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"Nulla e' piu' terribile dell'ignoranza attiva."
Johann Wolfgang Goethe

Il PDIUM rappresentò la destra innovativa, pragmatica e moderna. Fu un partito aperto agli elettori “senza fissa dimora”; fu aperto agli elettori anticomunisti delusi dalla politica della Democrazia Cristiana. I parlamentari monarchici difesero, nei loro interventi, i valori dello spirito, della morale, della persona, della libertà. In questi ultimi anni ho approfondito lo studio sui movimenti monarchici del dopoguerra; ho consultato gli annuari politici, ho letto alcuni libri interessanti, ho analizzato i discorsi parlamentari dei protagonisti. Dunque, il Partito Democratico di Unità Monarchica fu una grande “officina” intellettuale: dal 1962 al 1964 svolse il ruolo di avanguardia. In quel periodo il partito si schierò apertamente contro il centro sinistra e cercò un dialogo con le forze conservatrici (MSI e PLI) al fine di far nascere un forte movimento di destra democratica. Il primo congresso del PDIUM si svolse nel mese di marzo del 1961; in quel congresso fu confermata la linea già espressa dal comitato centrale del Partito Democratico Italiano. Il PDIUM, insomma, si collocò all’opposizione del governo delle convergenze parallele e rafforzò la collaborazione con il Movimento Sociale Italiano. Cercò un accordo programmatico per unire le destre sotto un unico simbolo. Il progetto politico del PDIUM fu intrigante; è possibile riassumere le linee guida: esiste già una grande destra. Questa “grande destra” non è unita ed è disgregata. Pertanto, noi monarchici, uniremo la destra e garantiremo la libertà. In fin dei conti i monarchici e i missini si schierarono apertamente contro l’apertura a sinistra; i due partiti criticarono la formula, i modi ei tempi del processo di formazione del governo guidato da Amintore Fanfani; criticarono, ovviamente, anche i modi e i tempi del processo di formazione del governo Moro.

«Bisogna nuovamente andare a votare – disse l’onorevole Casalinuovo l’8 marzo del ’62 alla Camera -, le elezioni potrebbero ancora giustificare il nuovo indirizzo politico. L’attuale indirizzo politico, infatti, non rispetta più e non interpreta il significato essenziale del voto espresso dal popolo italiano il 25 maggio 1958 […]. Gli elettori hanno espresso una decisa volontà antimarxista e hanno richiesto ferme garanzie atlantiche. Il centro sinistra segnerebbe la rinuncia, la trasformazione, la menomazione dello stato di diritto». Orbene, per l’onorevole Casalinuovo la Democrazia Cristiana avrebbe tradito la fiducia degli elettori anticomunisti. Il deputato esaltò la dicotomia covelliana Stato di diritto – stato socialista ed elogiò la democrazia, i valori della libertà e le garanzie atlantiche.

Alfredo Covelli, in sede di dichiarazione di voto il 10 marzo, affermò. «Voi attuerete le regioni, onorevoli signori del Governo: e consegnerete alla direzione comunista o social comunista, o comunque all’arbitrato del partito socialista, le regioni più progredite del nostro paese. Voi nazionalizzerete le fonti di energia: e creerete un nuovo colossale ente statale, che allargherà a dismisura il potere economico dello Stato secondo la precettistica marxista. Voi realizzerete l’abolizione della mezzadria: e avvierete alla distruzione tutto un ampio settore delle proprietà terriera, favorendo così le tappe dell’evoluzione marxista». Emerge una proposta politica ben chiara. Il PDIUM fu un movimento patriottico e risorgimentale e pertanto lottò contrò l’attuazione delle regioni. Il regionalismo rappresentò un vero spauracchio; in fin dei conti il regionalismo avrebbe minato le basi dello stato unitario nato dal Risorgimento. Il partito si dotò anche di una ricetta economica ben chiara. I parlamentari monarchici avrebbero voluto uno stato snello e quasi liberista. Il motto è il seguente: meno stato, più iniziativa privata; si annidano in maniera intriganti alcuni sedimenti di paleo thatcherismo. Certo, Covelli definì il suo partito “moderato e sociale”; il PDIUM cercò di svolgere la funzione di cerniera tra il MSI dirigista e il PLI liberista; ciò nonostante guardò con simpatia ai liberali. «Noi abbiamo una matrice sola». Così disse il segretario. Ebbene il partito si mantenne sulle coordinate della tradizione risorgimentale liberale e democratica.  Si schierò apertamente contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Per di più contrastò con veemenza la riforma agraria, difese il latifondo e contestò l’abolizione della mezzadria. Probabilmente i monarchici s’ispirarono all’esperienza politica del vecchio Partito Agrario degli anni ’20 del principe Pietro Lanza di Scalea; il Partito Agrario fu il partito di riferimento dei conservatori e dei proprietari terrieri: confluì nel Listone fascista nel 1924.

