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Negli ultimi tempi, la Francia è diventata il bersaglio preferito dagli attentatori terroristici di matrice "islamista". Mi domando il perché, ma soprattutto "cui prodest": a chi giova una simile strategia terroristica e destabilizzante? Non credo proprio che convenga ai milioni di fedeli musulmani che vivono in Francia e sono sparsi nel mondo. Chi avrebbe l'interesse a scatenare tutto ciò, a destabilizzare un Paese civile come la Francia e, di conseguenza, a soggiogare e ad umiliare un popolo indomito e tenace qual è il popolo francese? Non a caso, in un momento storico in cui tale popolo ha rialzato la testa ed ha ripreso a battersi con coraggio, coesione e determinazione contro il nuovo dispotismo di origine tecnocratica e neoliberista che oramai tiranneggia in Europa. E non mi si venga a dire che l'Isis (lo Stato islamico o come si preferisce chiamarlo) è un'entità autonoma, in quanto non ci credo affatto. L'Isis si dichiara apertamente come un'articolazione politico-militare, di segno terroristico e criminale, ma in qualche misura è manovrata dall'alto, da poteri occulti ed esterni alla sua stessa struttura. Non mi riferisco solo a chiunque armi o finanzi le milizie dell'Isis, alle cosiddette petromonarchie del Golfo Persico, in primis l'Arabia Saudita ed i vari emirati salafiti, o la Turchia. Fermo restando che i "manovratori", nemmeno tanto occulti ormai, strumentalizzano un terreno assai "fecondo" fornito da schiere di fanatici che ormai proliferano anche in Europa. Mi pare abbastanza palese che il terrorismo sia funzionale agli scopi perseguiti da chi punta a seminare il panico, a suscitare un clima diffuso di inquietudine e di insicurezza tra la gente. In sostanza, chi agita lo spauracchio terrificante del terrorismo, sta già additando il nuovo capro espiatorio contro cui scagliarsi, vale a dire gli immigrati, per alimentare l'odio ed innescare una spirale di conflitti intestini tra disperati.

