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Consenso eventi di comunicazione

Si approssima la data fissata per il referendum costituzionale ed il "premier" Renzi spara le sue ultime cartucce (a salve). Dopo le politiche di macelleria sociale, Jobs Act e Buona Scuola in primis, la ratifica a colpi di fiducia delle peggiori controriforme degli ultimi anni, ecco le briciole per incantare ed ingannare giovani, lavoratori e pensionati. Prima la miserabile uscita sui 500 milioni da destinare ai poveri, ma nel contempo elargiva miliardi per salvare le banche. Quindi, i vari annunci, menzogne e bluff in funzione del SI al referendum. Il famoso bonus ai giovani da spendere nei musei, i 500 € per gli operai che sono in Cassa Integrazione ed un intervento contro la povertà. Infine, la 14^ per le pensioni minime ed il taglio dei contributi sulle partite Iva. Ma la farsa renziana non si è ancora conclusa. Ci troviamo di fronte alla più classica operazione di mistificazione politica. Fumo negli occhi dei pensionati, dei lavoratori e dei giovani. Ma il "bello" si vedrà (temo) dopo il referendum. Se dovesse vincere il SI, la politica antioperaia, antidemocratica ed antipopolare di questo governo asservito al capitale finanziario e bancario, verrà considerevolmente rafforzata, resa addirittura più aggressiva ed imperativa di quanto finora non lo sia stata. Gli interessi e le ragioni di quel "mega-comitato di affari" della borghesia, predomineranno sistematicamente. Lo stato borghese diverrà ancora più autoritario e corrotto. Si inasprirà lo sfruttamento a scapito dei lavoratori, saranno aboliti i diritti, ad iniziare da quello di sciopero. Saranno definitivamente liquidati i servizi sociali e le pensioni pubbliche. La repressione poliziesca delle proteste operaie e sindacali diventerà più brutale e sistematica. E si estenderà la militarizzazione sociale, con il rischio di essere trascinati in guerre di rapina a beneficio esclusivo del decadente, caricaturale imperialismo italiota, che procede a rimorchio di altri imperialismi vincenti. Per tali ragioni, il tema del referendum non si può confinare, né circoscrivere nell'ambito di dispute di carattere meramente giuridico ed accademico, ma deve assumere il valore di una battaglia politica e di una questione di classe. Per vincere una simile battaglia occorre denunciare e demistificare la propaganda renziana, che, si nutre di promesse vacue e di miserabili elemosine con cui comprare i voti della povera gente, nella più classica e squallida tradizione democristiana. La politica di Renzi è il liberismo autoritario, paternalistico e compassionevole, che tramuta i lavoratori ed i cittadini in mendicanti: se il primo articolo della nostra Costituzione sancisce che "l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", quando si mercanteggia il voto in cambio di un’elemosina si abbatte assieme alla dignità dei lavoratori anche l’art. 1. Per cui chiunque è in grado di comprendere che non è in gioco solo la seconda parte della carta costituzionale, ma anche la prima parte, che il regime borghese (prima democristiano, poi berlusconiano ed ora renziano) ha fatto marcire sulla carta per lunghi decenni. La propaganda ideologica renziana è demagogica, antidemocratica e reazionaria. Pur tuttavia, malgrado le elemosine e le menzogne, le ingerenze di origine straniera, un quesito a dir poco truffaldino sulla scheda referendaria, la controriforma costituzionale non passerà, ma verrà bocciata da un voto di protesta popolare.

Lucio Garofalo

Irpinia carica di mistero e tragedia. Giornate piovose e cielo grigio. Alberi coccolati dal vento, lastre di vetro baciate dall’acqua, treni in partenza per Napoli dalla stazione di Avellino, paesaggi spettrali, luci sintetiche della città e la città dorme nella notte tenebrosa. Montagne e colline; orme, orme giallastre di animali, di lupi feroci e ululati immaginari. Irpinia nei primi anni ’20; fascisti per le strade e la rivoluzione alle porte e il dottor Gaetano Castiglia e la popolana Sabina. Questa è l’Irpinia di Giovanni Arpino dipinta nel romanzo “Un delitto d’onore”. Un romanzo cupissimo, feroce, pieno di rabbia.