Il PDIUM appoggiò pienamente la battaglia parlamentare congiunta del MSI e del PLI per contrastare l’istituzione della regione a statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Nondimeno l’impegno dei monarchici fu minore rispetto alle altre forze di centrodestra. Gli interventi dei deputati di Stella e Corona in merito al Friuli Venezia Giulia furono soltanto 11; gli interventi dei missini, invece, furono 159 e quelle dei liberali furono 43. Ancora, i monarchici votarono contro il nuovo ordinamento scolastico e lottarono contro la “democratizzazione della scuola”.

Il 20 marzo del ’62 la direzione del partito decise di assumere un’iniziativa d’area con l’intento di «accertare quali intese fossero possibili tra i partiti della destra politica nazionale, dal PLI al MSI, non esclusi altri gruppi». Pertanto fu costituita una commissione composta dagli onorevoli Caroleo, Casalinuovo, Patrissi, Prezioni e dal sen. Fiorentino. Il senatore Fiorentino inviò una missiva al segretario del PLI (Malagodi) e a quello del MSI (Michelini). Il Movimento Sociale si dichiarò favorevolissimo all’iniziativa mentre il Partito Liberale respinse l’invito. Nello stesso tempo fu inviata una lettera anche al leader del Movimento Monarchico Italiano Cremisini; quest’ultimo fu eletto in parlamento con il Partito Monarchico Popolare di Lauro e in seguito alla riunificazione e alla nascita del PDI fondò il Movimento Monarchico Italiano. Sul simbolo apparve il profilo dell’Italia e una corona. Il MMI, ovviamente, rispose picche ma si mostrò disponibile a un’intesa elettorale tra le formazioni monarchiche; furono avviate alcune trattative per la presentazione di una lista unitaria (PDIUM –MMI) alle elezioni comunali di Roma però la proposta si arenò all’ultimo momento.

In sostanza, soltanto il MSI si mostrò favorevole a un accordo. Il 28 marzo la commissione incaricata dal partito incontrò la rappresentanza del MSI composta dal senatore arianese Franza e dall’onorevole Roberti.  E Covelli il 3 aprile elogiò la fiamma nel corso della conferenza stampa radio televisiva. «Il Movimento Sociale – disse – è una sana forza nazionale capace di schierarsi in questo momento nel Paese con quelli che vogliono difendere la libertà e lo stato di diritto contro lo stato socialista». La linea covelliana fu confermata ufficialmente dal consiglio nazionale del PDIUM. L’intesa MSI – PDIUM divenne operante in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica: i missini e i monarchici appoggiarono la candidatura di Segni e contribuirono in maniera determinate alla sua elezione. Alle elezioni amministrative del 10 giugno, a Bari e a Foggia, fu presentata una colazione monarchica missina con il doppio simbolo. Il PDIUM condusse una campagna elettorale “battagliera” e ricalcò lo stile del MSI. Il 9 giugno Gaetano Fiorentino scrisse un editoriale sul Roma dal titolo pungente “O Roma o Mosca”. S’ispirò al motto celebre del duce e decalcò il modello dell’intellettuale napoletano Francesco Coppola. L’intellettuale scrisse negli anni ’30 il libro Fascismo e Bolscevismo. Da una parte la civiltà e dall’altra la barbarie: è questa, in linea di massima, la sua intuizione. Ebbene Gaetano Fiorentino si collocò nel solco del pensiero di Coppola. Avrebbe potuto titolare il suo editoriale “New York o Mosca” eppure non l’ha fatto. Preme sottolineare un aspetto. Il PDIUM giocò di sponda. Fu un partito moderato ed estremista. Piacque proprio per siffatto motivo: sembra che sia legato a una destra “elastica”. Con grande nonchalance ha abbracciato le posizioni della destra radicale; con la stessa nonchalance ha premuto verso il centro per sottrarre i voti alla DC.

