Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog Powered By GSpeech
Login

Il 28 febbraio 2014, pochi giorni dopo la sua nomina a Presidente del Governo, inviammo a Matteo Renzi l’unita lettera trasmettendola  anche ad alcuni giornali cartacei e online che la pubblicarono. Ora, a distanza di due anni e mezzo sarebbe opportuno pubblicarla  nuovamente in modo che i Cittadini ed ancor di più i politici, di maggioranza e di opposizione, possano esaminare quanto avevamo proposto e valutare ciò che è stato fatto e ciò che andrebbe fatto per sanare un po’ di cose del nostro beneamato Paese.

                                                        Giovanni Dotti e Martino Pirone

Messaggio: Gli sprechi nella Pubblica Amministrazione

Ill. mo dott. Matteo Renzi Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana R O M A

Siamo due Cittadini italiani che hanno lavorato per più di 40 anni in settori pubblici (rispettivamente nella Prefettura di Varese e nella Sanità) e che per questo pensano di conoscere abbastanza il problema degli sprechi nella Pubblica Amministrazione. Per eliminare o almeno ridurre i quali ci permettiamo di avanzare alcune proposte che, secondo le competenze, La invitiamo a segnalare all’attenzione dei relativi Ministeri e proporre leggi da discutere in Parlamento.

- Abolire o ridurre drasticamente i rimborsi elettorali ai partiti politici;

- Invitare gli Organi Istituzionali nei confronti dei quali non è possibile agire (Presidenza della Repubblica, Parlamento, Consulta) ad una immediata riduzione di tutte le loro spese (retribuzioni e spese di funzionamento) rapportandole ai parametri degli altri Paesi europei, tenuto anche conto dell’attuale crisi economico-finanziaria;

- Sollecitare il Parlamento a ridurre i finanziamenti e le agevolazioni previste dalle leggi costituzionali a favore delle Regioni a Statuto Speciale e delle Province Autonome;

- Ridurre per tutti i Dicasteri e gli Uffici della Pubblica Amministrazione il numero dei Dirigenti ed anche bloccare - per un determinato numero di anni e per i soggetti al disopra di un certo livello – l’avanzamento di grado, in particolare per le Forze Armate (riducendo drasticamente il numero dei Generali), nonché diminuire le loro attuali retribuzioni (prevedendo un tetto massimo non superiore a quello medio degli altri Stati europei; altrettanto dicasi per le loro pensioni);

- Ridurre le attuali eccessive retribuzioni degli Amministratori e degli alti Dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni, nonché quelle dei dipendenti di alcune Regioni a Statuto Speciale uniformandole a quelle di tutte le altre;

- Annullare le tante leggi e leggine che hanno consentito finora a moltissimi beneficiati di godere immeritatamente di retribuzioni e/o pensioni scandalose, spesso superiori ai 20 / 30.000 Euro/mese, e vietare il cumulo delle stesse (in tali casi più che di diritti acquisiti si tratta di privilegi, contrari ad ogni senso di equità  e di giustizia, che gridano vendetta al cielo!);

- Applicare da subito una cospicua trattenuta alla base sui precitati redditi e su quelli percepiti da tanti VIP (calciatori e personaggi dello spettacolo), dirigenti d’azienda, amministratori di banche, assicurazioni, finanziarie, ecc. quando superino determinati importi (prendere ad esempio la tassazione U.S.A. che è realmente progressiva);

- Disporre per stipendi e pensioni di entità elevata che l’importo superiore ai 15 - 20.000 Euro/mese venga corrisposto in Titoli di Stato quinquennali o decennali (così il Governo potrebbe disporre di una pronta e costante liquidità , ed anche si limiterebbe di molto l’esportazione illegale di capitali all’estero);

- Rivedere le norme che regolano i rapporti, in materia fiscale, con la Repubblica di San Marino, la Svizzera, Montecarlo, Lussemburgo ed altri paradisi fiscali;

- Tenere sotto stretto controllo le società  offshore create all’estero da molti connazionali allo scopo di eludere il Fisco italiano;

- Aumentare l’organico della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate per intensificare i controlli fiscali sui liberi professionisti e sopratutto sugli operatori economici e finanziari (in particolare coloro che risiedono anche nei C.d.A. di Banche, Assicurazioni, Enti, e Società  pubbliche e private);

- Obbligare la connessione informatica fra tutti gli Uffici Pubblici per consentire controlli telematici incrociati, in particolare: Agenzia delle Entrate, Catasto, Inps ed altri Enti previdenziali, Anagrafi comunali, Motorizzazione Civile, P.R.A., Registro Nautico, Assicurazioni, ecc.;

- Ridurre del 15 - 20 % per tutte le strutture Statali centrali e periferiche (eccetto che per Scuola e Giustizia) l’accreditamento per le spese correnti, mantenendo o accordando loro autonomia gestionale (dietro presentazione di un bilancio di previsione per ciascun esercizio finanziario) in modo che possano apportare variazioni di spesa da un capitolo all’altro, ma senza sforare il tetto di previsione annuale;

- Ridurre al minimo indispensabile le consulenze esterne per tutti gli Enti Pubblici, con obbligo di rivolgersi in via prioritaria ad altri Enti Pubblici e solo secondariamente ai privati, ed anche creare una Tabella Nazionale dei Consulenti con tariffe prestabilite;

