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Consenso eventi di comunicazione

C'era una volta, si sa, è il classico incipit delle fiabe. Ma questa non è affatto una fiaba. Al massimo, potrebbe essere una farsa. Allora, dieci anni fa stavano tutti insieme appassionatamente. Era ancora il tempo delle "margherite", da un fronte all'altro. Entrambi i cavalieri (non senza macchia e senza paura) avevano ricevuto la benedizione dell'uomo del monte. Mai come allora, tutto appariva idilliaco ed armonioso. L'investitura dei due cavalieri, i vassalli del signore feudatario, era stata concessa. Prevalse nel singolar tenzone l'ultimo dei Templari, che regnò per dieci anni, durante i quali numerose schiere si sono disperse. Oggi, il vecchio Templare si è ritrovato da solo, escluso dal torneo. Per essere comunque presente ha dovuto allestire una sorta di Armata Brancaleone che, in verità, pare una "lista civetta". Una volta, dieci anni or sono, quel torneo fra i cavalieri si disputò sotto le insegne del fiorellino, mentre oggi, camuffate sotto mentite spoglie civiche, si mostrano le insegne della roccaforte democratica. In questo guazzabuglio, i vassalli, valvassini e valvassori sono assai interscambiabili. E, in effetti, si sono spostati da un fronte all'altro con estrema disinvoltura. Oggi si confrontano nell'agone i nuovi campioni del feudo, ma comunque vada, l'esito del torneo sarà lo stesso di dieci anni fa. A vincere sarà ancora l'uomo del monte. Il quale detta legge più di prima. Tale è la "morale della favola". E vissero tutti felici e contenti, seppur con qualche malattia.

Lucio Garofalo

"Agorà" è un film a dir poco stupendo, la cui proiezione andrebbe proposta in tutti gli ordini di scuola tranne, per ovvie ragioni di età, l'infanzia e i primi anni della primaria. Giusto per far comprendere ai ragazzi che il fondamentalismo religioso non è un fenomeno che appartiene solo al mondo islamico, ma è trasversale a tutte le esperienze di culto ed alle confessioni di qualsiasi origine e latitudine. Quando, all'alba del V secolo dopo Cristo, i talebani erano soprattutto i cristiani, in un impero (quello romano) ormai diventato "cristiano". Nel 392 d. C. l'imperatore Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto. Da quel momento in poi, i quadri dirigenti del Cristianesimo, assorto ormai a religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov'era nata e dove insegnava Ipazia. All'origine dell'ostilità di Cirillo, il vescovo di Alessandria d'Egitto, più che la misoginia o l'astio confessionale, era l'invidia - secondo il bizantino Suidas - per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l'antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che aspiravano a soppiantarla e la comunità giudaica, la prima lobby dominante, gruppo di pressione rivale. Il primo atto tragico dell'episcopato di Cirillo fu il pogrom anti-ebraico, che anticiperà l'assalto verso l'establishment pagano, incarnato nella figura di Ipazia. Se la ragione e la fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell'Occidente nel corso degli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l'immutabile distanza sono senza dubbio gli Elementi di Euclide e la Bibbia, cioè le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa giudaico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata proprio dall'incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all'anno dalla prima "pubblicazione"). L’episodio più emblematico dell'irriducibile contrasto fra le due ideologie, accadde nel marzo del 415 d. C., quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell'impero romano, "una macchia indelebile" sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta "la musa" o "la filosofa". Il mandante fu un vescovo: Cirillo, il patriarca di Alessandria d'Egitto. Ipazia fu massacrata da un gruppo di monaci cristiani, i parabolani, una sorta di talebani dell'epoca, che costituivano la milizia personale del vescovo. Ipazia divenne così una martire del paganesimo, ma soprattutto un'eroica paladina della libertà di pensiero. È assai improbabile che con il battage pubblicitario e la serie di dibattiti promossi attorno al film "Agorà" di Alejandro Amenabar, qualcuno non abbia mai sentito nominare Ipazia. In una Alessandria dove si scontrarono l'ultima aristocrazia legata al paganesimo, il nuovo potere religioso rappresentato dal vescovo Cirillo ed una vasta comunità ebraica, visse ed insegnò questa straordinaria filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma, che si diceva fosse bellissima ed idolatrata dai suoi allievi. Una banda di parabolani, talebani ante litteram al servizio del vescovo Cirillo, si scagliò sul corpo di Ipazia e lo fece letteralmente a pezzi.