Per quanto concerne il discorso legato alle elezioni amministrative del ‘62 preme rilevare una cosa. I monarchi delusero ampiamente le aspettative. Si registrò un’ennesima flessione: il partito di Stella e Corona raggranellò a mala pena 215.359 voti. Commentò la disfatta sul Roma il direttore Alberto Giovannini. Titolò il suo editoriale “Comunella clerico marxista”. «L’apertura a sinistra postulata da Moro e Da Fanfani – disse – è stata avallata dalla consultazione elettorale». Il giornalista trasse alcune conclusioni amare. Egli in sintesi disse: è inutile cercare un appoggio della Chiesa; purtroppo la Chiesa non ci appoggerà mai. «In definitiva – concluse – le accuse di conservatorismo e magari di reazionarismo sono piovute sulla destra politica proprio a causa di determinati atteggiamenti – ad esempio la censura teatrale e cinematografica, la tutela della pubblica morale, la difesa delle prerogative ecclesiastiche e dello stesso Concordato – suggeriti dal dovere di tutelare, nella vita italiana, taluni principi fondamentali della morale cattolica, combattuti dal laicismo. Dobbiamo riportare la destra politica su posizioni veramente risorgimentali, decisamente laiciste e, perciò stesso, pre concordatarie». Credo che l’editoriale di Giovannini sia ancora attualissimo. E la Lega Nord ha un atteggiamento notevolmente non confessionale; perfino il Front National ha abbracciato le posizioni del laicismo “non sfrenato”. Sicuro è un tema caldo. La recente dichiarazione di monsignor Galantino, in merito all’assoluzione di Berlusconi per la vicenda Ruby, ha creato un’ennesima “rottura” tra la Chiesa e la destra politica.

L’onorevole Cuttitta presentò, addirittura, alla Camera una proposta di legge per il ripristino delle case chiuse. Ultimamente il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha proposto la riapertura delle case chiuse; insomma, l’idea di Cuttitta è ancora attuale. Ma la maggior parte delle proposte dei politici monarchici sono attualissime. Ad esempio l’idea del governo tecnico non è nuova. Il senatore Fiorentino pubblicò un editoriale frizzante sul Roma al fine di sollecitare la costituzione di un «governo concreto, un governo orientato da tecnici imparziali, un governo serio che sia aperto alle riforme necessarie, ma accantoni senza esitare quelle inutili, costose e controproducenti». La DC guarda a sinistra? Allora c’è bisogno di un “commissariamento” per salvare la nazione. Gli sprechi sono notevoli? Ci penseranno i politici ragionieri, apolitici e incorruttibili.  Forse l’onorevole Fiorentino avrebbe salutato con garbato entusiasmo la nascita del governo tecnico guidato dall’economista Monti. Dunque le proposte furono davvero tante: l’onorevole irpino Olindo Preziosi annunciò il voto contro la tutela giuridica dell’avviamento commerciale.

