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Consenso eventi di comunicazione

Che cos'è il PIL? Il Prodotto Interno Lordo indica un dato statistico assolutamente falsato, nel senso che è distorto e manipolato ad arte dai vari "istituti di ricerca" (che non sono affatto indipendenti, checché se ne dica altrimenti), ad uso e consumo delle élites eurocratiche dell'alta finanza: la Trojka, la Commissione Europea, la BCE, il FMI. La stima del PIL è un esercizio che giova soprattutto alle oligarchie capitaliste che hanno l'interesse a massimizzare costantemente i loro profitti. Infatti, il prodotto interno lordo non è mai distribuito in modo equo tra le classi sociali di una nazione. Un Paese come la Cina, che vanta il più alto PIL del mondo, possiede oltre un miliardo di poveri. In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva, ma in realtà sono cresciute le cifre che segnalano il livello della miseria e della disoccupazione ad esclusivo discapito delle fasce sociali più indifese. In Italia, da anni gli indici ed i calcoli relativi al PIL nazionale sono in una fase recessiva, eppure gli utili del grande capitale (cioè quello che comanda sul serio nell'economia internazionale, ovvero i circoli dell'alta finanza, le principali banche d'affari, i grandi gruppi multinazionali) sono schizzati a livelli record e ai massimi storici. Come mai? Non occorre essere esperti in materia di economia per capire che i conti non quadrano. È evidente che interviene qualcosa (o qualcuno, dall'alto) che non fa quadrare bene i conti. Nel senso che le statistiche economiche vengono costantemente manipolate ad arte a palese vantaggio di chi ci guadagna, cioè a profitto di alcune minoranze politicamente egemoni e dominanti, le oligarchie finanziarie che detengono il controllo dei settori nevralgici del potere: economia, politica, mass-media "mainstream", banche centrali, atenei universitari, accademie scientifiche più prestigiose, ivi compresi gli istituti di ricerca che si occupano di diffondere i dati ufficiali relativi al PIL. Inoltre, la democrazia formale (delle istituzioni liberali-rappresentative borghesi) non è un elemento in grado di arginare la violenza dei mercati azionari. La memoria collettiva della gente, si sa, ha un raggio di azione estremamente corto e scarsamente duraturo. All'indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci "indignate" ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali (in primis cito il presidente degli Stati Uniti) per reclamare interventi volti a regolamentare e "moralizzare" i meccanismi della finanza globale, percepita come "rea e perversa" e additata quale capro espiatorio del dissesto economico di intere nazioni. Si invocarono misure tese ad arginare il cinismo e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e le transazioni finanziarie, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia reale e produttiva. Da allora sono trascorsi ben otto anni, ma nessuna proposta politica degna di tal nome è stata adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando le interferenze che le élites finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle autorità politiche, ricorrendo a qualsiasi mezzo, ad espedienti spregiudicati e criminali, per limitare e condizionare la sovranità o l’autonomia decisionale di enti ed organismi eletti democraticamente. Pertanto, cianciare ancora di “democrazia” quando tale istituzione di governo è destituita di ogni principio e fondamento, non ha più senso. Forse acquisterebbe un valore concreto solo se si riuscisse a rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali. Insomma, rivoluzionando radicalmente l’attuale assetto socio-politico-economico internazionale. Se la recessione economica degli ultimi anni "vanta" un merito, esso consiste probabilmente nell’aver messo a nudo tutte le insanabili contraddizioni insite nell'ingranaggio capitalistico, rivelando la sua irriducibile ed essenziale indole autoritaria. Una matrice che è assolutamente incompatibile con i valori della sovranità democratica e popolare e qualsiasi forma di legalità costituzionale e di civiltà giuridica.

