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Nel 1954 si tenne il secondo Congresso del Partito Nazionale Monarchico. In quell’anno Achille Lauro andò via dal PNM e fondò il PMP. Le varie componenti del partito covelliano animarono il congresso: la novità fu rappresentata dalla sinistra sociale monarchica; questa corrente minoritaria indicò una strada ben precisa. Stella e Corona era un grande laboratorio politico. La sinistra sociale presentò al congresso la mozione “Monarchia sociale e comunità nazionale”. Il giornalista Giovanni Semerano diresse la rivista d’area denominata “La Monarchia”. Pasquale Pennisi scrisse un’interessante relazione congressuale. «È la prima volta, io credo, in otto anni, che si manifesta in seno al PNM una corrente che non nasca soltanto in base a simpatie personali o per occasioni contingenti, e la quale, se inizia a manifestarsi in occasione di un Congresso, nasce da sentimenti e da convinzioni che precedono di assai la propria manifestazione, ed intende durare nell’azione ben oltre l’occasione congressuale».

La sinistra sociale criticò l’operazione Togni. In sostanza, demistificò la caccia alle streghe comuniste e contrastò l’anticomunismo esasperato. «In tale situazione di crisi nazionale il problema contingente che, dà il tema alla situazione politica, così per la parte degli uomini responsabili come per una notevole parte dell’opinione pubblica non comunista, è espresso da questa domanda: come arrestare il progressivo spostarsi del suffragio elettorale verso i partiti di Estrema Sinistra? […] il blocco, o altra forma di collaborazionismo, tra tutti i partiti anticomunisti, andrebbe completato da una serie di misure discriminatorie e repressive contro i partiti e le organizzazioni sindacali dell’Estrema Sinistra, che dovrebbero andare da una discriminazione politica a danno degli iscritti alla C.G.I.L. nell’assunzione degli operai da parte dei datori di lavoro […] a tutta una serie di norme legislative di carattere repressivo, in materia di polizia, di stampa, di elettorale, eccetera. […] Mettersi sul serio sulla via della cosiddetta operazione Togni significherebbe non soltanto accelerare quello slittamento del suffragio elettorale verso i partiti dell’Estrema sinistra cui si dice di voler porre rimedio, ma provocare in questo senso un improvviso rovesciamento di favori, e non soltanto da parte di masse ingannate dalla demagogia social comunista o rese stanche ed esasperate dalla pesantezza della situazione economica e dall’ingiustizia di quella sociale, ma anche da parte di notevoli strati della classe dirigente, che reagirebbero, in base alla persuasione che nel metodo democratico si devono osservare pulitamente le regole del giuoco ed alla convinzione che la Libertà va difesa non soltanto contro il Comunismo, ma contro chiunque tenti sopraffarla». La corrente definì l’operazione Togni «corredo reazionario di una democrazia che ha bisogno di farsi protetta perché non riesce a farsi efficace». Sinistra sociale propose l’Operazione Nazione, difese la solidarietà e contrastò le discriminazioni; in pratica s’ispirò alla tradizione monarchica italiana e lottò per la ricostruzione dell’Unità Nazionale: propose la riforma strutturale della grande industria, l’equa ripartizione del profitto comune. «Questo sosteniamo perché questo è giusto ma lo sosteniamo con maggior vigore e con maggior urgenza perché lo sostengono anche i comunisti e diciamo: che bisogna essere pronti a studiarne ed affrettare la risoluzione di questo come di altri problemi anche insieme a loro». Lavorare per i più deboli, lavorare anche con i comunisti. Analizzare le idee della sinistra, difendere gli ultimi, appoggiare le battaglie dei poveri. Nessuna divisione classista, nessun pregiudizio, apertura alle novità, modernità, unità del Paese, monarchia liberale e socialista, lotta al capitalismo reazionario. In linea di massima questo era il pensiero della sinistra monarchica.

