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È il 2010. Pomeriggio di fine agosto. Tramonto mesto. Estate irpina, San Potito Ultra, alberi silenziosi. Avevo tante speranze nel cuore. Una stretta di mano, tempo sospeso in un sorriso. Storia, storia dimenticata. Michele D’Ambrosio era stanco; un bastone accompagnava la sua ombra. Osservavo il suo volto, i suoi occhi. Tempo sospeso in un sorriso. «Salve, onorevole». Dissi. «Salve, Romeo. – Rispose – Che cosa succede a Manocalzati?». «Niente di nuovo». «Purtroppo Manocalzati è un paese reazionario. Non cambierà mai nulla. Dovresti rimboccarti le maniche, sei giovane». È un paese reazionario. L’onorevole era un grande conoscitore della politica irpina. Ho capito dopo. Ricorderò sempre le sue parole. D’Ambrosio mi abbracciò. Scrutai nel suo sguardo un fondo di malinconia. Le partite si perdono, le idee vincono sempre. Mi raccontò alcune storie, alcuni aneddoti. Io parlai del mio blog. «Si chiama l’Irpinia che vuole cambiare». D’Ambrosio alzò lo sguardo verso il cielo, poi affermò. «Ah, c’è un’Irpinia che vuole cambiare? Dove sta?».

Parole sante. Parole davvero sante. Sono passati sei anni. Il tempo scorre. Le cose non mutano. Giuseppe Moricola m’invitò alla prestazione del libro di Enzo Cioffi “La musica che cambia nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”. C’era anche l’onorevole. Fu davvero una bella iniziativa. In quel periodo l’amministrazione di San Potito organizzava eventi interessanti. Il Museo del Lavoro promosse nel 2010 diversi appuntamenti culturali di un certo spessore con il cartellone “Apriti Sesamo”. Partecipai anche io.

D’Ambrosio era un uomo di sinistra, un comunista vecchio stampo. Io coltivo il mito di Pippo De Jorio, di Alfredo Covelli, del vecchio Partito Nazionale Monarchico. All’apparenza non abbiamo punti in comune. All’apparenza. In realtà la pensiamo allo stesso modo. L’onorevole ha sempre lottato per un ideale nobile: ha contrastato la cattiva politica e il clientelismo. Pertanto lo stimo. Anche io detesto la cattiva politica e il clientelismo. Mi avvicinai a De Jorio per amore della libertà. La mia è stata una scelta di libertà. La mia libertà è uguale alla libertà di D’Ambrosio: la sua lezione morale è ancora attualissima. E quella chiacchierata di San Potito non dimenticherò mai più.

Manocalzati, il mio paese, è reazionario. In sostanza è un paese con una mentalità chiusa; è un paese anti illuminista, anti progressista; è un paese particolare. La gente si schiera sempre con il più forte. Purtroppo è tutta colpa della mentalità. Il popolo non oppone resistenza. Firma una sorta di delega in bianco. La sociologia potrebbe aiutare a capire i fenomeni: il paese merita l’attenzione dei migliori studiosi. C’è un caso Manocalzati. Anzi, Manocalzati è l’emblema della questione meridionale. Nel 1958 Edward Banfield andò a Chiaromonte in Basilicata e scrisse il libro “The Moral Basis of a Backward Society – Le basi morali di una società arretrata”. Introdusse il concetto di “familismo amorale” e stimolò il dibattito sul familismo al Sud Italia. Per D’Ambrosio la questione meridionale è ancora attuale. Alcuni comuni irpini meritano un’attenzione particolare. C’è poco rispetto per la cosa pubblica. La gente pensa soltanto alla proprietà privata. Carlo Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” spiega le ragioni del modo di essere del popolo meridionale. Anni e anni di dominazioni straniere.

Non è un caso che Manocalzati abbia avuto, dal dopoguerra ad oggi, soltanto sei sindaci. Ben tre sindaci sono della stessa famiglia. Francesco De Sanctis, Guido Dorso, Gramsci, Carlo Levi piangono in silenzio. I nostri amministratori dedicano le piazze a Fiorentino Sullo. E non è un caso. Dimenticano John Ciardi, il figlio migliore del paese, e osannano Fiorentino Sullo. Perché? Perché sconfisse il Partito Nazionale Monarchico. In quel periodo Stella e Corona amministrava molti comuni dell’Irpinia. Sullo invitò i medici dei paesi a candidarsi con la DC. Riuscì, così, a distruggere gli avversari. E il PNM era un partito anti sistema e anti potere. Stiamo ancora pagando questa scelta.

Ho affrontato a testa alta la campagna elettorale per le elezioni comunali a Manocalzati. Ho perso. Però ho difeso le mie idee. E D’Ambrosio è certamente un mio modello di riferimento. Non sarò il sindaco: sarò il leader dell’opposizione. Sono orgoglioso lo stesso. Ringrazio anche l’onorevole. Adesso non c’è più. Ho capito una cosa: il milazzismo è ancora attuale. Destra e sinistra in provincia condividevano le stesse battaglie. Bisogna ripartire dalla lezione dei personaggi politici del passato e dal civismo. Nel mio bagaglio politico culturale c’è la Colomba di Arturo De Masi, la Torre di Emilio D’Amore, la Tromba di Adelia Bozza, la Fenice di Albanese e Generoso Pascucci. Civismo di lotta e di governo, civismo di protesta e di proposta.