Lucio Garofalo

Chiunque pensi di discutere della questione giovanile nella società contemporanea, trattandola in un senso troppo generico o superficiale, rischierebbe di essere sterile, vacuo, inefficace, mescolando nel calderone una serie di tematiche diverse come politiche giovanili, forum dei giovani, musica e cultura giovanile, discoteche, tossicodipendenze e devianze giovanili, attività sportive, formazione culturale, alternanza scuola-lavoro, stage professionali ed altre forme subdole di sfruttamento dei giovani e via discorrendo. Alla fine è come non discuterne affatto. Non serve se non si focalizza il tema centrale, che è la precarietà, il concetto-chiave che descrive e riassume la drammatica e crudele situazione di fragilità e ricattabilità vissuta da intere generazioni di giovani. Si tratta di una condizione di servitù a vita, di vulnerabilità cronica e strutturale, di precarietà stabile o permanente (è una sorta di ossimoro), non solo dal punto di vista lavorativo, ma pure a livello socio-affettivo ed esistenziale. Il precariato diffuso è la base che rifornisce l'odierno proletariato, composto quasi esclusivamente dalle giovani generazioni, condannate a un destino di cieca disperazione collettiva, essendo private di ogni diritto e tutela, persino della speranza di riscatto e di emancipazione sociale, almeno nel contesto capitalistico in vigore. Mai come oggi è fin troppo chiaro che la cosiddetta "emergenza giovanile" non è solamente una mera questione generazionale, ma si intreccia e si identifica direttamente con la questione, più complessa e profonda, dell'alienazione economica, dello sfruttamento del pluslavoro, che si esplica tramite una serie di espedienti "tecnici" infidi, di meccanismi che tendono ad inasprire e cronicizzare la condizione della precarietà a vita, in cui oggi è ingabbiato il mondo giovanile. Un fenomeno aggravato ulteriormente dalla spaventosa crisi economica in atto, che denota caratteristiche irreversibili ed investe il capitalismo come sistema globale. A proposito del "che fare", ecco insorgere tutte le difficoltà e le criticità di un movimento (non solo giovanile) incapace ormai di opporsi, di lottare ed articolarsi come classe sociale, come soggetto politicamente organizzato. Intervengono dinamiche ostative e disgregative come, ad esempio, atteggiamenti e tendenze di origine piccolo-borghese: opportunismo ed individualismo sfrenato, morboso e quasi patologico. Temo che illudersi di contrastare o debellare il narcisismo individualista mediante Facebook, equivalga a combattere la mafia assoldando tizi come Riina e Provenzano. Per esperienza diretta ho dedotto che Facebook (ma il discorso è valido per i social-network in generale) è uno strumento diabolico e perverso, congegnato proprio per assecondare, alimentare o istigare il narcisismo, intellettuale ed esteriore, dei singoli individui, con il rischio di esaltare all'estremo le tendenze esibizioniste. Il narcisismo individualista ha arrecato non pochi guai in passato, specie quando lo si è gonfiato oltremisura. A maggior ragione, direi, se il narcisismo si sposa al potere ed al prestigio personale. Gli esempi celebri non mancano nemmeno nella storia del movimento operaio e comunista internazionale. Ne cito uno in particolare: Stalin. La lista dei capi narcisisti e paranoici è abbastanza nutrita ed illuminante. Ne discende il corollario finale secondo cui il narcisismo andrebbe assunto in dosi "modiche", altrimenti rischia di diventare più nocivo e letale della peste bubbonica.