Come si comportò Alfredo Covelli al secondo Congresso? Il politico di Bonito era un grande pensatore. Era aperto alle novità, flessibile, avanguardista, troppo avanti; ha sempre anticipato i tempi. La sua relazione fu molto interessante; dedicò parte del suo intervento al progresso sociale. «Di fronte alle istanze delle masse lavoratrici, – disse Covelli – di fronte ai problemi della miseria, della sottoccupazione, della denutrizione, noi poniamo un quesito perentorio: esiste una soluzione diversa da quella marxista? […] Noi accettiamo la lotta di classe nei limiti in cui la accettavano i nostri padri liberali: la libera agitazione dei lavorati associati per conseguire sempre maggiori miglioramenti delle loro condizioni di vita, è il migliore degli stimoli per i datori di lavoro, che vengono spronati, dalla pressioni dei loro dipendenti, a migliorare continuamente la loro produzione. […] In altri termini, noi riteniamo che la lotta di classe sia benefica solo in condizioni di normalità e di libertà generale. […] Questo Paese non può mettersi al lavoro se non con la fiduciosa e leale collaborazione di tutte le classi. […] Noi riteniamo che non sia possibile progredire verso la vita, senza un vasto, impegnativo piano di lavoro, che comporti una certa misura di osservanza di cooperazione e di disciplina da parte delle organizzazioni sindacali». Covelli propose una sorta di “progresso nell’ordine”. Ha sempre sostenuto la pacificazione nazionale e l’Unità degli italiani. Uniti per il cambiamento in un partito moderno (Partito Democratico Italiano, Costituente democratica nazionale). Un partito nazionale e democratico per superare le contrapposizioni. Progredire, migliorare, andare avanti nell’interesse nazionale. Giudicò la lotta di classe positiva soltanto in democrazia. D’altro canto anche sinistra monarchica disse la stessa cosa.

Molti elettori del PNM erano braccianti e operai. Anche mio nonno era un elettore di Stella e Corona: era un bracciante. Era un covelliano di “sinistra”. Se non avesse votato per il PNM, avrebbe scelto sicuramente l’estrema sinistra. Orbene, una fetta dell’elettorato monarchico era decisamente progressista. Nel 1972 il PDIUM si sciolse e confluì nel Movimento Sociale Italiano ribattezzato MSI – Destra Nazionale: non pochi fedelissimi voltarono le spalle a Covelli e appoggiarono il PCI e in seguito Democrazia Proletaria; possiamo definire questi votanti alla maniera di Monarchici Marxisti, di Monarchici “rossi” o progressisti. In Irpinia Stella e Corona rappresentava un’alternativa al sistema. Era un movimento atipico, né di destra né di sinistra. Un voto di protesta e proposta. Prima degli altri, avanti a tutti. La massa contadina di fede monarchica, in provincia, era dichiaratamente progressista. Molti si affidavano senza riserve al leader di Bonito. Intravedevano in lui il paladino degli oppressi. Giovanni Acocella, nel suo libro “Notabili, partiti e istituzioni in Irpinia” scrisse: «Questa caratteristica di partito alternativo coagulava, attorno ai monarchici, anche sentimenti confusi non necessariamente conservatori e moderati, ma anti DC nello spirito, superando la stessa aria di consenso naturale per quel partito». Dunque, i “sentimenti confusi” non moderati erano sentimenti progressisti e di sinistra, sentimenti anticlericali e anti democristiani.