Lucio Garofalo

Ho appreso molte più informazioni utili ed interessanti leggendo il romanzo di Dan Brown, "Angeli e demoni", anziché i numerosi, autorevoli saggi sulla materia. Le cronache vaticane testimoniano che le dimissioni a sorpresa di Ratzinger che hanno aperto la strada a Bergoglio, sono riconducibili alle lotte intestine tra le opposte cordate (in primis l’Opus Dei) che dilaniano la curia pontificia di Roma anzitutto sulla questione dello IOR, la famigerata banca vaticana. In apparenza questo istituto sembra una piccola filiale di provincia, eppure il flusso di capitali che circolano tramite essa è ingente: si tratta di movimenti finanziari dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari. Tramite questo istituto si compiono operazioni assai spericolate nel ramo dell'industra bellica, in quello del riciclaggio dei fondi neri provenienti da ogni angolo della Terra, nel traffico dei farmaci e così via. Il vantaggio fornito da questa minuscola banca consiste nel fatto che finora si è dimostrata assolutamente inaccessibile e segreta, non avendo su di sé nessun organo di controllo internazionale, non essendo quotata in borsa ed avendo partnership solo con alcune banche svizzere ed alcuni paradisi fiscali. Papa Ratzinger voleva porre fine a tutto ciò nominando una commissione anti-riciclaggio con a capo il cardinale Nicora e Gotti Tedeschi a capo della banca. Fatto sta che sia Gotti Tedeschi che il cardinale ottennero una normativa anti-riciclaggio (mai applicata) e si misero in contatto con analoghi istituti anti-riciclaggio italiani ed esteri. Inoltre, essi dimostrarono una chiara disponibilità a collaborare con la magistratura. Furono eliminati (politicamente) dal cardinale Bertone e da quelli che stavano dietro, prelati e speculatori finanziari. Per l'ex papa, ricattato tramite dei documenti trafugati dal suo maggiordomo, sfidare tutto ciò poteva significare una dose di veleno nella tazza di tè. Un pericolo che non è ancora fugato del tutto, ma che oggi corre seriamente Bergoglio. Non a caso, il ruolo del nuovo pontificato si è subito manifestato ed è probabilmente quello di "liquidare" il capitalismo nella versione ultraliberista, per promuovere una sorta di "terza via": un'alternativa incarnata da Santa Romana Chiesa. Come il pontificato di Wojtyla (dietro cui agiva, nell’ombra, in veste di consigliere, il cardinale Ratzinger) ebbe il mandato di liquidare il socialismo reale dell’Europa orientale. Si intravedono numerosi indizi in tal senso. Nell'attuale fase percorsa da una crisi non soltanto economica, la chiesa di Roma tende a riavvicinarsi ai popoli diseredati. Non dimentichiamo che sul versante del "camaleontismo" la chiesa cattolica è una vera specialista, per cui non conviene sminuire le sue ambizioni, che non investono il breve o medio termine, ma si proiettano nel più lungo periodo, per cui non vanno affatto sottovalutate. Nell'attuale frangente, segnato da una crisi irreversibile che investe il capitalismo globale, la chiesa, con le sue ramificazioni planetarie, ha intercettato le sofferenze e gli umori dei popoli ed avverte il bisogno impellente, per sopravvivere alla crisi in atto (e ad un ipotetico crollo finale del capitalismo), di rivelarsi con uno spirito più "evangelico" e manifestarsi una chiesa pauperistica e francescana. Non a caso, Bergoglio ha scelto il nome di Francesco. È questa la strategia camaleontica che la chiesa sente di dover adottare in questa fase, come ha già fatto nel corso degli ultimi duemila anni di storia. Altrimenti essa si sarebbe già estinta da tempo. Si sa che lo stato della chiesa non appare troppo in salute, poiché risente della crisi in cui versa l'intera società capitalistica. Nondimeno, la chiesa ha conosciuto ben altre tempeste. In questo momento storico la chiesa sa bene che deve aderire, almeno sul terreno verbale, alle istanze ed alle rivendicazioni che provengono dai popoli affamati della Terra. Deve (fingere di) schierarsi con i poveri, predicando bene. E si sa che sul fronte delle prediche, i preti "giocano in casa": la storia insegna che sono dei veri maestri e dei campioni impareggiabili. Nel contempo, essi non sono così miopi come i capitalisti. L'attuale corso politico di Santa Romana Chiesa sembra essere orientato verso una sorta di pauperismo in salsa "vaticana". Più per convenienza, la chiesa si è riavvicinata alle folle umili e diseredate del pianeta. Non è un caso che la chiesa sopravviva da ben duemila anni, mentre il capitalismo conta appena pochi secoli di storia ed è immerso in una crisi di sistema da almeno cent'anni.

Lucio Garofalo

Verrà il giorno in cui anche gli Italiani, ripetendo le parole di Pericle di 2.500 anni fa, che ben si adattano anche ai giorni nostri, potranno dire: QUI' IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI' ?  Possiamo solo sperare !

Discorso agli Ateniesi, 431 a.C.

Pericle
Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Voglia di passato. A Pasqua. Copertine vecchie, pagine ingiallite. Sfoglio le carte e ribalzano sul pavimento gli anni perduti; sfoglio le carte e sfavillano le parole d’inchiostro. Giorno di Pasqua, giorno come tanti. Cuore in gola, mani gentili, malinconia nel petto. E brucio il mio tempo in un salone vestito di libri. Pianoforte, colori nel quadro. Una lama di sole taglia in due la mia giornata. Frammenti di vita, granelli libertà.

In questa Pasqua strana ho riletto le “Pagine di diario” di Silvestro Amore pubblicate sul libro “Finestra sulla memoria”. Riflessioni feroci, appunti crudeli, vita e morte, speranza, visione escatologica. L’ateo cerca Dio alla maniera di un mendicante: cerca le risposte, si veste di delusione. Il diario è una lunga preghiera folle; pertanto è una preghiera sincera. Faccia a faccia con la malattia, con la morte.

Silvestro Amore è mio zio. Era un giornalista della Rai. È morto nel luglio 2001. Ricordo ancora adesso i suoi capelli bianchi, i suoi pantaloni corti, corti come quelli di un ragazzino, gli zoccoli. Gaeta, Serapo. Estate degli anni ’90. Scapocchione mi diceva. Non sapevo ancora niente. Non conoscevo le sue poesie. Le ho lette dopo la sua morte. Mi hanno fatto compagnia nei pomeriggi di silenzio, nelle ore piovose di stanche e sbiadite primavere.