Lucio Garofalo

Con l'alibi della "meritocrazia" in salsa renziana, in Italia, e persino nel mondo della scuola (rimasto a lungo una sorta di "oasi felice"), stanno sdoganando ed istituzionalizzando definitivamente il clientelismo, la corruzione e la mafia. Si pensi solo ad un tizio come Schettino che un paio di anni fa ebbe l'onore di svolgere alla Sapienza addirittura un "master" sul tema (udite udite!): "come gestire il panico". Pare una barzelletta, invece non lo è. Una lezione in un ateneo così prestigioso, tenuta da un soggetto simile sulla gestione del panico, a me suona come un ossimoro, una contraddizione terminologica. Probabilmente, tale caso indica la sintesi più emblematica, il paradigma perfetto, quanto parossistico, di un Paese assai scombinato, che si muove alla rovescia. Un Paese deformato da paradossi di carattere politico, storture economiche ed antinomie sociali e culturali. Un Paese assai irrazionale e controverso, in cui i codardi e i banditi salgono in cattedra per impartire lezioni, i mediocri, gli inetti e gli ottusi governano le istituzioni statali, i mafiosi e i corruttori legiferano in materia di mafia e corruzione, gli evasori fiscali fanno la morale a chi paga le tasse, i farisei predicano male e razzolano persino peggio. Tutto ciò risulta inconcepibile o inammissibile ad un intelletto appena sano e ragionevole, o ad una persona intellettualmente onesta, diversamente da chi è in perfetta malafede o mentalmente distorto. Eppure, vicende così assurde e bizzarre (trattasi di eufemismi) sono diventate la "normalità" nell'Italia "renzusconiana". I lacchè e i "benpensanti", i cani da guardia fautori delle tecnocrazie e delle oligarchie capitalistico-finanziarie al potere, chiamano (cinicamente) "meritocrazia" simili aberrazioni. In tal modo, oltre al danno ci tocca sopportare la classica beffa. Possono farlo liberamente, in quanto detengono quel ruolo ideologico delicato che Gramsci definì "egemonia", che consente di spararle clamorosamente grosse e rimanere impuniti.

Lucio Garofalo

Maestoso, candido. Solitario volatile, lapide di marmo, nomi, date, guerre. Manocalzati ai suoi figli migliori caduti per la Patria i cui nomi volle qui scolpiti a ricordo imperituro. Il sacrario è accarezzato dal severo sole; liturgica tavola del patriottico culto. Eterna fiamma. Inaugurazione del Monumento ai Caduti 9 giugno 1966. Polvere di tradizione, corona di cuori e lacrime, folla in festa, drappi tricolori. Vicenda di cinquanta anni fa. Vicenda del glorioso passato. Giorno del lontano 1966, giorno memorabile per la comunità di Manocalzati. È doveroso ricordare gli eventi importanti della nostra storia; quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione del Monumento.

Il 9 giugno 1966 il sindaco Arturo De Masi realizzò il suo sogno. L’Irpinia ammirò lo spirito di abnegazione dei manocalzatesi. Arrivarono in paese le autorità civili e militari. Raggiunsero Manocalzati S.E. il prefetto di Avellino dottor Cataldi, S.E. il console generale degli Stati Uniti d’America in Napoli Byington, il generale Antonio De Majo, Ralph Gualberto e sua moglie Elisabetta. La banda del X° CARTC e una rappresentanza di giovani reclute diedero inizio alla cerimonia ufficiale. Il popolo di Manocalzati assistette all’inaugurazione in maniera commossa; le scolaresche attesero l’arrivo delle autorità e liberarono nel cielo tantissimi palloncini colorati. Arrivarono a Manocalzati gli onorevoli Antonio Guarra e Bernardo D’Arezzo, i consiglieri provinciali Pasquale Grasso e Silvestro Petrillo, i Generali della riserva Domenico Caprio e Giordano, il Colonnello Ugo Porta del presidio Militare, il Tenente Colonnello Antonio De Masi e il dottor Luigi Piccolella. Il sindaco De Masi nominò la moglie di Ralph Gualberto, Elisabetta, madrina del Monumento. La signora si presentò in paese con un abito scuro molto elegante e con un cappello; ella tolse il pannetto e scoprì la lapide. Tutto il popolo applaudì Elisabetta. Ho recuperato alcune fotografie. Elisabetta è austera, raffinata.

