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Consenso eventi di comunicazione

Oggigiorno, obiettivamente, vi sono molti problemi più importanti da considerare e commentare che ci affliggono, ma talvolta anche la forma ha sua importanza, benché riferita ad una faccenda meno essenziale.  La questioncella in esame si riferisce al sostantivo governatore, che viene attribuito da molti ed anche da parte di tanti giornalisti e conduttori TV, al posto di presidente di una Regione. Costoro, sentendosi appellare in tal modo, si sollevano di alcuni centimetri e si danno, talvolta con alterigia, maggiore importanza. Forse è opportuno a tale riguardo segnalare il significato dei due attributi.  Il titolo di presidente è attribuito a chi, per elezione o per nomina, sovrintende a un organo collegiale e ne coordina i lavori (Presidente del Consiglio dei Ministri, della Camera, del Senato, della Regione, della Provincia, del Consiglio comunale, ecc). Mentre governatore è un alto funzionario che governa un territorio in nome dell’autorità politica che lo ha nominato,  con mansioni varie secondo i tempi e i luoghi, cui sono attribuiti spesso, oltre ai poteri politici e amministrativi, anche quelli militari.  Si è chiamato governatore il capo del potere esecutivo di una colonia, il cui territorio ne circoscriveva l’ambito della competenza; per ragioni pratiche il governatore esercitava anche funzioni legislative e giurisdizionali. Spero di non leggere e sentire più il governatore della regione.

Martino Pirone

19 aprile 2016

Nessuno si illudeva, credo, di cambiare radicalmente lo stato delle cose presenti con un Sì espresso in cabina elettorale.

Era un quesito referendario sul rinnovo delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia marine. Le multinazionali degli idrocarburi avrebbero continuato a spadroneggiare ugualmente, forse con un po' di certezze ed arroganza in meno.

Il capitalismo è un sistema economico di stampo ottocentesco dipendente dai combustibili fossili e solo una drastica rivoluzione potrebbe invertirne la rotta.

Il discorso è assai complesso e non si esaurisce con un articolo che leggono in pochi. Piuttosto, servirebbe ragionare sul perché il referendum di ieri sia fallito.

Ieri sera ho ascoltato in TV Renzi auto-celebrarsi per l'esito del referendum, senza ammettere che l'astensionismo non era un merito ascrivibile alla sua persona, anzi. In Italia, nelle ultime tornate elettorali, incluse le consultazioni amministrative, laddove la gente viene addirittura deportata ai seggi, si registra un tasso di astensione cronica che si aggira attorno al 40%. Per cui si deduce che lo scarto di un 25% (al massimo) si potrebbe accreditare al fronte del No.

Insomma, è una minoranza esigua. Eppure, il premier abusivo ha cantato vittoria per lo scampato pericolo. E così hanno esultato i suoi amici petrolieri.

Non c'è dubbio che pure la formula referendaria era assai limitata. Il tema era distante dalla gente (almeno così è apparso). È stata giocata la carta (temo vincente) dei posti di lavoro a rischio.

E via discorrendo. In sostanza, era un referendum amputato, cioè reso sterile.

Da oggi bisognerebbe incalzare sul serio il governo Renzi sulle questioni del lavoro e della precarietà, visti gli sproloqui a difesa dei posti di lavoro.

Invece, lo si asseconda sul suo terreno.

Lucio Garofalo

Un dato ricorrente nelle crisi che investono periodicamente il capitalismo sono le oscillazioni della pubblica opinione alla ricerca di una soluzione.

In simili temperie gli agitatori reazionari hanno sempre avuto buon gioco nell’indicare un capro espiatorio, un colpevole contro il quale dirigere la rabbia di massa, siano ebrei, comunisti o altro, ma alla fine la violenza per soddisfare il disagio delle masse si ritorce sempre contro loro stesse.

Accadde alla piccola borghesia italiana del secolo scorso, mobilitata dal fascismo contro il movimento operaio e poi strangolata nelle tenaglie dello stato militarizzato. Non accadde nella Germania nazista solo perché, grazie agli espropri degli ebrei e nei paesi occupati, Hitler promosse una politica di "socialismo nazionale" di impronta autoritaria e paternalista che assegnò una quota di benessere, benché insanguinato, alle classi sociali subalterne.

Sono scenari che non trovano riscontro nell’attualità per il semplice fatto che non è più disponibile uno strato sociale a sostegno di regimi autoritari e ciò rende effimera ed insostenibile l’eventualità di un fascismo organico.

Tuttavia, ciò non esclude la possibilità di regimi imposti con metodi fascisti, ma si è dimostrato che essi non reggono per più di qualche anno al potere.