- Disporre per il Ministero dell’Interno una sensibile riduzione del numero dei servizi mobili di scorta alle persone, limitandoli allo stretto necessario e per spostamenti legati ad attività  istituzionali e mantenere i presidi fissi di protezione alle abitazioni solo per quei casi eccezionali di accertato rischio;

- Sostituire le attuali urne elettorali di cartone a perdere con urne pieghevoli di plastica riutilizzabili per successive votazioni; limitare ad una sola giornata le consultazioni elettorali; accorpare se possibile in unica tornata elezioni di differente natura (es. politiche e amministrative) ed eventuali referendum;

- Disporre per le Ambasciate ed i Consolati italiani nei Paesi extraeuropei, prima di rilasciare il visto d’ingresso per l’Italia - anche solo per turismo – l’obbligo di richiedere agli interessati una adeguata copertura assicurativa per eventuali spese sanitarie, onde evitare che le stesse (spesso notevoli) vengano poi accollate al nostro S.S.N. (quasi sempre senza alcuna possibilità  di recupero);

- Ridurre il numero dei carcerati con l’espulsione degli stranieri condannati per droga o reati minori e senza permesso di soggiorno; per i reati più gravi stipulare accordi con i Paesi d'origine affinché i condannati scontino la pena nel loro Paese;

- Snellire le procedure giudiziarie per accelerare l’iter dei processi, in modo da ridurre il numero dei soggetti in attesa di giudizio limitandone la detenzione al più breve tempo possibile;

- Promuovere le convenzioni tra Istituti di pena ed Enti pubblici (Comuni e altri) per far svolgere, con permesso diurno, lavori di pubblica utilità  ai carcerati meno pericolosi;

- Contenere le spese di gestione degli Ospedali pubblici e degli Istituti di pena, oggi davvero eccessive, evitando in particolare inutili sprechi nel riscaldamento, nell’illuminazione dei locali e nelle mense (molto cibo viene quotidianamente gettato);

- Annullare l’acquisto dei tanto discussi aerei militari (cacciabombardieri) dal costo esorbitante e di altre forniture di materiale bellico non indispensabile; prevedere il ritiro dei militari italiani operanti all’estero a meno che le spese non vengano sostenute totalmente o in prevalenza dall’O.N.U.;

- Controllare ed approfondire le segnalazioni di alcune trasmissioni televisive quali: Striscia la notizia, Reporter, Matrix, Le iene, ecc. circa gli sprechi per opere costosissime mai completate o inutilizzate (oltre 400!) come: ospedali, scuole, carceri, caserme, aeroporti, strade, stazioni e tratte ferroviarie, centri sportivi, palestre, piscine, ecc. e procedere eventualmente a denunciare alla Corte dei Conti ed alla Magistratura ordinaria gli amministratori responsabili di detti sprechi;

- Accordare agli amministratori in carica un termine tecnico entro il quale le succitate opere, sostenute da finanziamenti pubblici, devono essere ultimate ed utilizzate (il che servirebbe anche a smuovere l’economia sana del Paese);

- Accertare il costo delle rappresentanze diplomatiche delle Regioni all’estero e valutare l’opportunità  o meno della loro abolizione;

- Fissare un plafond delle spese sanitarie regionali per abitante e costi standard per gli acquisti di materiali e commesse;

- Disporre la limitazione del numero di stampa dei Bollettini Ministeriali e Regionali, dei Bilanci di previsione, dei Consuntivi e di ogni altra pubblicazione da parte degli Uffici centrali e periferici;

- Razionalizzare il consumo di energia per l’illuminazione ed il riscaldamento di tutti gli Uffici e le strutture pubbliche (che attualmente rappresenta uno dei costi più elevati delle spese correnti), anche prevedendo il ricorso a fonti energetiche alternative;

- Agevolare la ripresa economica del Paese favorendo sopratutto l’edilizia pubblica e la ristrutturazione del patrimonio edilizio privato esistente, prevedendo significative agevolazioni fiscali, anche per salvaguardare l’integrità  delle aree verdi e del paesaggio;

- Alienare il patrimonio edilizio pubblico inutilizzato, in particolare militare, oppure cederlo agli Enti Locali per una loro conversione (previe opere di adeguamento) in abitazioni popolari, case di riposo per anziani, uffici pubblici o altre opere di pubblica utilità ;

- per la R.A.I.: a) sottrarla all’egemonia dei partiti azzerando il Consiglio di Amministrazione e sostituendo i vari Direttori di testata che hanno sottoscritto contratti di collaborazione milionari con i vari personaggi dello spettacolo; b) nominare eventualmente un Commissario e qualche suo collaboratore che sappia spendere con maggiore oculatezza il denaro dei contribuenti (senza farsi ingannare dalla scusa pretestuosa dell’audience e dei proventi derivanti dagli sponsor); c) annullare tutti i contratti in essere con detti personaggi e proporre la riduzione drastica dei loro compensi valutando eventualmente anche l’opportunità  di ridurre il costo della pubblicità  (è¨ ora di invertire l’attuale tendenza al rialzo dei compensi ai conduttori ed ai vari operatori dello spettacolo con il teorema: più alto indice di ascolto > maggiore incasso dalla pubblicità , e più alto incasso dalla pubblicità  > più elevata remunerazione al conduttore, perché così facendo il cerchio si chiude con l’aumento sul mercato del costo dei prodotti reclamizzati, con danno sopratutto per i ceti meno abbienti). Occorre invece bloccare e invertire questa tendenza se si vuole moralizzare il mercato (anche perché l’audience dipende da molti altri fattori: tipo di programma, orario, ecc. e non solo dalla bravura dei partecipanti).