Lucio Garofalo

Si è avviata ufficialmente la campagna elettorale per le consultazioni amministrative del 2016. Si vota in numerosi centri dell'Irpinia. A me preme osservare alcune cose. Anzitutto, in vari comuni manca da troppi anni un soggetto politico agguerrito ed organizzato che sappia svolgere un’azione incisiva e salutare di controllo e denuncia politica per evitare che chi amministra il Comune possa commettere abusi ed ingiustizie, per costringerli a rispettare le normative vigenti e stimolare un'ampia ed effettiva partecipazione popolare alla vita politica del Municipio. Mi rendo conto che servirebbe un tentativo per promuovere un’alternativa seria e credibile agli schieramenti che si candidano ogni volta per contendersi la guida amministrativa. Un tentativo al fine di creare una lista che si proponga di esercitare quel ruolo di opposizione che è indispensabile ad assicurare una situazione di trasparenza democratica ed amministrativa all’interno del Comune. L’assenza di un soggetto antagonista, serio e credibile, è indice di scarsa democrazia, di scarsa trasparenza e scarso controllo sull’operato amministrativo. Il problema cruciale è quello di saper aggregare intorno ad un’ipotesi di opposizione intransigente rispetto alle forze egemoni. Un progetto del genere esige la creazione di un collettivo coeso e risoluto, composto da persone oneste, coerenti e disinteressate, disposte a non abdicare di fronte agli ostacoli. Il rischio è che un progetto di alternativa politica possa fallire ancor prima di nascere. Tuttavia, rinunciare ad ogni tentativo equivale a cedere all’arbitrio vigente, abdicando alle cricche di potere che ormai imperversano ovunque. Non serve rassegnarsi al malaffare ed alla mala politica, occorre confidare in un'ipotesi alternativa e provare ad attuarla mediante un impegno congiunto e corale che privilegi il bene comune della cittadinanza, malgrado ogni sforzo in tal senso sia un granello di sabbia, per cui è sufficiente un po' di vento a spazzarlo via. Purtroppo, di questi tempi è assai più facile aggregare attorno ad interessi affaristici ed egoistici, non intorno ad un'idea di cittadinanza attiva e democratica.

Lucio Garofalo

Puntuale come Sanremo, ogni anno, nel mese di maggio, ritorna pure il dottor INVALSI. Ma a che serve, visto che la situazione non è affatto migliorata, anzi peggiora ulteriormente ogni anno che passa? In questo caso, il malato sarebbe la scuola italiana, ma i medici (ovvero il dottor INVALSI, che poi sarebbe il MIUR) non sono assolutamente in condizione di formulare la diagnosi esatta e tantomeno di suggerire la terapia più efficace per debellare il virus. Mi sorge spontaneo il dubbio che il virus possa appartenere al ceppo dello stesso INVALSI. In sostanza, il virus del morbo potrebbe addirittura essere (paradossalmente) il medico che dovrebbe debellarlo. I test INVALSI sono inadeguati ai tempi, se non altro perché oggi non basta monitorare e valutare (in termini statistici) gli standard generali di apprendimento degli alunni e la qualità delle scuole, ma servirebbe anche saper accertare se i discenti, oltre a studiare ed imparare la grammatica italiana e la matematica, sono educati ai valori della cittadinanza attiva. E per verificare simili aspetti formativi, i quiz INVALSI servono a ben poco, per cui andrebbero superati.

Lucio Garofalo

Il Primo Maggio è una festa proletaria sorta nel contesto delle lotte portate avanti con forza dal movimento operaio internazionale in una fase di netta e rapida ascesa delle classi lavoratrici.

Oggi siamo immersi nel pieno di una crisi devastante e senza precedenti dal secondo dopoguerra ad oggi. Una crisi profonda e strutturale del capitalismo.

Una crisi socio-economica, oltre che politica, che esige soluzioni per una fuoriuscita definitiva dal sistema capitalista tout-court. L'irrazionalità del capitalismo sta divorando ogni risorsa del pianeta, pregiudicando il futuro fino ad un punto di irreversibilità storica.

La miseria crescente porta ad azzerare gli stessi elementi basilari di civiltà che presiedono ad ogni forma di convivenza umana. Questi sono dati di fatto di una oggettività innegabile ed è esattamente ciò che si sta verificando nell'odierna società capitalistica in decomposizione.

Ho avuto la fortuna di leggere i romanzi di Robert Silverberg, che prefiguravano tutto ciò. Scritti durante gli anni '60, Silverberg, portando fino alle estreme conseguenze i problemi che si offrivano già nella sua epoca, tenta di prevedere gli scenari storici che ne scaturirebbero.

Si tratta soltanto di fantascienza? La fantascienza è un'attività seria, una sorta di sondaggio del futuro ed intuire come in determinate condizioni di crisi planetaria si potrebbero modificare i costumi ed i comportamenti umani, è uno sforzo che esige una notevole dose di intelligenza analitica e creativa.

Nei suoi romanzi, Silverberg descrive i residui umani del pianeta ricondotti ad uno stato in cui l'indole istintuale degli esseri umani riprende il sopravvento sulla civiltà come l'abbiamo conosciuta.

La storia non presuppone teleologie, non ha in sé leggi meccanicistiche come quelle formulate per il mondo naturale, né implica determinismi di sorta. Vi sono limiti oggettivi alla sopravvivenza stessa dell’umanità. L’unica risposta logica è ancora la razionalità con cui poter gestire il pianeta e le sue risorse in un senso più egualitario e prospettico.

Ma non è detto che ciò possa avvenire, poiché il tempo non è affatto un fattore secondario nel determinare gli eventi. Un evento, per definizione, è qualcosa che sarebbe potuto anche non verificarsi.

Pertanto, l'interrogativo comporta un primo corollario: in quali tempi sarebbe possibile? Ed implica un secondo corollario: cosa rimarrebbe all’umanità come risorse vitali sulle quali fare perno per rigenerarsi oltre il capitalismo?

Oggi nessuno è in grado di determinare la velocità di progressione della crisi e molti eventi decisivi non trovano alcun preannuncio, a sufficiente distanza di tempo, per preparare eventuali rimedi.

Ma oggi non è più il tempo degli indugi.

Lucio Garofalo

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