“Un delitto d’onore” è ambientato in Campania: Avellino, Atripalda, Montrone (paese immaginario che ricorda nel nome Montoro e Montefalcione). Ricco di spunti, riflessioni filosofiche. Provincia tenebrosa e scrittura carica di tragedia. «Ora – scrive Arpino – i monti irpini apparivano più cupi nella luce al tramonto, coi boschi qua e là macchiati come da una lebbra giallastra che nel verde dei castagni aveva aperto vuoti piccoli e grandi, rognosi. La strada puntava su Atripalda e, […] lontana, la chiazza bianca e rosata di Avellino, larga nella pianura». L’Irpinia di Arpino è verdissima e minacciosa, piovosa e tragica. Occhi che guardano, occhi di perla e cielo carico di dolore.

La trama. Lui ama lei ed è gelosissimo: lui è un medico di nome Gaetano Castiglia; lei è una donna di basso rango di nome Sabina. Gaetano Castiglia ha vissuto per tanto tempo in America ed è tornato a casa per godersi la vita accanto alla donna che ama. Ma il dramma si nasconde dietro l’angolo. Sabina non è quello che lui pensava perché non è vergine e ha conosciuto altri uomini e tra questi c’è Vincenzo Carbone; e allora non resta che il delitto d’onore: una vittima, un’altra vittima. Sabina è stata violentata da Vincenzo Carbone. Ma poco importa per Castiglia. Egli non ha pietà per nessuno; avrebbe dovuto perdonarla (almeno capirla), invece niente da fare. Crudele davvero. Sullo sfondo l’Irpinia degli anni ’20 e i fascisti in azione. «Mi vogliono con loro» dice il medico.

Nichilista, pessimista, distruttore, shivaista, nietzschiano, evoliano. Gaetano Castiglia è un uomo d’azione infarcito di idee filosofiche legate all’idealismo magico: la sua filosofia è l’azione brutale. Insomma, è un individuo assoluto. Si evince chiaramente. «In quell’accidia – prosegue Giovanni Arpino – il dottor Castiglia si rivoltava provando malinconie, disgusto per tutto, inimicizie e sospetti verso chiunque, tranne se stesso». Disprezza il mondo, la vita, gli esseri viventi. Prova ribrezzo per il corpo umano, per la vecchiaia. Dice: «Tutto è noioso, è sporco. Il mondo mi fa schifo: è colpa mia? E questa ragazza invece mi fa voglia di campare». E poi «Vedi che il mondo è schifoso? […] pensa alla pancia di un malato, piena di budelli marci che puzzano».

Spara con il revolver Gaetano Castiglia. Crudo e crudele. Agisce e basta, agisce senza desiderio. Prima la sua amata Sabina (una rasoiata terrificante) e dopo la sorella di Vincenzo Carbone con il revolver. Castiglia «Non pensava a niente, guardava l’orologio, e un’ora aspettò, seguendo le lancette sul quadrante, e poi un’altra mezza […] e […] cominciò a sparare […] attentamente premeva il grilletto, ma le cinque pallottole erano già state scaricate». Castiglia come il protagonista del film “Un giorno di ordinaria follia” William Bill Foster. Impassibile, freddo, privo di sentimentalismo, umanitarismo. «E, – scrive Arpino – per la prima volta, finalmente al di sopra di sé stesso». Al di là del bene e del male, oltre la morale. Azione apatica come quella di Arjuna nella Bhagavad-Gita induista.