Per ogni altra voce non contemplata in questo elenco fare riferimento alle pubblicazioni di Stella e Rizzo, in cui sono ampiamente descritti i moltissimi sprechi e storture della Pubblica Amministrazione. Concludiamo con l’auspicio che le proposte anzidette vengano prese in considerazione dal Suo nuovo Governo, dal momento che si propone di correggere le tante ingiustizie e le tante storture attualmente esistenti nel nostro Bel Paese. Con entusiasmo porgiamo tanti auguri di BUON LAVORO a Lei e al Suo Governo.

Martino Pirone e Giovanni Dotti Varese, 28 febbraio 2014

P.S. Alleghiamo una nostra proposta relativa al contenimento delle super-retribuzioni e dei pluri-incarichi nella Pubblica Amministrazione (già  inviata e pubblicata su vari giornali).

NO ALLE SUPER-RETRIBUZIONI ED AI PLURI-INCARICHI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE :

Per ovviare al guazzabuglio dei vergognosi fenomeni sopra enunciati, che gridano vendetta al cielo (Mastrapasqua ne è un fulgido esempio), e ridurre l’eccessivo e ingiustificato divario retributivo tra dirigenti e subordinati, basterebbe varare un solo articolo di legge di questo tenore: Chiunque nella Pubblica Amministrazione ricopra incarichi dirigenziali o di consulenza o quant’altro (in Enti pubblici o in Aziende e Società  partecipate o controllate) non può percepire annualmente una somma di emolumenti (retribuzioni, onorari o altro) per un totale che superi di dieci (o quindici ?) volte lo stipendio annuo lordo del dipendente della qualifica più bassa. Basterebbe questa semplice norma per ridurre automaticamente il numero dei pluri-incarichi e sopratutto l’odiosa disparità  retributiva oggi esistente tra i vari soggetti che a vario titolo operano nella P.A., moralizzando una situazione divenuta ormai intollerabile eticamente e insostenibile per le finanze pubbliche. Se poi un simile provvedimento venisse introdotto anche nel comparto lavorativo privato (e nelle Fondazioni), riducendo certe esagerate e assurde retribuzioni di dirigenti, si otterrebbe un notevole risparmio per le Aziende che potrebbero così ridurre i costi di produzione e resistere meglio alla concorrenza, evitando anche tanti licenziamenti. Vedremo se, dopo tante chiacchiere inconcludenti, ci sarà  un partito o un sindacato che si farà  promotore di una simile iniziativa. Attendiamo fiduciosi.

Varese, 8 febbraio 2014 Giovanni Dotti e Martino Pirone

Una proposta di Educazione digitale.

Finora non ho avuto il tempo a disposizione per riflettere sul caso di Tiziana, la ragazza suicida per la vergogna. Ma non credete che si debba tentare un approccio più serio, intelligente ed approfondito rispetto ai vari post e ai commenti letti a riguardo? La tragica vicenda della donna che si è tolta la vita, amareggiata e depressa da una sorta di "gogna virtuale" a cui l'hanno quasi costretta in forza di alcuni filmati hard divenuti virali e divulgati su Internet dai suoi aguzzini, è stata una notizia agghiacciante ed inaudita, che ci ha angosciato in un modo atroce e doloroso. Non penso neanche che si possa demonizzare il Web nella misura in cui, al pari di qualsiasi medium o strumento tecnologico, è anch'esso neutrale in sé, per cui il suo valore (negativo o positivo) dipende esclusivamente dall'utilizzo che se ne fa. Direi, piuttosto, che si dovrebbero incoraggiare ed incentivare sapienti interventi formativi rivolti all'educazione digitale dei nostri giovani nelle scuole. Si sprecano tanti soldi per finanziare iniziative assolutamente sterili, vuote e fumose, attività improduttive ed inconsistenti, progetti fantasma e via discorrendo. Eppure, si dovrebbe istituire una valida ed efficace opera in senso preventivo ed educativo dei cosiddetti "nativi digitali", che abitui ad un uso più saggio e razionale delle tecnologie informatiche e multimediali, in particolare dei social-network. Ritengo che sarebbe un'esperienza lodevole ed auspicale, da promuovere e privilegiare in modo prioritario nelle scuole. Una seria progettualità di educazione digitale, concepita non come un arido e banale insegnamento di ordine tecnico, da "manualetto di istruzioni", bensì in termini di formazione globale ed integrale della persona sul terreno etico e civico, in stretta correlazione con le altre educazioni che rientrino nella sfera più vasta dell'educazione all'affettività, ad una socialità sana e corretta, alla cittadinanza attiva e cosciente, al pieno rispetto del prossimo. Non sarebbe affatto un'ipotesi da scongiurare, anzi.

Lucio Garofalo

All'inizio di ogni anno scolastico, si rinnova l'abitudine (quasi fosse un rito propiziatorio) di rivedere, con sommo diletto personale, lo
sceneggiato televisivo "Diario di un maestro", prodotto nel 1972 da Mamma Rai, che all'epoca assolveva ad un'importante funzione pedagogico-culturale.