Il capitalismo è un ingranaggio economico rovinoso, ma soprattutto è un modello anacronistico ed irrazionale: esso, a causa delle disfunzioni interne, genera periodicamente fenomeni di crisi, i cui effetti devastanti vengono scaricati sistematicamente sulle classi lavoratrici subalterne, che sono scarsamente rappresentate sul terreno politico ed in tal modo si impoveriscono e si indeboliscono ulteriormente. Il capitalismo ha “funzionato” finché è riuscito ad assicurare una condizione di benessere materiale, sia pur relativo, ai ceti medi e ad ampi settori del proletariato occidentale, a discapito ovviamente di miliardi di esseri umani costretti a vivere in uno stato di inedia e di sottosviluppo cronico nei paesi del Terzo mondo, ridotti a sopravvivere con meno di un euro al giorno. Il meccanismo dell’accumulazione e dello sviluppo capitalistico, che aveva garantito un certo tenore di vita consumistico ai popoli occidentali, oggi si è inceppato ed è precipitato in una crisi epocale drammatica che non è solo contingente, bensì sistemica e strutturale, ed è altresì una profonda crisi ideologica che produce, inevitabilmente, una irrimediabile perdita di consensi. Ebbene, la risposta del capitalismo (industriale e finanziario) alle ricorrenti crisi economiche, è sempre brutale ed aggressiva verso il mondo del lavoro. Ricordo che di fronte alla recessione internazionale la risposta della FIAT si è tradotta in una strategia mirata ad una sorta di "terzomondizzazione" del lavoro in Italia, ad una crescente intensificazione dei ritmi e degli orari di lavoro, ad una completa precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, delle retribuzioni salariali, delle condizioni di sicurezza e di vita degli operai italiani. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT ha pianificato il rientro in Italia di una produzione automobilistica che era stata trasferita all'estero negli anni precedenti, malgrado le generose sovvenzioni elargite alla FIAT da parte dello Stato italiano, ingenti somme di denaro pubblico versato dai cittadini e dai contribuenti del nostro paese. Accanto alla FIAT si erano schierati i massimi calibri del governo e della politica italiana, da Bersani e D'Alema al ministro del lavoro Sacconi ed ovviamente la Confindustria. I cui vertici non persero l'occasione di marcare l'operazione con un intenso traccheggio con i partiti e ripetuti insulti della Marcegaglia ai lavoratori. Qualcuno dei pennivendoli più servizievoli della FIAT si spinse financo a tacciare gli operai come ladri. Fu un merito della Fiom e dei Cobas se la resistenza operaia riuscì a contrastare un simile disegno reazionario, indicando una via di lotta in difesa della salute, della dignità e della libertà dei lavoratori e della città di Pomigliano d'Arco, affinché non diventasse la sede di uno stabilimento-penitenziario in cui sperimentare una spaventosa riforma dell'organizzazione del lavoro in Italia. In quella circostanza, la sconfitta della FIAT fu testimoniata dal suo silenzio: Marchionne fece la figura del "quaqquaraqquà" e la FIAT si dovette arrendere di fronte alla determinazione dei lavoratori di Pomigliano che, non accettando ricatti e diktat, non solo fornirono una grande lezione di democrazia, ma offrirono la prova visibile della possibilità di ricostruire in Italia un nuovo movimento operaio.

Lucio Garofalo

Al di là dei volti arcinoti (Di Paolo, Ruggiero e Verderosa, che frequentano da anni la scena amministrativa lionese), la novità più concreta ed interessante è costituita dalle deleghe a tre figure femminili. Ora, al di là della differenza di genere, vedremo se sapranno fare la differenza anche in termini politici ed amministrativi. Ma, come ho già ribadito in altri post, la vera novità potrà emergere solo dal coinvolgimento diretto e collegiale della popolazione. Come? Anzitutto, istituendo una serie di commissioni tecniche che possano coadiuvare i vari assessori nella gestione dei settori più delicati e rilevanti dela vita pubblica lionese come il commercio e le attività produttive, il bilancio, l'urbanistica, la cultura, l'istruzione e via discorrendo. Un vero "sindaco di tutti" dovrebbe incoraggiare, il più possibile, la partecipazione o il coinvolgimento di tutti. Dovrebbe provare ad incentivare, ovvero esortare le risorse migliori, le intelligenze più vive e brillanti, le figure più capaci e competenti che provengono dalla cosiddetta società civile, a contribuire e cooperare in maniera diretta ed effettiva all'amministrazione della comunità, conferendo incarichi esterni, di natura tecnica, a personalità di indubbio valore riconosciuto dalla maggioranza della popolazione nel campo della cultura, dello sport, dell'associazionismo e via discorrendo. Questo sarebbe un approccio o un passaggio già significativo in direzione di un coinvolgimento più esteso e crescente della cittadinanza ai processi politico-decisionali.

