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"E' pericoloso reprimere nei giovani l'orgoglioso entusiasmo"
Fedor Dostoevskij

Trent’anni fa si spense Alfredo De Marsico. Trent’anni fa salutò la Terra un uomo legato indissolubilmente alla città di Avellino. Egli fu un grande protagonista del Novecento, un giurista di alto livello, un politico sobrio e battagliero. È tuttora considerato alla stregua di un “maestro”, di un “gemello di Minerva”; Enrico De Nicola lo definì “penalista emulo di Demostene”. Nacque a Sala Consilina il 29 maggio 1888. Arrivò in Irpinia in giovanissima età: frequentò diligentemente il Liceo Classico Pietro Colletta di Avellino. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza Federico II di Napoli, si laureò nel 1909 e divenne un avvocato di fama nazionale. Nello stesso anno, precisamente il 5 dicembre, esordì proprio avanti la Corte di Assise di Avellino; sostituì l’avvocato Domenico Sandulli in un processo. Parlò a braccio per ben tre ore: fu un arringa lunga e appassionata. Sempre nel 1909 pubblicò in città il primo saggio su San Francesco D’Assisi. Fu procuratore dal 1911 al 1917. Divenne successivamente professore ordinario presso le Università di Camerino, Cagliari, Bari, Bologna, Napoli e Roma. «De Marsico – scrive Luigi Labruna – è colui che più sintetizza la tradizione dei grandi giuristi del Mezzogiorno e la novità dell’ordinamento centrale, affermatosi con l’Unità d’Italia». E Sandro Setta nella Scheda del “Dizionario Biografico degli italiani” dice in riguardo del politico e giurista campano: «Istintivamente portato all’oratoria, pronunziò il suo primo discorso a 17 anni, per l’inaugurazione ad Avellino di un monumento a F. De Sanctis (1905)».

Il penalista di Sala Consilina si avvicinò alla politica in punta di piedi. Ancora adesso è un esempio. Si distinse per la pacatezza, per la ottima arte oratoria, per l’acume, per lo stile elegante. Nel corso della prima guerra mondiale tenne alcune conferenze dedicate a Cavour, Garibaldi; simpatizzò in quel periodo per Salandra e per D’Annunzio. Fondò ad Avellino un circolo di destra liberale. Fu attirato dal mito del duce: inquadrò Mussolini come un restauratore dell’Ordine. Fu eletto deputato per la prima volta alla Camera dei deputati con il Listone Fascista nel 1924. «Nelle elezioni del febbraio precedente – scrive Andrea Massaro su Giornaleirpinia – il “listone” ebbe un notevole successo eleggendo al Comune personaggi di primo piano della città come l’on. Alfredo De Marsico e altri intellettuali». Rimase in parlamento per ben cinque legislature: infatti, fu rieletto alla Camera nel 1929 e nel 1934. Nel 1939 divenne consigliere della Camera dei Fasci e della Corporazioni; fece parte della commissione parlamentare per la riforma dei codici e collaborò alla stesura del Codice Rocco. Il 6 febbraio 1943 divenne Ministro di Grazia e Giustizia; subentrò a Dino Grandi. Il duce concesse al politico campano l’appellativo di “fascista liberale”. «Alfredo De Marsico – scrive Emma Moriconi sul giornale d’Italia – è indubbiamente un personaggio di tutto rispetto del regime, sebbene sia uno dei firmatari dell’Ordine del Giorno Grandi che destituisce Mussolini, ne sia anzi uno dei promotori e certamente colui che ne fa un documento accettabile – sotto il profilo giuridico – anche dagli altri 18 firmatari. Anzi, 17, considerando che Tullio Cianetti ritira la sua adesione dopo solo poche ore». De Marsico così motivò il suo voto a favore dell’Ordine del giorno Grandi: «Se inizialmente il fascismo era un movimento rivoluzionario diretto al ripristino delle forze conservatrici in grado di ripristinare l’equilibrio politico e la dignità del Paese, la frattura con il popolo italiano e col re era oramai insanabile». Egli riconobbe una frattura tra il fascismo e il popolo, tra il Partito e la Nazione. Praticamente per De Marsico il Fascismo fallì la sua missione. Da un lato il fascismo; dall’altro il popolo con il suo re. È questo, in linea di massima, il suo pensiero. «Se la situazione fosse stata insostenibile, – disse De Marsico – poiché i popoli non hanno diritto di suicidarsi, sarebbe stato doveroso… scegliere una via onorevole per non immolarsi al sacrificio».