Trasmesso in TV l'anno seguente, lo sceneggiato era stato girato dal regista Vittorio De Seta ed interpretato dal compianto Bruno Cirino (fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il politico democristiano, noto esponente della corrente andreottiana), un attore versatile e politicamente impegnato, che ha lavorato anche con il teatro di Eduardo De Filippo. Nello sceneggiato TV indossa i panni di un giovane maestro che si trova ad affrontare un'esperienza didattica, umana ed esistenziale a contatto con i ragazzi e gli abitanti di una delle vecchie borgate romane di Pietralata, Tiburtino 3° e La Torraccia. Lo sceneggiato TV è liberamente tratto dal romanzo scritto da Albino Bernardini, "Un anno a Pietralata", che narra una vicenda autobiografica, realmente accaduta.

Al centro del racconto si staglia la contraddizione tra una scuola conservatrice, obsoleta, retrograda, gestita da ottusi ed antiquati
burocrati ed una scuola viva, più aderente alla vita ed all'ambiente sociale dei ragazzi. Per tale motivo ritengo che il documentario, per quanto "datato", sia attuale più che mai. Assai istruttiva ed illuminante è la scena finale in cui emergono apertamente le divergenze, che sfociano in scontro frontale, tra le idee e le proposte innovative messe in campo dal maestro e le posizioni assai rigide e retrive del direttore didattico, che non riesce a cogliere, riconoscere ed apprezzare il valore, le competenze e le ragioni del maestro. In questa sequenza cruciale dello sceneggiato si evidenzia con nettezza l'atteggiamento ottuso e reazionario tipico del
burocrate.

Insomma, "Diario di un maestro" è un'opera di alto contenuto pedagogico e politico, che induce a rimpiangere la TV monocolore governata dalla DC di quegli anni. Una Rai che, tutto sommato, sapeva produrre cultura ed educazione, mandando in onda questo tipo di sceneggiati e programmi televisivi, all'avanguardia per quei tempi. Questo rimpianto è l'indice più sintomatico di come oggi si siano ridotte la TV "pubblica" ed in generale la cultura di questo Paese, dopo un rovinoso ventennio berlusconiano e quanto ne è conseguito.

Ricordo ancora con enorme piacere il bellissimo "Pinocchio" di Luigi Comencini (grandissimo regista) con un cast nutrito di attori a dir poco magistrali: da Nino Manfredi, nei panni di Babbo Geppetto, a Gina Lollobrigida (la Fata Turchina), da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, interpreti del Gatto e la Volpe, fino ad una breve, ma significativa apparizione del Maestro Vittorio De Sica, e tanti altri ancora. Né bisogna sottovalutare o dimenticare alcuni sceneggiati che la Rai ha prodotto ispirandosi a celebri romanzi del genere "esotico" o "avventuroso", di utori straordinari quali, ad esempio, Emilio Salgari: su tutti cito lo sceneggiato "Sandokan", un vero cult.

Sempre a proposito di TV di altri tempi, ricordo che qualche tempo fa, su Rai 3, hanno mandato in onda la replica di una puntata di "Blitz", un programma TV cosiddetto "alternativo" condotto da Gianni Minà durante la prima metà degli anni '80. Il tema centrale della trasmissione era la nuova cultura partenopea (arte, cinema, musica, teatro, e via discorrendo) di quegli anni. Non a caso, quasi tutti gli illustri ospiti della puntata, tranne Roberto Benigni, erano di origine napoletana: Massimo Troisi, Lello Arena, Lina Sastri, James Senese e Napoli Centrale, ed altri artisti della "nuova Napoli".

Oggi si avverte una sincera e profonda nostalgia verso quel tipo di programmi televisivi cosiddetti "alternativi", che riuscivano a coniugare, con garbo e sapienza, l'intelligenza raffinata e la leggerezza, la cultura e l'intrattenimento, l'impegno e l'ironia, senza scadere nella pedanteria noiosa o nell'esercizio sterile di una falsa ed accademica erudizione.

Si avverte un'amara e profonda nostalgia per un periodo creativo, entusiasmante e stimolante, in quanto la TV odierna dispensa solo lordume e spazzatura, mediocrità e stupidità. Come, d'altronde, è una tendenza che attraversa ed investe l'intera società italiana.

Post Scriptum. Benché un po' "datato", lo sceneggiato TV "Diario di un maestro" è ormai un classico. Come tutti i classici, ha ancora tanto da comunicarci, è un "evergreen", sempre vivo ed attuale. Non a caso, rientra tra i cento capolavori del cinema italiano da conservare e salvare.