La storia ricalca il mito biblico di Adamo ed Eva: Sabina regala al dottore alcune mele. Un gesto estremo di libertà. «C’erano delle mele nel cesto, ancora verdi, lucidate vivamente da un panno. E ogni mela aveva una corolla di segni. Dei denti di lei, che s’erano piantati leggermente nella buccia aspra, lasciandovi piccoli semicerchi di colore ormai rugginoso». Si accorge Gaetano di “essere nudo” perché la sua amata Sabina non è vergine, non è Santa, non è Regina delle rosE, Sposa purissima, Madonna. Nudità e voglia di espiare. Tempo perso pensa il medico: lui l’ha fatta diventare una signora e l’ha tolta da una lurida locanda. Il medico allora decide di sopprimere il desiderio alla stessa maniera del monaco buddista Mizoguchi del romanzo di Yukio Mishima “Il Padiglione d’oro”. E questo romanzo di Arpino è “sospeso” a metà strada tra “Il padiglione d’oro” e “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Atmosfere rarefatte, nichilismo, fine dei tempi, tragedia, crollo di un ordine costituito, carico di pathos evoliano e nietzschiano. Tutto è crollato e il Fascismo è alle porte. L’individuo è lasciato a sé stesso: violenza, azione cieca, crudeltà esasperata. Senza valori, senza sentimenti, il mondo è al capolinea.

Giovanni Arpino ha scritto romanzi importanti come “La suora giovane”, “La sposa segreta”, “Il buio e il miele”, “La trappola amorosa”. “Delitto d’onore” è sicuramente un romanzo da riscoprire. Uscì per la prima volta nel 1960. Arpino ringraziò Dino Barelli per la documentazione che sta alla base di questo romanzo. Una società cristallizzata, un “piccolo mondo” chiuso e legato ad antiche consuetudini. L’Irpinia di Arpino è una metafora; è il simbolo di un meridione sempre uguale. L’autore colloca i personaggi fuori dalla Storia; infatti, l’Irpinia di Arpino esiste fuori dalla Storia, ha divorziato dalla Storia: i personaggi sono marionette di un teatrino, sono pupi siciliani. Fissità, immutabilità; passa il tempo ma la Storia non tocca le umane vicende di questo popolo. Provincia poverissima dove dominano le convezioni. Sabina non è illibata: questa cosa non può essere accettata dal medico nobilotto. Ecco il dramma, il dramma popolare.

Gaetano Castiglia come il Giovanni Episcopo di D’Annunzio, passione funesta. Un Castiglia che distrugge il desiderio. «Guardarsi intorno, – scrive Giovanni Arpino – in quella solitudine, in tanto silenzio, gli dava una sensazione di dominio. Sotto il cielo senza luna la valle era nera, lucida, circondata dai denti cupi dei monti, nettissimi, oltre i quali erano Napoli e il mare […] Ma ogni suo pensiero muoveva solo per spegnersi, suggellarsi in lei: ed ecco che ancora si vedeva con Sabina a Vietri, sul mare e nel sole, come in una proiezione quasi palpabile. Rise da solo a bocca chiusa, immaginandola impacciata, e poi subito scaltrita avendo raccolto i suoi consigli, i suoi ordini sulla sabbia […] O altre cose di lei ricordava, cose dell’inverno. Tra dicembre e febbraio nevicava forte sui monti, e dai sentieri di campagna attorno a Montrone si poteva vedere Avellino, laggiù, come una chiazza chiara, illuminata al fondo della valle, tutt’attorno l’anello ondulato, accecante delle colline e dei monti dove la neve era compatta, con orme scure e giallastre di animali. E in certe notti s’erano uditi i lupi». Da solo, prima del gesto folle, prima del delirio.