Solitario, crepuscolare. Zio Silvestro soffrì in ospedale. Pasqua 1981. Pasqua 1982. Ospedale, sempre ospedale. Fegato, fegato malato. Infermiere, antibiotici, rumori, odori di corsia. Pasqua in solitudine. «In una corsia di ospedale – scrisse- non c’è solo sofferenza o speranza. Ci sono esempi di alta umanità che riaprono il colloquio di ciascuno di noi con la vita, la morte, gli altri uomini: è questo il fascino della malattia. La capacità di guadagnare una sosta riflessiva, di isolamento, di scolarità claustrale dalla quale ripartire per rileggere dentro la memoria. Sono un habitué dell’ospedale da molti anni, per le ricorrenti impennate di una fastidiosa malattia insediatasi nel lontano ’62, mentre conducevo una ricerca, a Torino e a Milano, fra gli immigrati meridionali».

Gettò lo sguardo oltre il vetro e abbracciò in un baleno le infinite luci della vita. Un limbo. L’ospedale è un limbo. «La cappa di grigio e di nuvole che assedia gli svettanti edifici dell’ospedale incomincia ad aprirsi a pallide macchie d’azzurro, ma vento e pioggia non accennano a diminuire. È una strana giornata di primavera. Il maltempo ha qualcosa di indisponente, di ingombrante, di perentorio. Ma, poi, fa sempre largo ai colori dell’alba, in una gioia ritrovata di sereno. Fosse così per l’animo mio». In queste parole c’è tanta poesia. Un giorno capriccioso di primavera, un giorno indolente.

Tormentata esistenza. La madre ignota non è mai apparsa. Silvestro Amore avrebbe voluto vederla. Avrebbe voluto abbracciare l’ultima teofania. L’ha sognata per tutta la vita. La madre ignota è il mistero, è la Vergine, è la Regina di Saba. «Se avessi avuto una mamma, e fosse morta, – scrisse sul diario – sulla sua tomba avrei voluto scriverci: Non ti ho perduto, ma solo è cambiato il mio modo di amarti. Mia madre sempre attesa, non è mai venuta… e così non ha avuto alcun modo di amarla […] Mi sento unito a lei. Scintille di luce si sciolgono in una carezza calda solo pensandola vicina. Un ponte festoso ricompone la nostra unità come un raggio di sole che penetra dentro di me e mi unisce a lei. Siamo due e uno in questa dura (ma ricca di grazie) convivenza con lei che è calore, abbandono totale… come se fosse i miei giorni». Una vita, una vita senza madre, una vita nata e poi abbandonata. E zio Silvestro ha cercato per tutta la vita il volto della madre. Sognò la madre e maledisse la sua insostenibile solitudine. A volte l’uomo è solo tra la gente anonima. E poco importa del resto. C’è la moglie ma l’uomo è sempre sole. «Dovevo passare come un fiato di vento, ricciolo d’acqua della risacca, vivo ma impalpabile, no-person… Prodotto biologico e null’altro, senza legami dalla nascita, senza legami lungo il sentiero degli anni». Senza legami, senza lacci come un nero cavallo; senza lacci come un cavallo libero. Sradicato, condannato alla solitudine. La libertà è un raggio di luce flebile, un frammento di gioia impossibile in un mondo crudele. La libertà è l’ultimo viaggio, l’ultima speranza. La libertà è un foglio bianco e una penna.