Lucio Garofalo

Lunedì pieno di sole eppure questo sole tra poco andrà via. 29 agosto, oggi ricorre un anniversario, particolare ricorrenza. Estate di agosto, tristezza e fantasie. Oggi è il centosessantaquattresimo anniversario della morte del grande Pietro Paolo Parzanese. E lo voglio ricordare. A modo mio però. Perché apprezzo particolarmente un frammento del Viaggio di dieci giorni: apprezzo particolarmente la descrizione delle donne di Greci. Una descrizione stupenda, elegante, fantastica; donne di Greci belle come le arabe. Accostamento intrigante. Con gli occhi neri e disinvolte. Quante volte ho fantasticato… quante volte ho letto queste righe così favolose e così magiche. Profumi d’Oriente, fascino di un piccolo paese arbëresche, di un piccolo paese sospeso a metà tra l’Albania e il sogno. La Valle del Cervaro e le donne con gli occhi neri e il mio picnic ad Hanging Rock e il cielo pieno di nuvole di cartapesta e le canzoni tradizionali e gli antichi costumi e il Breggio e i lunghi capelli nel vento e preghiere antichissime. Tra le cose a me care c’è anche il Viaggio di dieci giorni.

Pietro Paolo Parzanese nacque ad Ariano Irpino l’11 novembre 1809. Fu sacerdote, insegnante di letteratura e teologia. Fu maestro di grammatica nel seminario della sua città natale, fu titolare della cattedra teologale. Scrittore di età romantica. Tradusse le opere di Byron, Hugo, Lamartine. Scrisse poesie ispirate dal realismo popolare e confidò nella giustizia divina. È stato dedicato a lui un monumento nel Recinto degli Uomini illustri nel Cimitero monumentale di Napoli, un busto di bronzo eretto in piazza del Plebiscito nel 1910 e trasferito nel 1928 nella sua città natale. Nel maggio 1845 partì da Ariano e si diresse in Puglia: raccolse l’esperienza e i ricordi questo viaggio in una doppia serie di articoli; la prima serie, Un Viaggio di dieci giorni, è dedicata alla Capitanata; la seconda, Lettere descrittive, alla Terra di Bari. Morì a Napoli nel 1852.

La descrizione delle donne di Greci è contenuta all’interno del Viaggio di dieci giorni. Il frammento in questione è stato pubblicato anche sul giornalino scolastico “Katundi die e sot” della scuola elementare di Greci nel 1986: il giornalino è stato ristampato nel 2006 dalle edizioni Delta Tre. Stupenda davvero questa descrizione: è, senza ombra di dubbio, una delle cose più belle che io abbia mai letto.

«Intanto che io così fantasticava – scrisse Parzanese – e guardava la nebbia che lenta levavasi dal Cervaro, come fumo che sbocchi dal fondo di una fornace; il Francese con grande curiosità stavasi a sbirciare per entro una lente i due villaggi di Savignano, e di Greci, che l’uno contro l’altro si guardano dalla cima di due monti ripidi, scoscesi, selvaggi. Sono come due castelli fabbricati a guardia dell’ingresso che mette in quella gola chiamata il Vallo. Su per una viottola che serpeggia un lato del monte, a sinistra tutta scheggiata e pietrosa, salivano in fila, come le grù, una quindicina di fanciulle, recandosi ciascuna sulle spalle accomandato a due funi un fascio di legna: e con molta armonia cantavano a coro una canzone, che né io intendeva, né il mio compagno. – Udite, come vanno di accordo quelle voci, e quanta passione si chiude in quel canto: ma per tendere che io faccia l’orecchio non ne capisco una parola: è pur difficile la vostra lingua! – Voi v’ingannate, Signore, io gli risposi; giacché le parole di quel canto non sono mica italiane: e per quanta pratica io mi abbia di quella buona gente, non mi è riuscito giammai impararne la lingua! – Se non vi spiegate più chiaro, è come se udissi il borboglio di un fiasco. – Eppure la cosa è naturalissima. Gli abitanti di quella terra situata lassù a sinistra non sono che una colonia di albanesi, venuti per quanto si dice a combattere contro i vostri avi, e capitanati dal celebre Scanderberg; or come potremmo intendere la lingua ch’è tuttora quella de’ loro padri? […] Ma di que’ costumi molto già si è perduto; e fra pochi anni, non rimarrà forse neppur memoria delle usanze superstiziose […] di questo popolo. […] Nella Basilicata sono molte terre di albanesi, poste qual dentro le gole de’ monti, e quali presso i boschi […]. Tra le donne ve ne ha delle belle, con occhi neri e pieni di baldanza: una bellezza come quella delle arabe, se ci dicono il vero i viaggiatori. Amano il canto, e la voce hanno limpida e passionata. In una canzone di amore, che mi venne traducendo un amico albanese, si vede chiaro, che questa gente anche la più delicata passione è senza sguaiataggine, e piena di vero affetto».

Nell’immaginario di Parzanese le donne di Greci sono come le arabe. Scrittura ricca di mistero: il poeta lascia aperta una porta. Racconti di viaggiatori solitari, storie raccattate nelle locande di un regno irreale, le donne del paese… belle come le arabe. Se ci dicono il vero i viaggiatori… Entrate e fate sogni, entrate e create il vostro mondo. Una porta aperta e un paio di libri. Mi spingo oltre e utilizzo la fantasia. Arabe con gli occhi neri…, le arabe con gli occhi neri alla maniera delle Huri del Paradiso musulmano. Facile a questo punto vagheggiare uno scenario dai colori dalle Mille e una notte, dai colori mediorientali; facile a questo punto vagheggiare una rappresentazione esotica: donne con sguardi penetranti, veli color di perla, bracciali d’oro, anelli, odori di un tempo perduto, di un tempo nascosto, palme, ruscelli, frutta. Huri è un termine arabo: significa “quelle bianche con gli occhi neri” e quelle bianche con gli occhi neri sono le spose purissime. Nel Corano sono descritte le Huri «e [ci saranno colà] le fanciulle dai grandi occhi neri, / simili a perle nascoste (LVI 22, 33)», ci saranno in Paradiso «e fanciulle dai grandi occhi neri ritirate nelle loro tende (LV 72)».