Lucio Garofalo

Probabilmente, i nostri conterranei (o compaesani, che dir si voglia) non si sono ancora resi conto (o fingono) che pure le nostre comunità sono diventate classiste e discriminatorie. Quelle che un tempo potevano definirsi "oasi felici", piccoli centri a dimensione umana, oggi sono intrise di arida e cinica indifferenza, di ipocrisia sociale e disuguaglianze di ogni tipo. Lo si comprende osservando soprattutto il "modus operandi" delle scuole di base, laddove sovente si discrimina a scapito dei meno privilegiati,  quelli che non sono i "figli di papà". È fin troppo facile e comodo "disfarsi" dei soggetti più umili e svantaggiati a livello socio-economico e culturale, senza rendersi conto del proprio fallimento come istituzioni e come singoli. Si provi ad infierire contro il figlio di un assessore o di un sindaco, o il pargolo di un medico, di un avvocato o di un insigne professionista. I rampolli delle "buone" famiglie borghesi non li sfiorano affatto. Non gli infliggono manco una nota disciplinare. Alla faccia della osannata "meritocrazia", di cui ministri ed alti funzionari del dicastero dell'Istruzione si riempiono la bocca. Al contrario, è fin troppo facile accanirsi contro chi non può tutelarsi. Una scuola che discrimina scientemente i "casi difficili" è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Lo scriveva don Lorenzo Milani oltre 50 anni fa in "Lettera a una professoressa". Un testo che non è solo di pedagogia, che suggerirei di leggere a quei colleghi e concittadini che ancora non hanno preso coscienza di simili ingiustizie sociali.

Lucio Garofalo

In base ad una persuasione assai diffusa nell'immaginario collettivo, si suppone che in "tenera età" le amicizie siano ancora sincere e disinteressate. In realtà, non è sempre così, nella misura in cui non mancano rare eccezioni. Mi dispiace deludere chi abbia altre opinioni, sfatando una rassicurante rappresentazione, assai incantevole e fiabesca del mondo infantile, derivante da luoghi comuni falsi, comodi e banali, ma la mia esperienza professionale di insegnamento, che mi ha impegnato direttamente sul "campo di battaglia", a stretto contatto con i bambini, mi ha convinto che la natura infantile non è affatto innocente, ovvero disincantata come si tende ingenuamente ad immaginare. Non serve affatto scomodare le note interpretazioni di scuola "genetista" per suffragare un'ipotesi che discende dall'osservazione diretta ed empirica del comportamento infantile. Il DNA non si può smentire, né correggere facilmente. Lo stesso Freud affermò che l'indole di una persona si è già compiutamente plasmata all'età di tre anni. Per cui, se uno è già stronzo (perdonate il termine) in erba, difficilmente diventerà una persona migliore in età adulta. Anzi, temo che possa peggiorare. Specie se dovesse crescere in un pessimo ambiente socio-familiare. Ed il tipo di società (capitalista o come preferite chiamarla) in cui noi viviamo, in cui imperversa un'ideologia che esalta l'egoismo estremo e regna un clima di atroce indifferenza, di alienante ed esacerbata competizione, in cui le relazioni interpersonali sono regredite, non aiuta ad educare un'umanità migliore. Anzi, l'indole umana è costretta ad inferocirsi ulteriormente ("homo homini lupus", sosteneva Thomas Hobbes), per cui l'essere umano è condannato ad un "destino" di crescente abbrutimento etico-spirituale.

Lucio Garofalo

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