Preghiere a un Dio ignoto, solennità. Dio ha il volto di una madre antica, di una madre meridionale sempre sognata. Il senso ultimo della vita è una donna misteriosa: la sua assenza è molto rumorosa. Anima danzante, lingua di fuoco, capelli di sole. Preferisco la tua assenza alla presenza di chiunque altro. Così disse Simone Weil. «Passare in solitudine, – annotò sui fogli Silvestro Amore – come verità allo stato puro. Ho cercato di andarmene: a Split, a Dnieprpetrowsk, a Millerovo, a Kantermirowka, e poi, a Montelungo e dintorni… Ce l’ho messa tutta, non sono riuscito a farla finita. E sono tornato alla condizione di prima. […] E tu mio Dio, non restare in silenzio, sono come chi scende nella fossa. […] Il mio stupore, Dio, è davvero questo: come sia possibile negare l’amore di madre a un uomo. Dov’è la sacralità della vita? […] Non credo di essere della partita. Sono un debole. Se tutti abbiamo una parte nell’umana commedia degli errori, la mia l’ho recitata con amore. E senza risparmio». Righe poetiche, parole dure. Il diario è la filosofia; è il tenero pianto di un uomo solitario. Quest’uomo respira ancora nel giardino della mia memoria. Canzonette, bandiere da spiaggia, bagnini, ombrelloni. Cammina a Gaeta e guarda il mare. Indossa sempre gli immancabili pantaloni corti, corti come quelli di un ragazzino ribelle. Cappello in testa  e sguardo penetrante. Maglietta da gondoliere veneziano. Lo vedo. Mi fermo. Lo saluto. Lui dice ciao Scapocchione.

Nel 1954 si tenne il secondo Congresso del Partito Nazionale Monarchico. In quell’anno Achille Lauro andò via dal PNM e fondò il PMP. Le varie componenti del partito covelliano animarono il congresso: la novità fu rappresentata dalla sinistra sociale monarchica; questa corrente minoritaria indicò una strada ben precisa. Stella e Corona era un grande laboratorio politico. La sinistra sociale presentò al congresso la mozione “Monarchia sociale e comunità nazionale”. Il giornalista Giovanni Semerano diresse la rivista d’area denominata “La Monarchia”. Pasquale Pennisi scrisse un’interessante relazione congressuale. «È la prima volta, io credo, in otto anni, che si manifesta in seno al PNM una corrente che non nasca soltanto in base a simpatie personali o per occasioni contingenti, e la quale, se inizia a manifestarsi in occasione di un Congresso, nasce da sentimenti e da convinzioni che precedono di assai la propria manifestazione, ed intende durare nell’azione ben oltre l’occasione congressuale».

La sinistra sociale criticò l’operazione Togni. In sostanza, demistificò la caccia alle streghe comuniste e contrastò l’anticomunismo esasperato. «In tale situazione di crisi nazionale il problema contingente che, dà il tema alla situazione politica, così per la parte degli uomini responsabili come per una notevole parte dell’opinione pubblica non comunista, è espresso da questa domanda: come arrestare il progressivo spostarsi del suffragio elettorale verso i partiti di Estrema Sinistra? […] il blocco, o altra forma di collaborazionismo, tra tutti i partiti anticomunisti, andrebbe completato da una serie di misure discriminatorie e repressive contro i partiti e le organizzazioni sindacali dell’Estrema Sinistra, che dovrebbero andare da una discriminazione politica a danno degli iscritti alla C.G.I.L. nell’assunzione degli operai da parte dei datori di lavoro […] a tutta una serie di norme legislative di carattere repressivo, in materia di polizia, di stampa, di elettorale, eccetera. […] Mettersi sul serio sulla via della cosiddetta operazione Togni significherebbe non soltanto accelerare quello slittamento del suffragio elettorale verso i partiti dell’Estrema sinistra cui si dice di voler porre rimedio, ma provocare in questo senso un improvviso rovesciamento di favori, e non soltanto da parte di masse ingannate dalla demagogia social comunista o rese stanche ed esasperate dalla pesantezza della situazione economica e dall’ingiustizia di quella sociale, ma anche da parte di notevoli strati della classe dirigente, che reagirebbero, in base alla persuasione che nel metodo democratico si devono osservare pulitamente le regole del giuoco ed alla convinzione che la Libertà va difesa non soltanto contro il Comunismo, ma contro chiunque tenti sopraffarla». La corrente definì l’operazione Togni «corredo reazionario di una democrazia che ha bisogno di farsi protetta perché non riesce a farsi efficace». Sinistra sociale propose l’Operazione Nazione, difese la solidarietà e contrastò le discriminazioni; in pratica s’ispirò alla tradizione monarchica italiana e lottò per la ricostruzione dell’Unità Nazionale: propose la riforma strutturale della grande industria, l’equa ripartizione del profitto comune. «Questo sosteniamo perché questo è giusto ma lo sosteniamo con maggior vigore e con maggior urgenza perché lo sostengono anche i comunisti e diciamo: che bisogna essere pronti a studiarne ed affrettare la risoluzione di questo come di altri problemi anche insieme a loro». Lavorare per i più deboli, lavorare anche con i comunisti. Analizzare le idee della sinistra, difendere gli ultimi, appoggiare le battaglie dei poveri. Nessuna divisione classista, nessun pregiudizio, apertura alle novità, modernità, unità del Paese, monarchia liberale e socialista, lotta al capitalismo reazionario. In linea di massima questo era il pensiero della sinistra monarchica.

