto Davoli. Il richiamo cinematografico serve ad osservare che non tutti i "corvi" sono da evitare, e tantomeno demonizzare. Il corvo protagonista del film di Pasolini, è la geniale metafora di un libero pensatore, è il simbolo allegorico della coscienza critica. La digressione da cinefilo vale a recuperare il tema (ormai demodé) della democrazia a partecipazione diretta. L'unica democrazia possibile e necessaria, l'unica autentica democrazia. Un modello praticabile e realistico, almeno sul terreno delle piccole comunità locali. Tutt'altro che utopia.

Lucio Garofalo

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