Donne belle come le arabe, occhi neri, frammenti d’oriente nel Viaggio di dieci giorni. Un Parzanese, per certi aspetti, vicino a Washington Irving, all’Irving dell’Alhambra al Chiaro di Luna. Anche Irving gioca con la fantasia e subisce il fascino dell’Alhambra, la fortezza piazzata sulle pendici della Sierra Nevada: paragona la bella Dolores a una Huri del paradiso. Dolores «è una piccola andalusa grassottella dagli occhi neri». Lo scrittore americano resta incantato dalla fortezza. «Così, mentre vago per questa dimora orientale il mormorio delle fontane e il canto dell’usignolo, – scrisse Washington Irving – o aspirando il profumo delle rose e la dolcezza fragrante di quest’aria, sono quasi tentato di credermi nel paradiso di Maometto, ove la paffutella Dolores rappresenta una delle seducenti urì destinate a far felici i credenti». Suggestioni interessanti. Parzanese scrittore accostato a Washington Irving. C’è un flebile collegamento. Il gusto del viaggio, la voglia d’oriente, la poesia. Pietro Paolo Parzanese scrittore e poeta: merita certamente una rivalutazione; paragoni intriganti, particolare stile, scrittura e fantasia. Genialità, visioni straordinarie, romanticismo, squarci di pura poesia.

L’opera del De Sanctis come esperimento di rottura

In un mercatino dei libri, mattina di primavera, dieci anni fa. Rovisto, cerco qualcosa d’interessante, copertine ingiallite, pagine dimenticate, volumi vecchissimi, volumi recenti. Prendo questo e quest’altro e quest’altro libro e continuo e rovisto e non ho voglia di andare via e cerco ancora e romanzi e saggi e questo no e cerco ancora e pesco Un Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis a cura di Attilio Marinari – Guida Editori. Lo prendo. Certo. Lo prendo. Altro che. Sfoglio il volume e pagine e pagine e che bella introduzione. E, nel mercatino dei libri, mi perdo nel mare dei ricordi. Allora prendo il Viaggio e lo leggo subito: inizio stasera e vediamo un po’ e cose del genere.

Sono passati dieci anni da quella mattina di primavera e tante cose sono cambiate. Conservo con cura quell’edizione del Viaggio e spesso rileggo con piacere l’introduzione del professor Attilio Marinari. La sua introduzione brillante mi ha aperto la mente e mi ha fatto conoscere un De Sanctis per me nuovo. Cercate questa edizione del 1983 e leggete l’introduzione del professore: è davvero interessante. Il 10 luglio è caduto 93° anniversario della nascita del professor Marinari. È doveroso ricordarlo per tanti motivi: fu uno degli italianisti più importanti del Sud nonché uno studioso di Francesco De Sanctis.

Il professore Attilio Marinari nacque a Montella il 10 luglio 1923. Studiò a Montella, Sant’Angelo dei Lombardi. S’iscrisse al Liceo Pietro Colletta di Avellino; il periodo avellinese fu per Marinari molto importante: conobbe Guido Dorso e un giovanissimo Fiorentino Sullo. Frequentò la biblioteca di casa Maccanico e lesse le opere di Croce, Sturzo, Nitti, Salvemini, Gobetti, Omodeo. In quel periodo il professore originario di Montella iniziò a interessarsi ai problemi di ordine politico e sociale. Nel 1942 s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’università di Napoli Federico II; il 17 luglio 1947 discusse la tesi su Sallustio nella storiografia di Tacito davanti al noto latinista Francesco Arnaldi. In seguito insegnò alla scuola media di Montella e nei licei di Desenzano sul Garda e Avellino. Divenne preside dell’istituto magistrale di Lacedonia del 1961 e nel 1971 arrivò al Colletta di Avellino, in qualità di preside. Marinari concluse l’attività di preside al Liceo Terenzio Mamiami di Roma. Trascorse a Roma ben diciassette anni: furono anni intensi, anni contraddistinti dalla contestazione giovanile, dal ’68, dalla voglia di cambiamento, dalla voglia di uscire dal grigiore e dalla monotonia. Il professor Marinari pubblicò la monografia di Gabriele D’Annunzio (D’Annunzio e la poesia moderna Tip. Pergola 1963), la monografia di Emilio Praga (Emilio Praga, poeta di una “crisi”, Guida 1969) e altri volumi molto interessanti. Scrisse una bellissima introduzione al Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis e curò nel 1983 l’edizione del Viaggio Elettorale – Guida Editore Archivio del Romanzo. Morì a Roma nel 2000. Nell’estate 2014 il figlio Enzo, ordinario di Fisica all’Università La sapienza, donò alla Biblioteca Centrale dell’Università di Salerno il fondo librario del professor Attilio Marinari e della moglie Dora Tomasone. Il fondo è collocato per lo più in armadi al secondo piano della Biblioteca; molto importanze è senza ombra di dubbio il settore italianistico (pieno di volumi di saggistica novecentesca), ci sono anche volumi del filone antico, storico, artistico e filosofico, antiquariato.