In seguito alla caduta del Fascismo e alla nascita della Repubblica continuò a fare politica. Si iscrisse con fede nel Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli. A causa dei suoi trascorsi fascisti rimase lontano dall’insegnamento per ben sette anni e per un quadriennio non praticò l’attività forense. Fu riammesso negli ambienti accademici soltanto nel 1950 grazie anche all’appoggio di Mario Berlinguer, padre del segretario del PCI Enrico. Tornò in Parlamento nel 1953, nell’anno d’oro del PNM. Fu eletto in senato. Nell’anno successivo abbandonò Covelli e seguì Achille Lauro nel Partito Monarchico Popolare. Lasciò così il gruppo del PNM ed entrò nel gruppo misto; nondimeno rimase in parlamento soltanto per una legislatura. Si ricandidò nel 1958 ma non fu rieletto. Continuò a sostenere le idee conservatrici e tenne alcune interessantissime conferenze su Trieste italiana, sulla Regina Elena e sul centenario dell’Unità d’Italia nel 1961. Nell’ambiente politico è ricordato anche come il “monarchico liberale”. Fu un fervente sostenitore della dinastia Sabauda, nonché un conservatore d’altri tempi. Esaltò sempre il Risorgimento e l’Unità della Nazione, pertanto sorresse sempre Casa Savoia. Egli sembra che sia sospeso a metà strada tra Cavour e Francesco Crispi. Forse si infatuò del famoso motto di Crispi: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Fu un punto di riferimento per i monarchici e per la destra moderata. Non è un caso che il politico campano sia stato stimato anche da alcuni membri del Partito Liberale Italiano e dai missini. Se la destra italiana fosse uscita dal ghetto negli anni ‘50, De Marsico l’avrebbe rappresentata degnamente nei governi. Egli sarebbe stato sicuramente un leader riconosciuto da tutti. Sarebbe stato un nome spendibile. Si annida nei suoi scritti l’ammirazione verso il Fascismo e Mussolini. Criticò la massa, i falsi miti; elogiò la Tradizione ed espresse la sua preoccupazione per il tramonto dell’occidente. Nelle vibranti pagine c’è un pizzico di Spengler, de Bonald, Burke.

Fu, anche, presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli fino al 1980. Fu nominato cittadino onorario di Avellino negli anni ’60 e presidente onorario del Foro di Avellino, Santa Maria Capua Vetere e Sala Consilina. Grazie alla sua fede monarchica fu nominato cavaliere di Gran Croce dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu insignito di una medaglia d’oro dall’Ordine degli avvocati di Lucerna. Lavorò fino all’età di 92. Nel suo ultimo processo difese Angelo Izzo, imputato per la strage del Circeo del 1975. Morì l’8 agosto 1985. Nei giorni successivi alla sua morte fu posto un suo busto a Castel Capuano: il presidente dell’ordine degli avvocati, Renato Orefice, tenne un commovente discorso funebre. Un busto di De Marsico fu collocato anche nella sala del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Sono stati scritti in suo onore diversi libri biografici e non. Molto interessante è il volume di Vittorio Valentino intitolato “Alfredo De Marsico, giurista, avvocato, oratore, gloria della scuola forense napoletana”. Non meno importante è il volume di Giuseppe D’Amico “Alfredo De Marsico: il mago della parola”. Nel 2006 si è tenuto a Napoli un convengo in onore del politico e giurista campano; gli atti del convengo sono raccolti all’interno di un volume curato da Carla Masi Doria e Massimo di Lauro.

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Romeo Castiglione

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