«In un favoloso scenario di morbide luci, - scrisse il professore Antonio Tirone - l’alba del 9 Giugno, calando da quell’arcano empireo dove gli uomini la vollero sfavillante di verginale bellezza, scioglie impalpabili tinte all’orizzonte percorso già dai primi aliti della incipiente estate, come a promettere felici auspici di una giornata splendida e serena agli uomini in attesa. L’ampia distesa del cielo, come una casta ara votiva, s’appresta a ricevere all’infinito i raggi impetuosi del sole, per ridonarli, quasi per un antico rito sacerdotale, alla terra assorta in preghiera, purificati: sacerdotesse incorruttibili, le vette dei monti tendono all’intorno le loro cime sfavillanti, mute testimoni dell’umana vicenda, nell’eterno fluire del tempo. Disteso nel verde maturo delle sue campagne, il paese si sveglia pavesato di bandiere ed i muri tappezzati di manifesti tricolori, pronto per la festa dei suoi Eroi che vuol essere, all’un tempo, rimembranza e ringraziamento, dichiarazione, da parte dei vivi, di fede imperitura negli immortali valori della Patri, nel nome di Coloro che, per Essa, ubbidirono e caddero, per rivivere, eternamente giovani e santificati dal sacrificio, nel cielo eterno da Dio riservato ai Martiri ed agli Eroi».

Il Monumento fu realizzato grazie al prezioso contributo dei manocalzatesi residenti all’estero e in modo particolare grazie ai manocalzatesi "americani". S’impegnò attivamente l’italo americano Ralph Gualberto; egli si stabili a Nutley nel New Jersey. Il sindaco De Masi scrisse lettere frequenti a Gualberto: nelle lettere il sindaco espose all’emigrante l’idea di raccogliere i fondi per erigere il Monumento. E Gualberto si mise in contatto con i manocalzatesi d’oltre oceani. In otto mesi riuscì a recuperare ben 4000 dollari. Visitò tutte le case dei compaesani del New Jersey. «Oggi, 9 giugno 1966, - disse Ralph Gualberto - ho il piacere di presentarmi a voi con 4.000 dollari che, spero, riusciranno a realizzare il sogno del nostro carissimo Sindaco, arricchendo la cittadinanza di un monumento ai suoi Figli più gloriosi. Questa somma che oggi porto a voi, amici carissimi e concittadini, a dire il vero è frutto di sacrifici e di lavoro: ci vollero ben otto mesi, girando ogni domenica, visitando paesani nello stato di NEW YORK e NEW JERSEY. […] Al mio ritorno in America, nel silenzio e nella pace della mia casa, pensando a questi momenti gloriosi e commoventi per Manocalzati, ricorderò per sempre i vostri volti amichevoli e il vostro sguardo penetrante».

Collaborarono economicamente diversi enti. La Provincia di Avellino diede al comune di Manocalzati 500mila lire; l’associazione famiglie Caduti e vedove di guerra 100mila; l’associazione combattenti 20mila e il Ministro della Difesa 30mila. Furono raccolte 895.300 lire con le sottoscrizioni; dalla città di Roma giunsero 82.500 lire e da quella di Busto Arsizio 58mila. La società Vianini Costruzioni contribuì con la somma di 300mila lire.

Il Sindaco De Masi, in qualità di Presidente del Comitato Promotore Monumento, ringraziò tutti e mostrò la sua soddisfazione. «Signori, a nome del Comitato esecutivo, […] porgo il mio deferente saluto e commosso ringraziamento a S.E. il prefetto, […] agli Onorevoli […], a tutte le Autorità qui convenute per unirsi a noi in questo doveroso omaggi ai nostri 49 Caduti, militari e civili, di tutte le guerre. […] Oggi il nostro desiderio è realtà e ci sia consentito di esprimere sentimenti di intima, patriottica commozione sul ricordo sacro dei nostri Caduti. I loro nomi, scolpiti nei nostri cuori, prima che sul marmo, rievocano volti cari a mille ricordi di vita comune, ma oggi tra noi c’è il loro spirito che conferisce la migliore purezza a questa manifestazione. Concittadini, adempiuto il voto di onorare degnamente il sacrificio supremo dei nostri Caduti, a noi, ora, il compito doveroso di custodire le sacre memorie».