Nella crisi presente, che è strutturale e globale, che pone in discussione i meccanismi stessi di accumulazione capitalista, il futuro del mondo, crisi non risolvibile se non con il superamento del capitalismo stesso, a parte alcuni fenomeni marginali come gli stati residui del cosiddetto "capitalismo di stato" (Cina, Corea, ecc.), il segno non è una ricomposizione del mondo sotto il capitale, da imporre manu militari, bensì lo sgretolamento dei paraventi "democratici" con cui le borghesie nazionali si sono legittimate.

La legittimità del potere statuale borghese viene meno non solo per il fatto che la borghesia non è più riconosciuta come "classe nazionale" alla guida di un determinato paese, come motore della produzione dei beni e del funzionamento dello stato, non è più riconosciuta come forza sociale che è depositaria di una cultura nazionale e di un comune sentire di un popolo.

La legittimità scompare principalmente in forza della sua incapacità di produrre un nuovo progresso e perché il suo dominio, attuato tramite meccanismi finanziari ormai globalizzati, è recepito come causa della crisi.

Per tali ragioni, le principali rivolte popolari (rivolte, non rivoluzioni) degli ultimi anni presentano un segno unidirezionale, cioè un indirizzo populista, nel senso che tentano di dislocare quote di potere, sovranità e diritti nella nozione stessa di "popolo". La democrazia, in sostanza, è uscita dal formalismo istituzionale e rappresentativo e viene ormai interpretata come "diritto a decidere" tutti gli aspetti della vita associata e come tentativo di smontare pezzi del potere statuale considerati nefasti ed oppressivi.

L'attuale crisi economica si traduce in crisi politica e la politica non riesce più a mascherare la natura reale del potere, non presunto o fittizio, il potere dell’alta finanza internazionale che decide, di fatto, il contenuto e la qualità dell’esistenza dei popoli e il destino di intere nazioni ed interi continenti.

Ed è a questo punto che il conflitto che oppone, non più solo capitale e lavoro salariato, bensì capitale ed umanità, assume connotazioni di classe, dove la classe in questione è una massa proletarizzata nella quale sono state assorbite tutte le entità sociali che un tempo erano interposte tra il proletariato e la borghesia. La gravità della crisi odierna sembra riportare la lotta politica a lotta per l’esistenza, ossia a mera lotta per la sopravvivenza.

Spinto verso una miseria insopportabile, il proletariato cerca vie d’uscita affidandosi ad illusioni elettoralistiche, talvolta a suggestioni giustizialiste, talvolta a proteste parziali su specifici problemi, senza dare vita e corpo ad una protesta che apra sbocchi nuovi. Gli mancano ancora tre elementi:

1) la chiara consapevolezza del suo essere classe (la coscienza di classe);

2) la coordinazione unitaria degli sforzi (l'unità di tutto il proletariato);

3) la convinzione di poter fare a meno e meglio dello stato esistente.

Mancano poiché le attuali condizioni di esistenza del proletariato sono frantumate e la sua unificazione può avvenire solo tramite un processo politico ragionato. Inoltre, le passate esperienze di "socialismo reale" gli descrivono un mondo peggiore dell'esistente. La borghesia che ha fallito non morirà per esaurimento proprio: questo è il punto focale della storia presente, per cui occorre spingere la borghesia capitalista fuori dalla scena del mondo per aprire finalmente nuove prospettive di progresso umano.

Ed è a questo punto che diviene indispensabile un’ipotesi di comunismo.

Lucio Garofalo

Da vari anni, ormai, gli Stati nazionali sono costretti a svolgere l’ingrato compito di esattori per conto del capitalismo finanziario internazionale. In questo “ingrato compito”, Equitalia costituisce uno strumento di estorsione legalizzata, che opera una violenza amministrativa organizzata, con interventi di ricatto e terrorismo esattoriale. È la mano armata dell’esattore statale che agisce per conto del capitale finanziario internazionale, strutturata come un vero e proprio cappio da “cravattari” (in romanesco, strozzini).

Presso il popolo ebraico esisteva un istituto, il Giubileo (o “anno giubilare”), il quale ogni quarantanove anni rimetteva e cancellava i debiti, liberava coloro che si erano dati schiavi per debiti o erano incarcerati per debiti. Il Corano proibisce di prestare danaro ad interesse, perciò in Pakistan esiste soltanto la Banca di Stato per l’emissione di moneta. Qualche sedicente “liberal”, in passato, sosteneva che le tasse erano una forma di giustizia  sociale e Padoa Schioppa affermava che le tasse sono addirittura belle.