Come recita un antico adagio popolare, "il padreterno regala il pane a chi è sprovvisto dei denti", l'Istituto Comprensivo di Lioni ha ricevuto il pane, ma non i denti per masticarlo. Nel senso che l'istituto dispone di due edifici all'avanguardia, sia per ospitare la sezione dell'infanzia e della primaria, sia per la secondaria di primo grado. Si tratta di strutture che furono costruite e donate dagli americani, se non erro, al Comune di Lioni negli anni immediatamente successivi al terremoto del 1980. Sono edifici dotati di aule e spazi in quantità cospicua, attrezzati di numerosi laboratori e quant'altro ancora. Oltre a ciò, nell'edificio scolastico è presente un museo etnografico-antropologico istituito in modo permanente. È una mostra che risulta assai ricca e ben fornita: esiste una raccolta che comprende circa 3500 oggetti distribuiti su una superficie di 500 mq, ospitata presso i locali della scuola primaria. La Mostra Etnografica fu allestita nel 1989 grazie all'iniziativa di un gruppo di docenti della scuola elementare dell'allora Circolo Didattico di Lioni. L'idea scaturì dall'esigenza di ricostruire un filo di continuità con il nostro passato, per favorire la riappropriazione dell'identità perduta a causa del tragico sisma del 1980, che distrusse l’Irpinia, ed affidare alle nuove generazioni un patrimonio di utensili e di arredi che raccontano l'uomo al centro di una storia locale, nella sua totalità, come essere individuale e sociale attraverso l’introspezione di oggetti da cui si deducono i rapporti reali della vita domestica e comunitaria. Si tratta di un autentico laboratorio della memoria, da visitare senz'altro, laddove si potrebbero scoprire, ad esempio, vecchi documenti, vecchi strumenti ed attrezzi scolastici, come un pallottoliere per far di conto, vecchie fotografie che ritraggono, tra l'altro, l'asilo infantile di Lioni risalente a vari lustri fa. È una mostra dove poter ammirare i giocattoli di un tempo, la ferrovia di una volta, arnesi ed utensili agricoli, arredi e reperti della civiltà contadina locale, antiche botteghe artigianali e tante altre testimonianze del nostro passato. Ma il problema è che un simile patrimonio di edilizia scolastica, assai prezioso, con strutture logistiche avanzate e beni storico-culturali di sicuro pregio, risulta valorizzato assai poco e male da chi dovrebbe averlo in cura e gestirlo in maniera più razionale e proficua. Ma ciò dipende esattamente da quei limiti soggettivi, politici e volontaristici a cui accennavo all'inizio del presente pezzo.

Lucio Garofalo

Nel salone, inizio settembre. I soliti discorsi di mio zio e i ricordi e il passato. Sulla sedia seduto immagino il tempo perduto. Lo sento parlare e le sue parole si perdono nel giorno allegro: parole attaccate ai mobili, alla ringhiera, al lampadario. Oramai anche i muri conoscono le storie vecchie del parente. Colline verdissime di là dal balcone e un fiume. Com’è bella l’Irpinia, penso, e tutti questi ricordi… troppi e sempre gli stessi. Questo zio è instancabile. Raccontami qualcosa di più entusiasmante, non so, una storia dimenticata tipo il bisnonno Guglielmo Pagano e un personaggio famoso e il personaggio famoso esce sempre fuori all’improvviso. «Tu non lo sai, – dice lo zio – nel 1946 il generale Umberto Nobile si fermò a mangiare a casa di Guglielmo Pagano». Caspiterina! È vero ma non la sento da parecchio. Raccontami tutto, dettagliatamente. Così scrivo qualcosa. «Sì. Nobile tenne un comizio ad Avellino. Campagna elettorale del 1946, Assemblea Costituente. Si candidò da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi e anche in quello di Avellino». Prosegui per piacere. Avevo sentito parlare di Nobile e del bisnonno Guglielmo ma tanto tempo fa; me ne parlò mia nonna ma ero piccolo piccolo e non ricordo un bel niente. «E va bene. In quel periodo casa Pagano era frequentata da personaggi illustri e così e cosà e compagnia bella» e facciamo davvero tardi. Che racconto avvincente. Questo sì che è interessante.

Motivo d’orgoglio per un’intera famiglia. La visita di Umberto Nobile a casa Pagano è ancora oggi rammentata dai miei parenti. Visita del generale, visita diventata mito. Un mito, una sorta di biglietto da visita del genere tu non sai che il generale… a casa da noi in un giorno lontano. 1946, Atripalda. Nella grande casa del mio bisnonno Guglielmo Pagano entra il generale Umberto Nobile e il generale ha tenuto un comizio ad Avellino perché si vota per l’Assemblea Costituente e si è candidato da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi. Ha tenuto un discorso vibrante, solenne. I comunisti irpini l’hanno applaudito. Tra questi comunisti c’è il giornalista, dirigente del partito e segretario della camera del lavoro Silvestro Amore e Silvestro Amore è sposato con la figlia di Guglielmo Pagano, Giuseppina. Amore dice a Nobile: «Lei è ospite di mio suocero». E Nobile accetta l’invito. Tavola imbandita. È un evento storico. Le donne di casa entrano ed escono dalla grande cucina e portano in tavola pietanze prelibate. Il generale, tra un piatto e un altro, racconta la sua storia. Lasciò l’Italia nel 1931 e si trasferì in Unione Sovietica e collaborò con il progetto di dirigibile URSS W6 OSOAVIAKHIM; si recò anche negli Stati Uniti e rientrò in Patria soltanto nel 1943. E i ghiacci e la tenda rossa e l’Unione sovietica e le donne chiedono notizie sull’Urss e la cagnetta e le avventure al Polo e Togliatti e il PCI e la candidatura.

