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"La battaglia quotidiana contro chi attenta alla sicurezza dei cittadini e dello Stato si vince soltanto insieme, uniti a fare squadra, a fare rete, ciascuno secondo ruoli, responsabilita', capacita'."
Antonio Manganelli
Jorge dos Santos Filho, noto come Juary, è nato a São João de Meriti, Brasile, il 16 giugno 1959. Trova la sua piena maturità calcistica nel Santos (18 gol in 41 presenze) dove milita dal 1976 per poi trasferirsi nel 1979 alla titolata squadra messicana dell’Universidad de Guadalajara (5 gol su 25 presenze).
Intanto in Italia la controversa stagione 1979-80 ha lasciato più di un segno sul campionato di A: lo scandalo legato al calcio-scommesse porta all’assenza del blasonato Milan ma colpisce anche l’Avellino; ai nastri di partenza del campionato 1980-81 il club irpino si ritrova con una penalizzazione di 5 punti, insieme a Perugia e Bologna. Per affrontare la difficile stagione c’è bisogno di allestire una squadra in grado di superare al più presto l’handicap iniziale. E l’allenatore non deve essere da meno: viene scelto Luis de Menezes Vinicio. Per l’attacco, il tecnico brasiliano suggerisce subito l’acquisto di quel connazionale mingherlino e dal dribbling ubriacante che da tempo segue tramite Sergio Clerici.
L’attaccante è accolto con una punta di scetticismo dall’ambiente calcistico ed anche in casa biancoverde c’è qualche dubbio dovuto al fisico minuto del calciatore (64 kg per 168 cm. di altezza): “Vini’, io volevo n’attaccante e tu m’ha portato a chist’ ca’, secondo te chist’ è nò giocatore?” dice l’amministratore delegato Antonio Sibilia nell’incontro con il calciatore ed il mister. Fortunatamente c’è fiducia in Vinicio e Juary è “affidato” a Sabatino Nigro, proprietario del ristorante “Malaga” per farlo irrobustire come da indicazioni di Sibilia.

Nonostante la diffidenza, Juary è l’attaccante dalle caratteristiche ideali per una squadra come quella irpina in lotta per la salvezza. E probabilmente nessuno immagina che Juary diverrà non solo il beniamino della tifoseria irpina ma un’icona degli anni ‘80.
Il calciatore riscuote subito simpatie per il suo carattere estroverso e solare ma soprattutto per la caratteristica danza intorno alla bandierina del calcio d’angolo.

Juary: la caratteristica danza intorno alla bandierina del calcio d'angoloÈ una delle prime manifestazioni spontanee di esultanza-spettacolo dopo un gol (oggi sono dettate dai primi piani TV delle onnipresenti telecamere). Il suo modo folkloristico di esultare, portato dal Brasile, lo porta all’attenzione generale: un modo di festeggiare colorito ma gioioso e rispettoso di pubblico e avversari. Soprattutto i bambini (ma non solo) sono in attesa di quel gesto; non c’è soltanto l’emozione per il gol segnato ma anche la concentrazione per stare con gli occhi fissi su Juary che punta la bandierina per correrle intorno festeggiando la rete.
Un’esultanza talmente amata in Italia da meritarsi una citazione di Lino Banfi nel film Al bar dello sport.
Non solo gioie quell’anno per il piccolo brasiliano.
23 novembre 1980: non da molto si è conclusa la partita casalinga con l’Ascoli; l’Avellino ha superato i bianconeri per 4-2, Juary ha siglato il gol del 2-1. Alle 19:35 la provincia è scossa da un terremoto di magnitudo 6.9 Maw. E’ forte, colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia. Quasi 3000 morti, tantissimi feriti, macerie ovunque, senzatetto dappertutto, strade impraticabili: tutto questo non serve a fermare il campionato di calcio; nonostante le insistenti richieste del presidente Sara, lo spettacolo continua e l’Avellino è costretto a giocare a Napoli le partite casalinghe. Quella sera e nei giorni successivi Juary è testimone della tragedia e probabilmente è in questo momento che si crea con la città un legame incancellabile.

Con i biancoverdi in due stagioni colleziona 34 presenze con 13 reti; l’Avellino conquista altre due storiche salvezze.