Attilio Marinari divenne amico di Dante Della Terza. E Della Terza ricordò il professor Marinari nello scritto dedicato ad Antonio Maccanico (Antonio Maccanico: le trame di un incontro memorabile). «Mi tornano in mente – scrisse Della Terza – le vicende lontane che mi coinvolsero e che coinvolsero con me la scuola che frequentavo: un Ginnasio “isolato”, arroccato in un ameno paese dell’Alta Irpinia: Sant’Angelo dei Lombardi. […] C’era Attilio Marinari che era stato indirizzato in prima istanza dal padre, esigente nel delineare la carriera dei figli, verso l’impegno religioso: Attilio era stato destinato ad un futuro da frate cappuccino. Affranto però dalle scelte culinarie dei Cappuccini, affidate a vettovaglie da lui disaminate (paste e ceci in modo prevalente), dandosi alla fuga, se ne era tornato a casa nella nativa Montella e, superato ogni dissapore del padre, si era iscritto al Ginnasio più vicino al suo paese. Aveva subito dato agio al proprio talento, destinato, nel corso degli anni, a trovare recettiva comprensione nel prestigioso scrittore avellinese – Carlo Muscetta – che, a nome degli editori Laterza ed Einaudi, affiderà a lui l’edizione degli scritti di Francesco De Sanctis».

In questo spazio mi soffermerò soltanto sull’ introduzione al Viaggio Elettorale di De Sanctis scritta da Attilio Marinari (in modo particolare sulla Genesi letterario del Viaggio e sulla Realtà e Letteratura del Viaggio). Perché è davvero interessante. Marinari ha definito il Viaggio come «esperimento di rottura» nei confronti di una certa tradizione. E sono rimasto affascinato da questa definizione e ho iniziato a venerare il Viaggio di De Sanctis e ho iniziato a stimare il professore Marinari. Viaggio come esperimento di rottura.

«La genesi lirica di molta parte del Viaggio – scrisse il professore Attilio Marinari nell’introduzione al Viaggio elettorale – è, ad esempio, documentata sia nella lettera a Virginia, sia nella dedica ai nuovi e vecchi elettori che il De Sanctis premise alla prima edizione in volume dell’opera e che fu composta a un anno di distanza dall’opera stessa. Nella lettera di dedica, quella Virginia Basco è, in realtà, il simbolo rappresentativo della vecchia Torino preunitaria […]. È soprattutto una immagine fortemente lirica […], e richiama intorno a sé, […] tutta una gamma di vibrazioni sentimentali». Genesi lirica documentata nella lettera a Virginia Basco. Virginia è il simbolo della Torino preunitaria: è un’immagine poetica, forte.

Un De Sanctis che ama ritirarsi nel conflitto interiore: pensiero e azione. «Il De Sanctis – scrisse il professore Attilio Marinari – ama molto ritirarsi in questo conflitto interiore tra pensiero e azione, e sa anche dimostrarci come, in questa fase della sua vita, il secondo termine tenda ad assumere la prevalenza rispetto al primo. Ma, quando la controversia si riporti in termini oratori, la nettezza del distacco sparisce, e sparisce perfino il distacco stesso: nella ricerca di argomenti per il suo discorso egli non esiterà a ricorrere ad alcuni bei versi di Schiller; e, quando il discorso sarà recitato, verranno fuori il ricordo dei primi anni, il gemellaggio sentimentale tra Morra e Lacedonia».

E la lettera a Virginia è davvero indicativa. Giustificazione lirica ma anche programma letterario dell’opera. «Sintomatico sembra, tra l’altro, – scrisse Attilio Marinari – che la patina del linguaggio quotidiano sia particolarmente sensibile proprio in quella «lettera a Virginia», che, come si è detto, rappresenta, oltre che la giustificazione lirica, il programma letterario dell’opera. Qui troviamo l’atteggiamento vezzeggiativo che è proprio del parlato desanctisiano («posticino», «letterina», «letterone», «paeselli», «giovinetta», «poverino»), il gusto dell’anacoluto («Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora le pretende a letterata») e dell’esclamazione («Caspita!», «Poverino!»), il compiacimento, infine, dell’appellativo intimo e familiare («la mia Marietta», «quella povera Sassernò». Gli stessi elementi si troveranno sparsi – ma con frequenza molto minore – in tutta l’opera, in essa conserveranno sempre un certo carattere di eccezionalità: quasi in obbedienza ad una scelta recente, di fronte alla portata della quale si resti timorosi. Nel primo capitolo, ad esempio, ritorna quel «Marietta mia», reso ancor più familiare dal rimprovero che il De Sanctis attribuisce a sua moglie come consueto («Tu non sei più un giovanotto […] con tanti anni addosso…»), e dal considerare la muliebre esortazione al buon senso come «una traditora» […]. Ma il contesto nel quale tutto ciò è inserito è tipicamente letterario, e nella fattispecie leopardiana («cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni»: ossia, fuor di perifrasi, il «natio borgo selvaggio»). Così qualche pagina dopo, si legge: «mi coricai subito. Sentivo sonno Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo l’arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero»; dove per la prima volta entra direttamente il vocabolo di gergo (non se ne incontreranno poi molti) e dove la frequenza di stilemi dialettali («sentivo sonno»; «ma che sonno e sonno»; «cappello a tre pizzi») è particolarmente folto. Ma subito appresso: «Il povero Alfonso, ch’è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva»: che è ancora linguaggio quotidiano, («tirava forte», «faceva sì e no»), ma mutato e in qualche modo «tradotto» dalla letteratura del Manzoni».