Come si comportò Alfredo Covelli al secondo Congresso? Il politico di Bonito era un grande pensatore. Era aperto alle novità, flessibile, avanguardista, troppo avanti; ha sempre anticipato i tempi. La sua relazione fu molto interessante; dedicò parte del suo intervento al progresso sociale. «Di fronte alle istanze delle masse lavoratrici, – disse Covelli – di fronte ai problemi della miseria, della sottoccupazione, della denutrizione, noi poniamo un quesito perentorio: esiste una soluzione diversa da quella marxista? […] Noi accettiamo la lotta di classe nei limiti in cui la accettavano i nostri padri liberali: la libera agitazione dei lavorati associati per conseguire sempre maggiori miglioramenti delle loro condizioni di vita, è il migliore degli stimoli per i datori di lavoro, che vengono spronati, dalla pressioni dei loro dipendenti, a migliorare continuamente la loro produzione. […] In altri termini, noi riteniamo che la lotta di classe sia benefica solo in condizioni di normalità e di libertà generale. […] Questo Paese non può mettersi al lavoro se non con la fiduciosa e leale collaborazione di tutte le classi. […] Noi riteniamo che non sia possibile progredire verso la vita, senza un vasto, impegnativo piano di lavoro, che comporti una certa misura di osservanza di cooperazione e di disciplina da parte delle organizzazioni sindacali». Covelli propose una sorta di “progresso nell’ordine”. Ha sempre sostenuto la pacificazione nazionale e l’Unità degli italiani. Uniti per il cambiamento in un partito moderno (Partito Democratico Italiano, Costituente democratica nazionale). Un partito nazionale e democratico per superare le contrapposizioni. Progredire, migliorare, andare avanti nell’interesse nazionale. Giudicò la lotta di classe positiva soltanto in democrazia. D’altro canto anche sinistra monarchica disse la stessa cosa.

Molti elettori del PNM erano braccianti e operai. Anche mio nonno era un elettore di Stella e Corona: era un bracciante. Era un covelliano di “sinistra”. Se non avesse votato per il PNM, avrebbe scelto sicuramente l’estrema sinistra. Orbene, una fetta dell’elettorato monarchico era decisamente progressista. Nel 1972 il PDIUM si sciolse e confluì nel Movimento Sociale Italiano ribattezzato MSI – Destra Nazionale: non pochi fedelissimi voltarono le spalle a Covelli e appoggiarono il PCI e in seguito Democrazia Proletaria; possiamo definire questi votanti alla maniera di Monarchici Marxisti, di Monarchici “rossi” o progressisti. In Irpinia Stella e Corona rappresentava un’alternativa al sistema. Era un movimento atipico, né di destra né di sinistra. Un voto di protesta e proposta. Prima degli altri, avanti a tutti. La massa contadina di fede monarchica, in provincia, era dichiaratamente progressista. Molti si affidavano senza riserve al leader di Bonito. Intravedevano in lui il paladino degli oppressi. Giovanni Acocella, nel suo libro “Notabili, partiti e istituzioni in Irpinia” scrisse: «Questa caratteristica di partito alternativo coagulava, attorno ai monarchici, anche sentimenti confusi non necessariamente conservatori e moderati, ma anti DC nello spirito, superando la stessa aria di consenso naturale per quel partito». Dunque, i “sentimenti confusi” non moderati erano sentimenti progressisti e di sinistra, sentimenti anticlericali e anti democristiani.

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