Fatto di settanta anni fa. Una vita. È passata una vita. In quelle stanze atripaldesi si è respirata un’aria particolare. Da Nobile a Guido Dorso, da Ugo La Malfa a Gennaro Maffeo. Il mio bisnonno Guglielmo Pagano era una personalità di rilievo di Atripalda nella prima metà del ‘900. Antifascista, repubblicano, di sinistra. Era un commerciante di vino: aveva contatti con aziende vinicole in diverse parti d’Italia; una di queste era l’importante azienda Folonari. Era un uomo agiato il bisnonno, un classico nobiluomo. Sposato con Carmelina De Feo, aveva cinque figli: Antonio, Sabino, Natalina, Angelina (mia nonna), Giuseppina. Il bisnonno manifestò simpatie politiche per il Partito d’azione e strinse anche amicizia con Guido Dorso. Fu molto amico del capo della polizia Arturo Bocchini e con il fondatore della prima sezione del Partito Comunista Italiano in Irpinia Gennaro Maffeo; frequentò casa Pagano ad Atripalda anche un giovanissimo Nicola Adamo. Insomma, in quella dimora passò la storia di una provincia e non solo. Casa Pagano era per tutti il “Cremlino”. Molto importante era anche il legame tra Guglielmo e Ugo La Malfa: nel 1968 il figlio di Ugo La Malfa, Giorgio, si candidò alla camera nel collegio Avellino Benevento Salerno con il Partito Repubblicano Italiano. Antonio Pagano, il figlio di Guglielmo, accompagnò Giorgio in alcuni paesi del collegio; lo fece e rinsaldò un legame tra due famiglie e ovviamente lo fece anche per ideali e per continuare la “tradizione politica” del padre. In una 500, paese dopo paese, comizio dopo comizio. Alta Irpinia, beneventano, Salerno. Nell’ultima sera di campagna elettorale Antonio e la moglie Gianna omaggiarono Giorgio La Malfa con una torta “a forma di edera”. Antonio Pagano era un commerciante di caffè, lavorò in Brasile per diversi anni.

Una famiglia antica con idee moderne, una famiglia agiata di Atripalda con amicizie importanti. Quando morì Natalina – figlia di Guglielmo – il professore Raffaele La Sala scrisse alcune righe commoventi. In queste righe dedicate a Natalina c’è la storia di un’intera famiglia. «Conversatrice misurata, – ricorda il professore Raffaele La Sala – madre premurosa, memoria infallibile, una miniera di fatti e vicende che ricostruivano fitte fitte trame di relazioni affettive ed umane. Nel suo racconto si dipanavano ricordi familiari e bagliori di guerra, piccole e grandi storie quotidiane… l’avventura di Guglielmo Pagano, il padre, agiato ed elegante commerciante di vini; il potentissimo capo della polizia fascista Arturo Bocchini, il generale Umberto Nobile e la sua inseparabile cagnetta. E poi Dante Troisi, il giudice scrittore, e poi Silvestro Amore, il giovane ed affascinante ufficiale che aveva sposato la sorella, poi militante politico e giornalista di vaglia».