La verità è che il meccanismo di esazione delle tasse e dei debiti è oggi il vero atto d’imperio dello Stato moderno sulle persone. Oltre simili metodi c’è solo il saccheggio selvaggio e devastante tipo Lanzichenecchi. Nel dramma “Cesare e Cleopatra”, George Bernard Shaw fa dire a Giulio Cesare che la vera occupazione dei conquistatori è la riscossione delle tasse e si sa come i Romani le riscuotessero manu militari, ovvero tramite la forza delle armi.

Ma Equitalia ha altresì la funzione di occultare il vero beneficiario delle sue malvagie procedure, come lo è il compito della politica.

Tuttavia, esiste un’arma della quale i popoli possono disporre, un’arma assai più potente delle armi stesse, un’arma mediante la quale, ad esempio, il Mahatma Gandhi cacciò l’esercito britannico dall’India, vale a dire lo sciopero fiscale. È pur vero che oggi le ritenute alla fonte rendono estremamente complicato lo sciopero fiscale ed è altrettanto vero che esso ha possibilità di successo solo se coinvolge masse enormi di persone, ma bisogna tener conto della velocità di espansione di una simile protesta nelle condizioni di stress finanziario prodotto dalla crisi che si combina con lo sdegno per le ingiustizie patite e le minacce dell’esattore.

Per la serie: io pago, come diceva Antonio De Curtis, in arte Totò.

Dopo Marx e Lenin, oggi servirebbe un'analisi seria ed aggiornata sull’origine imperialista del debito pubblico negli Stati capitalistici moderni. Non è un caso che il debito pubblico degli USA sia il più elevato del pianeta, anzitutto per finanziare le numerose guerre “preventive” sparse in giro in tutto il mondo dalle truppe yankee.

Anche il debito pubblico italiano è sempre stato assai elevato, con la differenza che in passato era detenuto quasi del tutto dai risparmiatori ed investitori italiani, mentre oggi è in mano soprattutto ai creditori e speculatori stranieri, cioè banche d'affari estere e capitale finanziario internazionale. Da qui deriva il rischio, sempre incombente, degli assalti speculativi in borsa.

La schizofrenia dei mercati azionari è un motivo di apparente e costante instabilità ed oscillazione, per cui proprio nulla è meno monolitico delle borse, che sono schizofreniche ed instabili per antonomasia. In questo apparente guazzabuglio chi detta legge è il più forte, vale a dire il capitale dell'alta finanza internazionale.

I circoli dell'alta finanza capitalistica, che finora hanno speculato e spremuto i Paesi "debitori", sono consapevoli che l'unica via per continuare ad estrarre plusvalore è dilazionare il pagamento del debito. Insomma, allentare il cappio al collo delle vittime per un determinato periodo, per poi stringerlo ancora più forte di prima.

Lucio Garofalo

Si avvicina la data del referendum, per cui anch'io mi cimento in un appello al voto. Domenica prossima è necessario recarsi alle urne in massa per ottenere il quorum previsto dalla legge.

In tal senso è importante persuadere il maggior numero di persone a non boicottare i seggi e, quindi, a votare Sì per dire No alle trivelle in mare.

Cerchiamo di convincere il maggior numero di persone poiché il rischio di non conseguire il quorum è assai alto.

Non è un caso che il fronte avverso che fa capo ai renziani, agli esponenti filo-governativi e a tutto l'establishment politico-informativo asservito alle lobby e multinazionali petrolifere, abbia deciso di sabotare apertamente il referendum per farlo fallire. Infatti, il rischio di un fallimento del referendum è concreto.

Per questo ciascuno di noi, nel suo piccolo, è chiamato a convincere il maggior numero di elettori a recarsi ai seggi e votare Sì. Ognuno deve compiere uno sforzo individuale per contribuire al conseguimento dell'esito tanto sperato.

Tra gli argomenti (in verità sterili) addotti dagli avversari del Sì, c'è la favola dei posti di lavoro creati grazie alle postazioni estrattive del petrolio e che, nel caso il Sì vincesse, verrebbero a mancare. Si tratta di una mistificazione propagandistica, poiché gli addetti al settore sono assunti dalle corporation monopolistiche, e non tra le genti locali.

Inoltre, le vere ricchezze dei nostri territori sono altre: non il sottosuolo, bensì il suolo ed il mare, l'agricoltura, il turismo, l'artigianato, in grado di generare sul serio indotti virtuosi di migliaia di posti di lavoro tra gli abitanti, esaltando le risorse e le esigenze locali.

Lucio Garofalo

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