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"Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno."
Paolo Borsellino

Ad una prima lettura, immediata e superficiale, le elezioni amministrative segnalano un netto spostamento “a sinistra” dell’elettorato e del quadro politico, ben sapendo che ogni situazione locale è sempre particolare e relativa alle dinamiche e agli umori presenti sul territorio. Ma al di là di alcuni motivi di “sorpresa” e “novità”, individuabili nel successo elettorale conseguito da alcuni movimenti di protesta, il dato più significativo si riferisce all’astensionismo, che in alcuni casi (ad esempio Napoli) rasenta ed oltrepassa la quota del 40%. Poiché le astensioni si registrano soprattutto nelle aree periferiche dove si concentrano sacche di povertà e di emarginazione sociale, questa percentuale indica che i proletari non si fidano più del sistema politico ufficiale, nella misura in cui le consultazioni elettorali sono recepite ormai come una liturgia inutile e stanca, un rito distante dalla drammatica realtà dei problemi quotidiani generati dalla crisi economica. In tal senso la politica è avvertita come estranea alle sofferenze e ai disagi delle masse lavoratrici, come un’appendice intrinseca allo sfruttamento di classe.

La grave depressione economica che ha investito il capitalismo, vanta comunque un merito: quello di evidenziare come non esistano differenze tra Berlusconi, Zapatero, Sarkozy, Merkel e gli altri, e che i vari governi, di centrodestra o centrosinistra, sono accomunati dalla volontà di scaricare i dolorosi effetti della crisi sui ceti popolari ad esclusivo vantaggio delle banche e delle grandi imprese economiche. In Italia, Berlusconi e Bersani, le loro coalizioni elettorali rappresentano due poli economici contrapposti, ma sono due facce della stessa medaglia. Col pretesto di combattere la “destra reazionaria” si cerca di mobilitare e radunare tutti i “sinceri democratici”, in qualità di “utili idioti”, e convincerli a recarsi alle urne per votare per una “sinistra” rinnegata.

Non ho difficoltà ad ammettere di far parte della “turba” di “pazzi sovversivi” convinti che non esistano divergenze sostanziali tra il PD e il PDL, entrambi idonei ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice, cioè funzionali ad una strategia neogolpista applicata in forme apparentemente indolori, i cui effetti sono brutalmente antioperai e antidemocratici, un elemento comune e condiviso dai due organismi politici adiacenti, che recitano il ruolo di finti ”antagonisti” della scena politica italiana. L’unica differenza facilmente riconoscibile è la ”L” presente nella sigla del partito di plastica (e di veline) del sultano di Arcore. Per il resto conviene stendere il classico velo pietoso.

Mentre tanti osservatori ed opinionisti stentano, o esitano, a cogliere la reale natura delle attuali vicende politiche, Pasolini precorreva i tempi con notevole anticipo, intuendo “profeticamente” che “il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”. Ebbene, il “nuovo fascismo” esiste già e si chiama Partito Democratico, un apparato sorto attraverso un’operazione di alchimia e di metamorfosi politica finalizzata alla conquista e alla conservazione del potere ad ogni costo, un esperimento trasformistico compiuto da una cricca affaristica abilmente camuffata sotto mentite spoglie “sinistre”, che svelano inquietanti risvolti autoritari ed antioperai. Il PD si presenta ormai come il più acerrimo e, nel contempo, morbido avversario degli interessi del proletariato italiano, in particolare dei precari, dei marginali e dei migranti. Esso è persino più militarista, guerrafondaio e filo-imperialista della banda di Berlusconi. Si pensi alle  forze egemoni nel PD, apertamente schierate a favore della cricca confindustriale e del capitalismo decotto e parassitario che fa capo a banche e finanza.

Per indurre la gente a rendersi conto della matrice autoritaria e poliziesca che ispira la linea del PD, suggerisco di riflettere sulle posizioni assunte da vari rappresentanti del partito sui temi cruciali della sicurezza urbana e dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e della guerra, nonché su questioni concernenti l’economia, i diritti e le tutele sindacali dei lavoratori (si pensi alle vertenze operaie della Fiat di Pomigliano d’Arco e ad altri casi emblematici), la convivenza democratica e via discorrendo. Si tratta di proposte indecenti che nemmeno la Lega di Borghezio si azzarderebbe mai ad appoggiare e che suscitano un notevole imbarazzo in numerosi elettori, simpatizzanti e militanti del PD.

Le parole “pace” e “democrazia”, pronunciate dalla bocca degli esponenti del Partito Democratico, suonano come una blasfemia. Mi chiedo come faccia la base del PD a votare per gente simile, ipocrita dalla testa ai piedi. Dalla guerra in Serbia, caldeggiata con forza da D’Alema, all’intervento in Libia sponsorizzato da Bersani, ormai il PD si distingue sempre più per essere una banda di macellai e criminali di guerra istituzionalizzati. E’ stupefacente osservare le metamorfosi e le acrobazie di chi, nella propria storia politica si ostina a professarsi “democratico” o “di sinistra”, tenti oggi di emulare le tecniche e le modalità demagogiche tipiche della propaganda berlusconiana.