Michele D’Ambrosio nacque a Bonito, nel paese di Alfredo Covelli il 2 settembre 1944. Assunse la carica di segretario provinciale del PCI nel 1976; nel 1983 entrò in Parlamento e sostituì l’atripaldese Nicola Adamo morto in un incidente stradale. Fu componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981 dal 19 settembre 1989 al 16 ottobre 1989. Sempre nel 1989 si schierò sulle posizioni di Pietro Ingrao e contestò la svolta della Bolognina; ciò nonostante aderì al Partito Democratico della Sinistra. Continuò la sua attività politica all’interno dei Democratici di Sinistra e contribuì a fondare il movimento Sinistra democratica per il Socialismo Europeo. Aderì, infine, al partito di Vendola Sinistra Ecologia e Libertà. Morì il 21 ottobre 2010. Piansi. Piansi la scomparsa di un uomo di spessore. Scrissi una lettera sul blog. L’ultimo saluto a D’Ambrosio. La riporto. Adesso sono diventato consigliere comunale di opposizione a Manocalzati. Onorevole, l’ho fatto anche per lei. Quando arriverò in consiglio penserò anche a lei e penserò a quel pomeriggio di agosto del 2010. Lei mi ha dato la forza per andare avanti. Mi ha dato le idee. Ciao. Le sue parole, le sue parole ricorderò sempre.

Non ho mai pensato di scriverle una lettera: la vita ci divide, ci allontana. Le emozioni perdono il colore. Mi perdoni. Oggi, però, ho scritto una lettera. Ho scritto una lettera in questo brutto giorno. Adesso non c’è più, adesso non può sentirmi. Ho avuto il piacere e l’onore di parlare con lei diverse volte. L’ultima volta l’ho vista a San Potito. In quel pomeriggio di agosto ho capito tante cose. Il suo pensiero mi ha affascinato. Le colpe delle generazioni passate non devono ricadere sui giovani. Non abbiamo addosso nessun peccato originale. Dobbiamo soltanto rimboccarci le maniche. Lei è una figura importante della sinistra irpina. La classe politica locale dovrebbe prendere spunto dal suo insegnamento. Il rispetto viene prima delle divisioni. E rispetterò senza sosta la sua persona.

L'aspro conflitto sociale in atto in Francia avrà una rilevanza cruciale per le sorti dell'Europa sociale (un'Europa dei popoli e non dei padroni), per le condizioni di vita dei lavoratori, degli operai, dei pensionati e delle categorie più deboli ed indifese tra i cittadini, per il futuro dei servizi pubblici e dei beni comuni. Soltanto una generale mobilitazione europea, coordinata da coloro che ritengono possibile un mondo non fondato sul profitto privato, sulla mercificazione globale, stringendo un'alleanza tra tutte le forze sindacali, sociali e politiche alternative ed antagoniste allo strapotere del "dio mercato", potrebbe modificare il corso degli eventi futuri. Servirebbe promuovere una manifestazione a livello sovranazionale, in grado di coinvolgere le strutture sindacali, sociali e politiche che si battono contro le ricette rovinose di "fuoriuscita dalla crisi" prescritte delle élites finanziarie che pretendono che la crisi sia pagata dai lavoratoti e non da chi l'ha provocata. Solo così si potrà elevare il livello dello scontro da un piano solo nazionale ad uno internazionale, per impedire il massacro sociale dei popoli europei. Massacro che significa, in termini più semplici: libertà di licenziamento, attacco alla spesa sociale ed ai lavoratori pubblici, e via discorrendo. Contro le ricette neoliberiste volute dalla trojka, occorre rivendicare con forza maggiori tutele a favore dei pensionati, dei precari e dei disoccupati, ma anche la tassazione dei grandi patrimoni e delle operazioni finanziarie. Non bisogna concedere nemmeno un euro, né un posto di lavoro per salvare le banche, i finanzieri ed i padroni. È necessario respingere il feroce attacco al diritto di sciopero, ai diritti sindacali e dei lavoratori, ai contratti collettivi, alle pensioni, ai beni comuni. Occorre uno schieramento massiccio al fianco dei lavoratori francesi che lottano non solo per i propri diritti, bensì per quelli di tutti gli europei.

Lucio Garofalo

L'invito a non emigrare dalle nostre amate terre, il periodico affrontare l’emergenza della c.d. fuga di cervelli sono solo dei patetici cliché.

Immemori di ciò che giornalmente condisce e scandisce ogni momento della vita di un'avellinese.

Avellino è il frutto di decenni d'occupazione del tutto da parte della mediocrità che la classe politica nostrana ha seminato, alimentato e diffuso in ogni dove.