Guglielmo Pagano morì nel 1955. Partecipò ai suoi funerali anche una delegazione comunista capeggiata dal segretario della federazione di Avellino Ruggero Gallico. Eppure da qualche parte è nascosta una vecchissima fotografia. Non ricordo dove. In un vecchio scatolone sicuramente. La ricordo vagamente. Il bisnonno Guglielmo è a Venezia. Immancabile cappello grigio, cappotto nero. Piccioni a destra e a sinistra, sguardo nobile. Sembra un attore, un uomo del tempo andato. Volto pieno di mistero, occhi sinceri pieni di cose vista e di cose straordinarie. Ma sì. Da qualche parte deve stare queste fotografia: nel giardino della mia memoria, da qualche parte. E spesso vado a trovarlo al cimitero di Atripalda; sta in alto sopra la moglie. Vado a trovarlo e guardo la pietra tombale e medito medito. Che cos’era Atripalda allora, che cos’era quella casa allora. Atripalda e il Blocco Popolare e quella casa piena di ricordi. E sì, un po’ lo invidio, al bisnonno si capisce. Ha conosciuto Guido Dorso, Gennaro Maffeo. Umberto Nobile. Avrei voluto vederli. Tutti e tre e avrei voluto parlare con loro, anche per poco tempo. E poi avrei voluto parlare con lui con il capostipite di una famiglia atripaldese. Con lui per un’ora, per mezzora, anche per un quarto d’ora. Un semplice ciao come stai, i tuoi giorni sono pieni luce.

Ombre, luci, colori, Mare Adriatico, case mediterranee, donne bellissime. “Il Giardino d’Italia Le Puglie” di Cesare Malpica è un’opera incantevole, una piccola pietra preziosa, un racconto di viaggio. Pagine intense, storie, descrizioni minuziose, piccolo gioiello, desiderio d’Oriente. Un viaggio, un viaggio da Napoli alla Terra d’Otranto, la Puglia tutta, la Puglia magica, fiabesca. Itinerario da sogno, strade antiche, visioni celestiali. C’è anche l’Irpinia nelle poetiche pagine del libro: c’è Monteforte, Avellino, Pratola, Grottaminarda, Ariano. Racconto del viaggio da Napoli al tacco dello Stivale; paesi irpini, della Capitanata, della Terra di Bari. Letteratura di viaggio, brezza levantina, desiderio esotico. E poi le donne… tarantine incontrate nelle locande, in carrozza, a Canosa. Stupende, belle come il sole. E c’è anche la donna della montagna “al limitare di Monteforte”, in una “casuccia bassa”. Donna della montagna come divinità irpina. Incontro particolare tra il poeta e questa umile donna. Bellissima descrizione, poetica descrizione.

Cesare Malpica nacque a Capua il 2 aprile 1804. Fu giornalista, avvocato e poeta. Liberale, partecipò alla rivoluzione dei filadelfi nel 1828. Nel 1830 si trasferì a Napoli e collaborò con periodici come Poliorama Letterario; fu redattore unico del Giornale de’ giovanetti e del Giornale delle madri e dei fanciulli: si dedicò all’attività giornalistica e descrisse le sue impressioni durante i viaggi nelle provincie del Regno delle Due Sicilie. Nel 1848 si schierò a favore del costituzionalismo napoletano accanto a Pasquale Stanislao Mancini. Maplica morì a Napoli il 12 dicembre 1848.