Nel complesso l’opposizione è di fatto evanescente e inattendibile, così come viene esercitata da un personale politico sclerotizzato ed incancrenito che fa capo al “centro-sinistra”, che dichiara a parole di opporsi a Berlusconi riducendo tutto ad una questione meramente personale, e non politica. Altrimenti non si potrebbe giustificare un’ipotesi machiavellica, ossia una manovra interna al Palazzo, come quella di sostituire Berlusconi con Tremonti alla guida di un esecutivo “tecnico”, o Gianni Letta proposto a capo di un “governo istituzionale”. In sostanza, i limiti denunciati dall’opposizione consistono nel ridurre la lotta politica ad una serie di proclami esclusivamente verbali e di pura facciata, emanati dai burocrati del “centro-sinistra”, che si professano “anti-berlusconiani” e “di sinistra” solo a chiacchiere, ma di fatto sono complici del regime berlusconiano. A tale proposito, ricordo che i leader dell’opposizione anti-fascista che crearono il Comitato di Liberazione Nazionale, non immaginavano certo di eliminare Mussolini e salvare la dittatura, ma puntavano ad abbattere Mussolini e il fascismo.

Il nostro è un popolo che ha la memoria corta e non si rende conto che un partito che si proclama “democratico” nel nome e nello statuto, ma che non ha nulla da spartire con la democrazia (a parte la farsa delle primarie, proposte in base alle convenienze), segna di fatto il decesso della “democrazia” in Italia, se mai sia esistita. Una “democrazia” morta e sepolta definitivamente grazie anche al PD. Tale insinuazione rispetto al “fascismo” insito nel sistema di potere che fa capo al PD, un connubio di paternalismo, sciovinismo ed affarismo maldestramente mistificato, ha un proprio fondamento storico. 

Le critiche verso il PD derivano da un antico sospetto e un’antica diffidenza nutrita verso la storica vocazione opportunistica e traffichina degli apparati che sommandosi hanno fondato quel partito: la peggiore tradizione postcomunista e la peggiore tradizione democristiana. Le perplessità si spiegano in virtù del finto buonismo dietro cui si ripara un disegno antidemocratico ed antioperaio, che si intravede nelle soluzioni avallate dal PD in materia economica e sociale, in particolare sui temi del lavoro, della precarietà, della guerra, ecc. Si tratta di contenuti spacciati come “riformisti”. Eppure, consultando un dizionario della lingua italiana si legge che la voce “riformista” designa un atteggiamento teso a migliorare ed accrescere il livello e le condizioni di vita della gente. Invece, a furia di false riforme (in realtà, vere e proprie controriforme) varate negli anni, i lavoratori e la società italiana hanno assistito ad un continuo peggioramento della situazione economica e ad un crescente imbarbarimento etico, civile e culturale.

Dunque, il PD è l’espressione di un falso riformismo condotto alle estreme conseguenze, è la quintessenza di un nuovo modello di autoritarismo e sovversivismo delle classi dirigenti italiane, malcelato sotto mentite spoglie “democratiche”. Personalmente ho colto la natura ipocrita e mistificante del PD sin dal momento della sua fondazione, ma Pasolini, che era un geniale precursore che seppe intuire in anticipo molte realtà del nostro tempo, ha “profetizzato” l’inganno oltre 30 anni prima che nascesse un’entità politica come il PD. La macchina dello Stato, in ogni forma istituzionale si delinei, è l’involucro esteriore che preserva il capitalismo. In Italia, il PD è attualmente il principale protettore degli interessi del capitalismo, più esattamente è il referente italiano dell’imperialismo di Wall Street e delle multinazionali americane. Una prova inequivocabile è la linea cinica e interventista che il PD ha assunto sulla guerra in Libia.

Nel contempo, bisogna rimarcare la matrice autoritaria, mafiosa e sovversiva dell’agguerrita banda piduista insediata stabilmente al potere, che sta azzerando i residui dello stato di diritto e le garanzie costituzionali esistenti. L’insidia rappresentata dal berlusconismo, cioè dalle forze che governano l’Italia, oggi è più seria e concreta rispetto al passato, specie se si analizza l’intreccio di arrivismo, malaffare, xenofobia e populismo sfrenato che ormai distingue il blocco politico-sociale che fa capo ad Arcore.

E’ altresì evidente che non conviene cullarsi in facili e vuote illusioni, supponendo che il rischio del “nuovo fascismo” si possa scongiurare contribuendo a promuovere il fronte del “centro-sinistra”. Taluni personaggi che si proclamano “democratici” o “di sinistra”, pretendono di spacciare la favola del “male minore”, a cui non credono più neanche i bambini. Ma quale sarebbe il “male minore”? Il “male minore” è una soluzione puramente illusoria e consolatoria che equivale a stabilire quale sarebbe la “fregatura minore”. Sono anni che la sedicente “sinistra” si è ridotta a propagandare la tesi ingannevole e balorda secondo cui conviene scegliere il “male minore” e, puntualmente, ci ritroviamo al potere il male peggiore. In politica il “male” va respinto e combattuto in ogni forma e colore esso si configuri, con intransigenza, onestà e coerenza, senza cedere a compromessi nemmeno con chi si dichiari “amico” o “vicino” alle proprie posizioni.

Lucio Garofalo

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