Ma il partito di Stella e Corona continuò a perdere voti. Alfredo Covelli cercò di mantenere unito il partito e a Bari, nel corso di un’assemblea dei quadri direttivi della Puglia, elogiò i fedelissimi attivisti. I fedelissimi avrebbero dovuto «resistere sulla strada della coerenza e dell’onore». Achille Lauro si mostrò ancora più pragmatico ed esternò il suo pensiero a Napoli in occasione del rinnovo della federazione provinciale. «Lo spostamento a sinistra della DC – affermò – ha creato al centro dello schieramento un vuoto che noi intendiamo colmare con la nostra presenza attiva, con i nostri ideali incontaminati, con la nostra azione coerente e lungimirante, aperta a ogni evoluzione e a ogni progresso». Sicuro, il PDIUM restò alla finestra, fu vigile e non si chiuse a riccio. Lauro guardò al centro. Il suo PDIUM avrebbe dovuto occupare, quindi, il posto della DC scivolata clamorosamente a sinistra; insomma, Lauro avrebbe voluto fondare una “nuova DC” moderata e conservatrice. Eppure il progetto si arenò. «I monarchici – scrive Orazio Maria Petracca sull’annuario politico italiano del 1965 – tornavano ancora una volta a proporre quella politica di larga alleanza tra tutte le forze della destra di cui da quasi un decennio sono strenui fautori. Ne suggeriva evidentemente il rilancio anche la convinzione che la dichiarata qualificazione legittimistica ora meno che mai giovasse al partito (che del resto aveva tentato di liberarsene già all’atto della sua costituzione, quando i due tronconi in cui si era scisso nel 1954 il PNM si riunificarono nel Partito Democratico Italiano, divenuto poi l’attuale PDIUM sono dopo il congresso di marzo del 1961)».

«Il problema di fondo – disse Covelli a Tribuna elettorale – è quello di battere il comunismo nella democrazia cristiana. Il PDIUM […] si batte per un piano orientato alla restaurazione della libertà economica, per una riorganizzazione della scuola per tutti i cittadini, nelle sempre viventi nostre tradizioni umanistiche, per una autorità dello Stato salda e sicura e perciò un dignitoso trattamento a tutti coloro che lo servono e lo difendono nella pubblica amministrazione e nelle forze di polizia». Il partito in quegli anni lavorò alacremente per la genesi di un soggetto politico moderno e unitario; eppure l’azione di Covelli, di Lauro e degli altri non fu premiata. E alle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia il PDIUM si presentò senza collegamenti con altri partiti. Forse i monarchi affrontarono male la competizione: esaltarono l’unità nazionale e criticarono il regionalismo in una regione di confine. Non fu certo una mossa azzeccata; nondimeno fu una scelta coraggiosa e coerente. Covelli tenne un comizio vibrante a Tolmezzo. «Con la regione a statuto speciale – affermò – si è aperta al nemico, al più pericoloso dei nostri nemici, la più gelosa e la più dolente delle nostre frontiere, consumando così il più iniquo delitto verso la patria». Il partito di Stella e Corona si presentò soltanto nelle provincie di Udine e Gorizia. Fu una campagna elettorale avara di soddisfazione; il partito raggranellò soltanto 3.659 voti. Covelli non drammatizzò e riconobbe la sconfitta. «Resteranno scarsissime possibilità di salvare l’Italia dalla mortale stretta economica, sociale e morale in cui il centrosinistra l’ha cacciata – dichiarò – se l’elettorato italiano continuerà ad esprimere la sua opposizione in termini infecondi e negativi, con manifestazioni verbali pubbliche e private e anche con atti concreti individuali di sfiducia economica, che, lungi dal colpire il governo e il regime, danneggiano certamente le strutture stesse del Paese […]. In poco più di due anni, la DC, sempre meno forte sotto le spinte demagogiche del PSI e del PCI, è riuscita a capovolgere, a distruggere il miracolo economico, a mutare le prospettive di prosperità in disordine». Il leader monarchico non si rassegnò e criticò apertamente la Democrazia Cristiana. Continuò a contrastare il centro sinistra e invocò l’avvento di un governo «serio, responsabile, forte». Praticamente continuò a battagliare e supportò l’idea del partito unico della destra.

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Romeo Castiglione

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