La notizia apparve sul Mattino (A Manocalzati un Monumento ai Caduti coi risparmi degli emigrati), sul Tempo (Un ponte ideale con l’America il Monumento di Manocalzati), sul Fante d’Italia (Il 9 giugno la cittadina ha vissuto una intensa giornata patriottica in occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti) e sul Roma (Inaugurato solennemente a Manocalzati il Monumento ai Caduti di Tutte le guerre). Riportò la notizia anche il giornale statunitense The Nutley Sun (Nutle’s Ralph Gualberto raises funds, dedicates war memorial in Italy).

Inviò un telegramma il Ministro della Difesa Tremelloni. «Molto spiacente che inderogabili impegni Governo mi impediscono partecipare 9 giugno inaugurazione Monumento Caduti virgola formula voti augurali migliore riuscita significativa cerimonia pregandola porgere mio cordiale saluto partecipanti Alt». Inviò un telegramma anche Alfredo Covelli. «Causa precedenti impegni politici costringomi partire Sardegna stop. Rammaricato non poter presenziare inaugurazione Monumento ai nostri gloriosi caduti sono spiritualmente presente stop vive cordialità». I membri del Comitato Promotore stamparono anche un opuscoletto nel 1967 per commemorare lo storico evento.

Chi ha tutto l'interesse ad arruolare, addestrare e strumentalizzare i miliziani jihadisti, temo che non insegua affatto delle finalità religiose. Mi riferisco a quei manovratori politici che siedono nelle "alte sfere" del potere che agiscono sul terreno internazionale. L'Isis si insinua dentro i conflitti intestini al mondo islamico, in primis nello scontro secolare tra sunniti e sciiti, per rovesciare i rapporti di forza vigenti nel quadro politico arabo-islamico, in regioni geopolitiche e strategiche assai delicate e determinanti per le sorti del capitalismo, quali il Medio Oriente o il Golfo Persico, non soltanto perché ricche di materie prime e giacimenti petroliferi. Da noi, nelle società secolarizzate occidentali, gli ideali religiosi sono stati soppiantati da altri moventi, che costituiscono dei veri e propri surrogati della dimensione religiosa. Mi viene in mente il tifo calcistico, giusto per indicare un esempio. Altrove, nel mondo musulmano, la spiritualità religiosa esercita ancora una spinta ideale e motivazionale assai forte, nessuno lo mette in dubbio. Ma, come avveniva già in passato nel mondo cristiano, il fattore religioso è di fatto subordinato ad altri interessi che sono di ordine materiale, nella misura in cui la sfera religiosa si pone al servizio di assetti di potere politico-economici che strumentalizzano il fenomeno religioso per auto-riprodursi in modo perpetuo. La chiesa cattolica è un chiaro esempio in tal senso, visto che si tratta di un'istituzione antica, di origine medievale, una struttura piramidale e feudale, che sopravvive da oltre duemila anni. E ciò non accade per un caso fortuito. Il pontefice attualmente in carica, apparentemente gioviale ed estroverso, umile e fuori dagli schemi e dai protocolli tradizionali, è il classico "specchietto per le allodole". La sua funzione è riavvicinare, almeno verbalmente, la chiesa romana a tutti quei popoli che si stavano discostando sempre più dal cattolicesimo, per abbracciare altre fedi religiose o altre cause ideali. Il compito di papa Bergoglio è, per l'appunto, di natura politica ed è un obiettivo di lungo termine perseguito dalla curia vaticana per resistere alla crisi epocale e strutturale che investe il capitalismo e porsi come una sorta di "terza via". È una strategia politica di ampio respiro, che il sacro soglio pontificio ha impostato per evitare di essere travolto da un eventuale crollo del sistema globale imperniato sull'economia di mercato. Potrei sbagliarmi, ma mi pare sia la prospettiva assunta da chi governa oggi la Santa Sede.

Lucio Garofalo

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