Per la stagione 1982-83 Juary va all’Inter: deve essere girato al Cesena così da far ottenere ai nerazzurri l’austriaco Walter Schachner. La trattativa salta e a lui viene affidato il peso dell’attacco interista di Marchesi al fianco di Altobelli e di Pellegrini.

In una città diversa, sconosciuta e dalle differenti ed immediate aspettative qualcosa si inceppa.

Juary: con l'Inter solo delusioni

E’ solo questa la causa? Assolutamente no. Si pensi al film L’allenatore nel pallone: c’è una squadra lombarda (la Longobarda), un allenatore in balìa dell’ambiente e del presidente (Oronzo Canà il cui nome è ispirato a Oronzo Puglise, peraltro allenatore dell’Avellino 1974-75) ed un brasiliano portato in Italia su indicazioni del mister (Aristoteles, portato in Italia da Canà; a Juary era toccato due anni prima ad opera di Vinicio), che quando segna balla ma che isolato dal gruppo soffre di nostalgia. Manca qualcosa; manca il tentativo di combine. Campionato di calcio di serie A 1982-83. Il 27 marzo è in programma la venticinquesima giornata e fra le otto partite in cartellone c’è l’incontro di Marassi fra Genoa e Inter. A poche ore dalla gara, diversi quotidiani fotografano questa situazione in casa nerazzurra: i giocatori divisi in clan con screzi anche violenti fra loro, un allenatore senza il controllo della situazione, i tifosi inferociti con il presidente Fraizzoli per l’anonima stagione della squadra e un giovane giocatore brasiliano, Juary, finito sull’orlo della depressione, emarginato anche per il fatto di essere nero e beccato da una parte del pubblico interista al grido «Viva il Ku Klux Klan».
Alle porte c’è una partita importante: i rossoblu, allenati da Luigi Simoni e reduci da una sconfitta proprio ad Avellino, hanno un disperato bisogno di punti salvezza, mentre l’Inter, eliminata da Coppa Italia e Coppa delle Coppe ha disputato una stagione deludente e rischia di perdere il treno per le Coppe europee. Insomma, non volendo rischiare di farsi male, alle due squadre va benissimo anche un pareggio. Effettivamente la partita vede l’Inter andare due volte in vantaggio per poi farsi recuperare dal Genoa ed a cinque minuti dal termine il 2-2 può acconterare le due squadre; ma qualcosa non va: un giovane Salvatore Bagni realizza il goal del 3-2. A questo punto accade di tutto: due cronisti del quotidiano Il Giorno, Claudio Pea e Paolo Ziliani, che da un po’ indagano per conto proprio su alcune partite, vengono a conoscenza di una montagna di soldi persa dai calciatori dell’Inter a causa del risultato di quella partita. Intanto dagli spogliatoi giungono notizie di un putiferio: il direttore sportivo del Genoa, Giorgio Vitali, ha insultato i nerazzurri e si parla di una colluttazione avvenuta negli spogliatoi dell’Inter, dove avrebbero subìto conseguenze i giocatori Bini e Bagni, autori del secondo e terzo gol. Inoltre, rivendendo le immagini della partita si nota che nessuno degli interisti va ad abbracciare o festeggiare Bagni dopo la rete della vittoria.
Ai due giornalisti manca ancora un elemento per dare la spinta decisiva alla storia: la confessione di un calciatore che abbia assistito da vicino a quanto accaduto negli spogliatoi. Pea e Ziliani pensano a Juary, a quanto pare discriminato dal gruppo per via del colore della sua pelle. I due ottengono l’intervista che esce il 12 aprile dopo giorni di accesi dibattiti in TV con accuse da una parte e difese basate su «taciti accordi che ci possono stare!» dall’altra. Juary conferma di sentirsi emarginato e di essere stato testimone di una strana concitazione nel dopo gara: «a fine partita nello spogliatoio di Genova è successo un casino, un casino così grosso che a un certo punto ho preferito andarmene». Successivamente il giocatore ritratta in sede di interrogatorio le dichiarazioni rilasciate al quotidiano. Dalle indagini di Pea e Ziliani emergono comunque fatti sconcertanti, come ad esempio che da diverso tempo le partite dell’Inter garantiscono a qualcuno vincite sicure: addirittura scommettono gli stessi giocatori nerazzurri e perfino qualche dirigente. A Genova, però qualcosa è andato storto e tutto appare molto chiaro. Il 10 maggio vengono emessi i deferimenti della giustizia sportiva: Iachini (illecito per aver compiuto atti diretti ad alterare lo svolgimento della partita); Vitali (omissione di denuncia agli organi federali); Juary (per aver ritrattato in sede di interrogatorio le dichiarazioni rilasciate al quotidiano Il Giorno); Genoa e Inter (responsabilità oggettiva verso i loro tesserati).
Il calcio italiano non può però permettersi un altro scandalo dopo i fattacci della stagione 1979-80 e nell’anno del titolo mondiale conquistato dalla Nazionale; il 2 giugno prende finalmente il via il processo sportivo ma il dibattimento si svolge incredibilmente a porte chiuse, senza la presenza di stampa e pubblico: il giorno dopo arrivano già le sentenze. Il processo è finito: Genoa e Inter assolte per “insufficienza di prove”.
Il processo sportivo si è definitivamente chiuso ma rimane in piedi l’inchiesta della magistratura ordinaria sul Totonero che, nonostante successivi sviluppi, rallenta fino a raggiungere lo stallo. E’ chiusa solo nel 1989 con la definitiva archiviazione.