E ognuno quando ha potuto ha reso un possedimento quella posizione ricevuta. Un reame ereditabile per appartenenza, solo qualche volta per sangue. Una sorta di trono di spade dai mille regni dove ognuno gode per sé del potere ma è parte integrante del sistema che tutto con disprezzo vuol amministrare, dirigere, schiacciare.

Con fare tracotante, beffardo, consapevoli della propria inconsistenza, questi reucci trattano come nullità le persone che osano il confronto, già condannate con l’accusa di lesa maestà.

Disconoscono capacità, esperienze, titoli; perché ciò che conta è solo l’esser parte del sistema; un mazzo di carte composto di un partito, un sindacato, un’associazione, un’amicizia controversa, un’appartenenza millantata: tutti celati sotto mille sigle diverse.

L’apoteosi del Pensiero Unico che poi di pensiero non ha nulla. E’ solo un fottere ed un fottere gli altri, umiliando studio, lavoro, impegno, merito.

Scappi chi può da Avellino, cartina tornasole dell’Italia indecente e della sua decadenza.

Oppure si armi per combattere ogni giorno e in ogni dove un’epica battaglia per la riconquista della dignità.

Il comizio tenuto ieri sera a Lioni dal grande G. è stato trasmesso in diretta a reti unificate. Nella circostanza, #Cirietta ha gettato la maschera, rivelando il suo vero volto, quello del Vecchio del Monte. Il quale ha riproposto il solito repertorio retorico da palcoscenico, a cominciare dal concetto, trito e ritrito, che potrebbe riassumersi nel modo seguente: "il mio potere risiede nella mia testa e soltanto io sono capace di pensare". Un esempio assai illuminante ed inequivocabile di arroganza e cinismo politico-intellettuale allo stato puro. Sorvolando sui soliti toni autoreferenziali, il "pensiero demitiano" coltiva la pretesa di imporsi in veste di "pensiero unico" in Irpinia e dintorni per i prossimi dieci anni almeno. Dipende, ovviamente, dalla longevità dell'autore.

Lucio Garofalo

L'immobilismo ha scelto la provincia irpina a sua "patria elettiva". Se non si fosse verificato il tragico sisma del 1980, che scosse la "terraferma" e sconvolse l'esistenza di interi paesi e popolazioni, probabilmente nulla si sarebbe mai mosso. Tutto sarebbe ancora immobile. Come sempre. Nulla è "eterno" come la stasi irpina. Si pensi ad un Ciriaco De Mita eletto sindaco alla veneranda età di Matusalemme. In Alta Irpinia pare che la cronologia storica si arresti al 1980. In realtà, la tempistica e la strategia in un progetto politico, e a maggior ragione in campagna elettorale, sono quasi sempre studiate e calcolate a tavolino. Si sa, non c'è nulla di nuovo sotto il sole. È altresì innegabile che, oggi, in alcuni Comuni irpini si voti, di fatto, con una sola lista vera in campo ed una lista civetta ad "opporsi". Sfido chiunque a smentire tale evidenza. "Il potere logora chi non ce l'ha", diceva un uomo che di potere se ne intendeva assai ed era ossessionato dal potere. È risaputo che la politica è (quasi) sempre una questione di potere, cioè di rapporti di forza reali, non metafisici, per cui gli accordi politici sono quasi sempre accordi di potere. Non mi si venga a dire che la Santa Alleanza #Cirietta non sia un disegno mirato a ricompattare il quadro politico attorno all'uomo più potente ed "eterno" degli ultimi cinquant'anni nelle nostre zone. Le liste civetta testimoniano una deriva ulteriore della democrazia nel nostro territorio. A fornirci una conferma che il demitismo è addirittura più forte ed egemone oggi rispetto al passato. E non è una "lieta novella" per le popolazioni locali. È fin troppo evidente che, in questo momento storico, a qualcuno conviene stringere alleanze con il grande G. Anche a chi si professava una persona "libera" fino all'altro ieri. Si potrebbe obiettare che il potere non è un'entità malvagia, ossia un'incarnazione demoniaca. Infatti, il potere è opera degli uomini, è il risultato di interessi terreni, concreti. Per cui se un tipo di potere salvaguardasse gli interessi delle masse popolari e lavoratrici, non sarebbe affatto negativo. Ma temo che non sia il caso del sistema di comando che in Alta Irpinia fa ancora riferimento all'uomo del monte. Ecco perché chi si disinteressa della politica non fa che rendere il gioco più facile alla peggiore specie di potere, vale a dire la tirannide, ovverosia il fascismo, che può abilmente (o maldestramente) camuffarsi sotto mentite spoglie, presunte democratiche. Ma il dato più sconcertante è assistere ad un popolo composto in gran parte da sudditi che perpetuano a vita il potere di vecchi dinosauri politici come #Cirietta. Eppure, gli esemplari più giovani non sono affatto migliori. Tranne l'età, non si notano differenze tra i vecchi volponi del passato ed i loro eredi o epigoni attuali.

Lucio Garofalo

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