Ho letto tutto di un fiato il Giardino d’Italia. Mi ha affascinato in modo particolare quella donna della montagna in quella casa nei pressi di Monteforte. Ho fantasticato abbastanza. Sì perché ho accostato questo frammento ad altre pagine di scrittori importantissimi, di scrittori di altre epoche. Storie diverse, stesso animo. «Al limitare di Monteforte – scrisse Cesare Malpica – v’è una casuccia bassa, lurida, dal tetto crollante, dalla soglia ingombra di fango. Un denso fumo esce fuor dalla porta, e ingombra e annerisce ogni di più le travi della soffitta e delle pareti. Dentro a manca della porta v’è un po di paglia ammonticchiata – questo canile è il letto – di fronte v’è una rozza tavola con sopra qualche vaso di creta – queste son le suppellettili – presso al canile v’è un cerchio formato con pietre; in mezzo arde un tronco di albero; e sopra, pendente da un uncino di ferro una piccola caldaja, in cui s’ode il gorgogliare dell’acqua che bolle – da un chiodo conficcato nel muro pende una lucerna di ferro, il di cui lucignolo acceso spande un chiarore come di lampada sepolcrale in mezzo alla spessa nube che s’addensa intorno – Su quella poca paglia dorme un fanciulletto metà nudo, metà ricoperto da un cencio di lana. Presso al fuoco seduta sovra uno sgabello di legno sta una donna intenta a gettar dal pugno ricolmo non so che roba nell’acqua. E canta costei – canta una canzone che è ad una volta amore, e preghiera, gioja e lamento, timore e speranza – e la canta con tale una voce soave, che tu scemi come tutti que’ sentimenti provati dall’anima, passan da questa sul labbro -. Oh le nostre damine non han quest’accento che emana dal fondo del cuore. I trilli e i passaggi ritraggon l’arte, ma non la verità – Ad ogni strofa si tace un po e mentre colla mano che tiene un rozzo ramajuolo rimescola ciò che è nella caldaja, coll’occhio guarda il fanciulletto, come per vedere se si desta. […] – e però io m’appresso senza cerimonie alla soglia della casa del povero – Solete levarvi ben per tempo o buona donna? Senza essere né meravigliata né impaurita dall’arrivo d’un uomo intabarrato fino agli occhi, con un berretto Greco posto un po di sghembo, essa si volge, e: mi levo ordinatamente a mezza notte risponde – Vi disponete ad uscire al lavoro? – Si, quando sarà tornato mio marito che travaglia alle Calcare – Vi sta in ogni notte? – Quasi in tutte durante questi mesi o Signore – E poi? – E poi mangiato che avrà questo po di polenta usciremo insieme, egli per tagliar legna, ed io per ajutarlo, e trasportarle – […] E questo che dorme è figlio vostro? – M’è nipote. La povera mia Sorella già vedova accomandommelo morendo dal dolore d’aver perduto l’uomo che la sosteneva. E noi lo teniamo a casa da quel dì […] – Voglio darvi qualche moneta perché compriate un po’ di merenda a vostro nipote – Oh per amore del Cielo astenetevene; mio marito mi sgriderebbe. – Sta bene; permettete almeno che io la ponga tra le vesti del fanciullo. – Vale lo stesso… deh Signore… Non v’è alcun male… […] Io mi allontano, e la donna ricomincia la sua canzone».

C’è tanta poesia. Luce fioca, fumo, paglia, lucerna, polenta. Una ragazza povera in una casa irpina. Maplica è attratto da lei, addirittura si avvicina alla soglia della casa. Lo fa “senza cerimonie” e dona qualche moneta al fanciullo. La Madonna e Gesù bambino in una povera dimora. Fanciullo sulla paglia e donna seduta sopra uno sgabello. Immagine sacra. Queste righe di Maplica mi fanno sognare. Né meravigliata né impaurita, donna della montagna come la vergine Maria e Cesare Malpica come l’arcangelo Gabriele. «Riconosci la Vergine dalla sua verecondia, – scrisse Sant’Ambrogio nel commento al vangelo di Luca II 7,8 – riconosci la vergine dalla sua risposta, riconoscila dal mistero che in lei si compie. […] Maria se ne stava tutta sola nelle sue stanze segrete dove nessun uomo poteva vederla, ma solo un angelo scoprirla: e mentre se ne stava da sola senza presenze indiscrete per non contaminarsi con chiacchiere grossolane, viene salutata dall’arcangelo».

Una donna povera che canta una canzone antica e un bambino. Forte è il fascino. La donna che canta e il bambino che dorme o piange (sulla paglia come Gesù o in una culla): due statuette del presepe. Accosto timidamente queste righe a quelle meravigliose di Mario Rigoni Stern dedicate alla ragazza russa e al bambino nell’ibsa; ragazza russa e il bambino nel bellissimo romanzo “Il sergente nella neve”. «Nel pomeriggio – scrive Rigoni Stern – c’erano nell’isba solo una ragazza e un neonato. La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolavano come barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza si sedeva lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola». Dall’Irpina alla Russia, dalla casuccia bassa all’ibsa. Epoche diverse. Cantano sempre le donne, cantano, lavorano e guardano i bambini. Tramontano le epoche ma splende sempre il solito sole.

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