Detto ciò, è normale che il brasiliano non riesca ad ambientarsi e se ne va, dopo 21 presenze e 2 reti. Viene ceduto l’anno successivo all’Ascoli ma anche la permanenza nelle Marche dura solo un campionato (27 gare e 5 gol). Nel 1984-85 altro trasferimento, alla Cremonese (19 presenze e 2 reti), ma il livello non è quello mostrato ad Avellino, probabilmente anche a causa di problemi fisici che lo accompagnano per due stagioni.
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A questo punto si rivela decisiva la scelta di cambiare ambiente accettando le offerte del Porto. In Portogallo Juary torna al suo rendimento ottimale vincendo subito uno scudetto ma la rivincita non è ancora terminata. L’anno successivo, il 27 maggio 1987 a Vienna, nella finale di Coppa dei Campioni tra Porto e Bayern Monaco, è l’uomo decisivo; la sua squadra sta perdendo 1-0, lui entra all’inizio della ripresa e ribalta la partita che cambia in tre minuti a partire dal 77′. E’ protagonista nell’azione che porta al gol di tacco dell’algerino Rabah Madjer ed è proprio lui al 79′ a realizzare il gol decisivo della vittoria. E’ l’uomo-simbolo di quel Porto campione d’Europa (colleziona 11 gol in 40 presenze).
Al termine dell’esperienza portoghese il ritorno in Brasile (con Portoguesa, Santos, Moto Club e Vitória-ES) per concludere l’attività agonistica. Il suo è un palmares di tutto rispetto: 2 campionati portoghesi, 1 coppa del Portogallo, 1 Coppa dei Campioni, 1 Supercoppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale.
Juary inizia l’attività di allenatore nelle divisioni inferiori lavorando a San Paolo, al Projeto Futebol Comunitário, finalizzato a sottrarre i bambini dalla violenza e dalla strada. Dal 2007 in poi allena le giovanili del Napoli, la primavera dell’FC Porto, il settore giovanile dell’ASD Montoro, il Banzi nell’eccellenza lucana, il settore giovanile dell’Aversa Normanna. Attualmente è allenatore della prima squadra dell’Aversa Normanna che milita in C2 nel girone “C” al fianco di Antonio Foglia Manzillo.

Juarì girava intorno alla bandierina e con lui le emozioni di una provincia. Certo il calcio da queste parti ha sempre avuto un’importanza a tratti esasperante ma è pur vero che il terremoto, con la sua distruzione ed i suoi lutti fu superato dalla popolazione anche grazie alla gioia che donava il calcio ed al corredo di simpatia e visibilità guadagnata in Italia grazie a questo sport. Ed una buona fetta di quella immagine offerta alla nazione era di certo dovuta ai gesti tecnici (e non) di Jorge dos Santos Filho, Juary.

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Daniele G

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