Dunque, la lettera a Virginia è il programma letterario dell’opera. Lo sostiene con forza il professore Marinari. «È chiaro, insomma, – scrisse Marinari – che l’operetta dal De Sanctis, proposta all’esame di Virginia e di quanti altri futuri lettori, vuole essere l’esempio realizzato di un’arte che in ogni modo riesca a «calare l’ideale nel reale», nella linea di fondo dell’adesione «metodologica» (e, di conseguenza, delle riserve «dottrinarie» del De Sanctis al «realismo» contemporaneo». E il programma letterario dell’opera è molto affascinante. Istintivamente vengono in mente due nomi illustri: Manzoni, De Amicis. De Sanctis utilizza l’anacoluto come Manzoni (quel “Virginia, non le basta essere divenuta una principessa; ora le pretende a letterata” di De Sanctis mi ricorda “lei sa che noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto” di Manzoni). E le esclamazioni del De Sanctis (Caspita! Poverino!) sono simili a quelle di De Amicis (Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! – Cuore). Anche Marinari, come Aurigemma, accosta timidamente De Sanctis a De Amicis: vena sentimentale e realismo che osserva poco i canoni dell’obiettività «pur con le moltissime, sostanziali riserve che la cosa comporta». L’Io campeggia romanticamente. «C’è comunque nel Viaggio – scrisse Marinari – un bisogno di nuovo che si manifesta dappertutto. E, se si dovesse indicare la zona in cui esso dà i suoi esiti più positivi, non ci sarebbe da dubitare a sottoporre l’attenzione di chi legge la struttura periodale del tessuto narrativo. […] Ed è questo ciò che veramente conta per un innovatore quale il De Sanctis volle essere e fu; è questo ciò che accomuna la funzione de linguaggio del De Sanctis (non solo narratore, ma anche e soprattutto critico e saggista) a quella del narratore Verga: che dopo di loro la nostra lingua si è «fatta» diversa; che essi hanno indicato una linea irreversibile a tutta la prosa italiana; che chiunque sia venuto dopo di loro ha dovuto, comunque, «fare i conti con la loro presenza storicamente e culturalmente viva».

 

Il Viaggio elettorale

Uno dei miei libri preferiti: lo adoro. Fu pubblicato a puntate sulla Gazzetta di Torino e fu ristampato in volume nel 1876 (Editore Morano di Napoli); uscirono altre edizioni a cura di Capobianco, Cione, Tedesco, Gallo, Cortese, Marinari, Finzi. Dentro c’è l’Alta Irpinia, la gente meridionale, l’algido inverno. Se il Viaggio fosse oggetto di studio all’interno di un programma televisivo come il Tempo e la Storia, sicuramente verrebbe accompagnato (nel trittico Libro Luogo Film) dalla location dell’Alta Irpinia (Morra in modo particolare) e dal film La donnaccia di Silvio Siano. Gennaio 1875, inverno, Irpinia, ritorno alle origini. Preme dentro di me quest’opera preziosa. La conservo. È letteratura popolare, prosa viva. Ho letto il viaggio alla maniera di un romanzo e l’ho riletto e riletto ancora. Parole dolci, stilemi dialettali, esclamazioni, vezzeggiativi. Tra le righe ho trovato un De Sanctis stanco, umano, pensieroso. Cammina, dorme poco, sogna, medita sulla vacuità della vita. «Dove sono i miei amori, – scrive – i miei ideali? Chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire padre e madre, e maestri, e amici, e compagni». De Sanctis scrive sui fogli il ricordo dei sogni. Visioni oniriche, echi di solitudine. «Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell’Ovo, e molte altre volte».

Il suo viaggio è una corda tesa tra il tempo perduto e il miraggio. Balconi, sguardo perso in piena notte e all’alba. Il Vulture, le cime innevate, le immagini sfocate, Melfi nascosta nel buio. E vedo con la mente Calitri la nebbiosa: il paesaggio si stende sul letto. Nebbia grigia, aria di neve, cielo cupo; le donne calitrane con lo scialle accarezzano le nuvole. Sorgerà domani il nuovo sole, il Sole di Calitri. E Bisaccia, il castello e la stanza del Tasso. E Andretta e Lacedonia. E Rocchetta… Rocchetta la poetica: serenate, canzoni, odori di Puglia. Fuochi d’artificio, Cairano in festa, Cairano senza la donnaccia, Cairano Bellissima. E Teora impenetrabile e soltanto sfiorata.

È un ritorno al passato. «Date la patria all’esule». Così disse Francesco De Sanctis. E lo disse con sincerità. E lo scrisse a Virginia Basco. «Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana. E tu commossa mi dicevi: poverino!». Sì. Diceva poverino. E scriveva. «Scrivere mi riesce difficile, perché non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti […], quel foglio mi pare brutto, e lo stracci e da capo». Parole stupende.

Iscriviti alla Newsletter

Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech