Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Opinione Irpina .citizen journalism and blog Powered By GSpeech
Login
"Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno."
Paolo Borsellino

L’opera del De Sanctis come esperimento di rottura

In un mercatino dei libri, mattina di primavera, dieci anni fa. Rovisto, cerco qualcosa d’interessante, copertine ingiallite, pagine dimenticate, volumi vecchissimi, volumi recenti. Prendo questo e quest’altro e quest’altro libro e continuo e rovisto e non ho voglia di andare via e cerco ancora e romanzi e saggi e questo no e cerco ancora e pesco Un Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis a cura di Attilio Marinari – Guida Editori. Lo prendo. Certo. Lo prendo. Altro che. Sfoglio il volume e pagine e pagine e che bella introduzione. E, nel mercatino dei libri, mi perdo nel mare dei ricordi. Allora prendo il Viaggio e lo leggo subito: inizio stasera e vediamo un po’ e cose del genere.

Sono passati dieci anni da quella mattina di primavera e tante cose sono cambiate. Conservo con cura quell’edizione del Viaggio e spesso rileggo con piacere l’introduzione del professor Attilio Marinari. La sua introduzione brillante mi ha aperto la mente e mi ha fatto conoscere un De Sanctis per me nuovo. Cercate questa edizione del 1983 e leggete l’introduzione del professore: è davvero interessante. Il 10 luglio è caduto 93° anniversario della nascita del professor Marinari. È doveroso ricordarlo per tanti motivi: fu uno degli italianisti più importanti del Sud nonché uno studioso di Francesco De Sanctis.

Il professore Attilio Marinari nacque a Montella il 10 luglio 1923. Studiò a Montella, Sant’Angelo dei Lombardi. S’iscrisse al Liceo Pietro Colletta di Avellino; il periodo avellinese fu per Marinari molto importante: conobbe Guido Dorso e un giovanissimo Fiorentino Sullo. Frequentò la biblioteca di casa Maccanico e lesse le opere di Croce, Sturzo, Nitti, Salvemini, Gobetti, Omodeo. In quel periodo il professore originario di Montella iniziò a interessarsi ai problemi di ordine politico e sociale. Nel 1942 s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’università di Napoli Federico II; il 17 luglio 1947 discusse la tesi su Sallustio nella storiografia di Tacito davanti al noto latinista Francesco Arnaldi. In seguito insegnò alla scuola media di Montella e nei licei di Desenzano sul Garda e Avellino. Divenne preside dell’istituto magistrale di Lacedonia del 1961 e nel 1971 arrivò al Colletta di Avellino, in qualità di preside. Marinari concluse l’attività di preside al Liceo Terenzio Mamiami di Roma. Trascorse a Roma ben diciassette anni: furono anni intensi, anni contraddistinti dalla contestazione giovanile, dal ’68, dalla voglia di cambiamento, dalla voglia di uscire dal grigiore e dalla monotonia. Il professor Marinari pubblicò la monografia di Gabriele D’Annunzio (D’Annunzio e la poesia moderna Tip. Pergola 1963), la monografia di Emilio Praga (Emilio Praga, poeta di una “crisi”, Guida 1969) e altri volumi molto interessanti. Scrisse una bellissima introduzione al Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis e curò nel 1983 l’edizione del Viaggio Elettorale – Guida Editore Archivio del Romanzo. Morì a Roma nel 2000. Nell’estate 2014 il figlio Enzo, ordinario di Fisica all’Università La sapienza, donò alla Biblioteca Centrale dell’Università di Salerno il fondo librario del professor Attilio Marinari e della moglie Dora Tomasone. Il fondo è collocato per lo più in armadi al secondo piano della Biblioteca; molto importanze è senza ombra di dubbio il settore italianistico (pieno di volumi di saggistica novecentesca), ci sono anche volumi del filone antico, storico, artistico e filosofico, antiquariato.

Attilio Marinari divenne amico di Dante Della Terza. E Della Terza ricordò il professor Marinari nello scritto dedicato ad Antonio Maccanico (Antonio Maccanico: le trame di un incontro memorabile). «Mi tornano in mente – scrisse Della Terza – le vicende lontane che mi coinvolsero e che coinvolsero con me la scuola che frequentavo: un Ginnasio “isolato”, arroccato in un ameno paese dell’Alta Irpinia: Sant’Angelo dei Lombardi. […] C’era Attilio Marinari che era stato indirizzato in prima istanza dal padre, esigente nel delineare la carriera dei figli, verso l’impegno religioso: Attilio era stato destinato ad un futuro da frate cappuccino. Affranto però dalle scelte culinarie dei Cappuccini, affidate a vettovaglie da lui disaminate (paste e ceci in modo prevalente), dandosi alla fuga, se ne era tornato a casa nella nativa Montella e, superato ogni dissapore del padre, si era iscritto al Ginnasio più vicino al suo paese. Aveva subito dato agio al proprio talento, destinato, nel corso degli anni, a trovare recettiva comprensione nel prestigioso scrittore avellinese – Carlo Muscetta – che, a nome degli editori Laterza ed Einaudi, affiderà a lui l’edizione degli scritti di Francesco De Sanctis».

In questo spazio mi soffermerò soltanto sull’ introduzione al Viaggio Elettorale di De Sanctis scritta da Attilio Marinari (in modo particolare sulla Genesi letterario del Viaggio e sulla Realtà e Letteratura del Viaggio). Perché è davvero interessante. Marinari ha definito il Viaggio come «esperimento di rottura» nei confronti di una certa tradizione. E sono rimasto affascinato da questa definizione e ho iniziato a venerare il Viaggio di De Sanctis e ho iniziato a stimare il professore Marinari. Viaggio come esperimento di rottura.

«La genesi lirica di molta parte del Viaggio – scrisse il professore Attilio Marinari nell’introduzione al Viaggio elettorale – è, ad esempio, documentata sia nella lettera a Virginia, sia nella dedica ai nuovi e vecchi elettori che il De Sanctis premise alla prima edizione in volume dell’opera e che fu composta a un anno di distanza dall’opera stessa. Nella lettera di dedica, quella Virginia Basco è, in realtà, il simbolo rappresentativo della vecchia Torino preunitaria […]. È soprattutto una immagine fortemente lirica […], e richiama intorno a sé, […] tutta una gamma di vibrazioni sentimentali». Genesi lirica documentata nella lettera a Virginia Basco. Virginia è il simbolo della Torino preunitaria: è un’immagine poetica, forte.

Un De Sanctis che ama ritirarsi nel conflitto interiore: pensiero e azione. «Il De Sanctis – scrisse il professore Attilio Marinari – ama molto ritirarsi in questo conflitto interiore tra pensiero e azione, e sa anche dimostrarci come, in questa fase della sua vita, il secondo termine tenda ad assumere la prevalenza rispetto al primo. Ma, quando la controversia si riporti in termini oratori, la nettezza del distacco sparisce, e sparisce perfino il distacco stesso: nella ricerca di argomenti per il suo discorso egli non esiterà a ricorrere ad alcuni bei versi di Schiller; e, quando il discorso sarà recitato, verranno fuori il ricordo dei primi anni, il gemellaggio sentimentale tra Morra e Lacedonia».

E la lettera a Virginia è davvero indicativa. Giustificazione lirica ma anche programma letterario dell’opera. «Sintomatico sembra, tra l’altro, – scrisse Attilio Marinari – che la patina del linguaggio quotidiano sia particolarmente sensibile proprio in quella «lettera a Virginia», che, come si è detto, rappresenta, oltre che la giustificazione lirica, il programma letterario dell’opera. Qui troviamo l’atteggiamento vezzeggiativo che è proprio del parlato desanctisiano («posticino», «letterina», «letterone», «paeselli», «giovinetta», «poverino»), il gusto dell’anacoluto («Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora le pretende a letterata») e dell’esclamazione («Caspita!», «Poverino!»), il compiacimento, infine, dell’appellativo intimo e familiare («la mia Marietta», «quella povera Sassernò». Gli stessi elementi si troveranno sparsi – ma con frequenza molto minore – in tutta l’opera, in essa conserveranno sempre un certo carattere di eccezionalità: quasi in obbedienza ad una scelta recente, di fronte alla portata della quale si resti timorosi. Nel primo capitolo, ad esempio, ritorna quel «Marietta mia», reso ancor più familiare dal rimprovero che il De Sanctis attribuisce a sua moglie come consueto («Tu non sei più un giovanotto […] con tanti anni addosso…»), e dal considerare la muliebre esortazione al buon senso come «una traditora» […]. Ma il contesto nel quale tutto ciò è inserito è tipicamente letterario, e nella fattispecie leopardiana («cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni»: ossia, fuor di perifrasi, il «natio borgo selvaggio»). Così qualche pagina dopo, si legge: «mi coricai subito. Sentivo sonno Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo l’arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero»; dove per la prima volta entra direttamente il vocabolo di gergo (non se ne incontreranno poi molti) e dove la frequenza di stilemi dialettali («sentivo sonno»; «ma che sonno e sonno»; «cappello a tre pizzi») è particolarmente folto. Ma subito appresso: «Il povero Alfonso, ch’è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva»: che è ancora linguaggio quotidiano, («tirava forte», «faceva sì e no»), ma mutato e in qualche modo «tradotto» dalla letteratura del Manzoni».

Dunque, la lettera a Virginia è il programma letterario dell’opera. Lo sostiene con forza il professore Marinari. «È chiaro, insomma, – scrisse Marinari – che l’operetta dal De Sanctis, proposta all’esame di Virginia e di quanti altri futuri lettori, vuole essere l’esempio realizzato di un’arte che in ogni modo riesca a «calare l’ideale nel reale», nella linea di fondo dell’adesione «metodologica» (e, di conseguenza, delle riserve «dottrinarie» del De Sanctis al «realismo» contemporaneo». E il programma letterario dell’opera è molto affascinante. Istintivamente vengono in mente due nomi illustri: Manzoni, De Amicis. De Sanctis utilizza l’anacoluto come Manzoni (quel “Virginia, non le basta essere divenuta una principessa; ora le pretende a letterata” di De Sanctis mi ricorda “lei sa che noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto” di Manzoni). E le esclamazioni del De Sanctis (Caspita! Poverino!) sono simili a quelle di De Amicis (Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! – Cuore). Anche Marinari, come Aurigemma, accosta timidamente De Sanctis a De Amicis: vena sentimentale e realismo che osserva poco i canoni dell’obiettività «pur con le moltissime, sostanziali riserve che la cosa comporta». L’Io campeggia romanticamente. «C’è comunque nel Viaggio – scrisse Marinari – un bisogno di nuovo che si manifesta dappertutto. E, se si dovesse indicare la zona in cui esso dà i suoi esiti più positivi, non ci sarebbe da dubitare a sottoporre l’attenzione di chi legge la struttura periodale del tessuto narrativo. […] Ed è questo ciò che veramente conta per un innovatore quale il De Sanctis volle essere e fu; è questo ciò che accomuna la funzione de linguaggio del De Sanctis (non solo narratore, ma anche e soprattutto critico e saggista) a quella del narratore Verga: che dopo di loro la nostra lingua si è «fatta» diversa; che essi hanno indicato una linea irreversibile a tutta la prosa italiana; che chiunque sia venuto dopo di loro ha dovuto, comunque, «fare i conti con la loro presenza storicamente e culturalmente viva».

 

Il Viaggio elettorale

Uno dei miei libri preferiti: lo adoro. Fu pubblicato a puntate sulla Gazzetta di Torino e fu ristampato in volume nel 1876 (Editore Morano di Napoli); uscirono altre edizioni a cura di Capobianco, Cione, Tedesco, Gallo, Cortese, Marinari, Finzi. Dentro c’è l’Alta Irpinia, la gente meridionale, l’algido inverno. Se il Viaggio fosse oggetto di studio all’interno di un programma televisivo come il Tempo e la Storia, sicuramente verrebbe accompagnato (nel trittico Libro Luogo Film) dalla location dell’Alta Irpinia (Morra in modo particolare) e dal film La donnaccia di Silvio Siano. Gennaio 1875, inverno, Irpinia, ritorno alle origini. Preme dentro di me quest’opera preziosa. La conservo. È letteratura popolare, prosa viva. Ho letto il viaggio alla maniera di un romanzo e l’ho riletto e riletto ancora. Parole dolci, stilemi dialettali, esclamazioni, vezzeggiativi. Tra le righe ho trovato un De Sanctis stanco, umano, pensieroso. Cammina, dorme poco, sogna, medita sulla vacuità della vita. «Dove sono i miei amori, – scrive – i miei ideali? Chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire padre e madre, e maestri, e amici, e compagni». De Sanctis scrive sui fogli il ricordo dei sogni. Visioni oniriche, echi di solitudine. «Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell’Ovo, e molte altre volte».

Il suo viaggio è una corda tesa tra il tempo perduto e il miraggio. Balconi, sguardo perso in piena notte e all’alba. Il Vulture, le cime innevate, le immagini sfocate, Melfi nascosta nel buio. E vedo con la mente Calitri la nebbiosa: il paesaggio si stende sul letto. Nebbia grigia, aria di neve, cielo cupo; le donne calitrane con lo scialle accarezzano le nuvole. Sorgerà domani il nuovo sole, il Sole di Calitri. E Bisaccia, il castello e la stanza del Tasso. E Andretta e Lacedonia. E Rocchetta… Rocchetta la poetica: serenate, canzoni, odori di Puglia. Fuochi d’artificio, Cairano in festa, Cairano senza la donnaccia, Cairano Bellissima. E Teora impenetrabile e soltanto sfiorata.

È un ritorno al passato. «Date la patria all’esule». Così disse Francesco De Sanctis. E lo disse con sincerità. E lo scrisse a Virginia Basco. «Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana. E tu commossa mi dicevi: poverino!». Sì. Diceva poverino. E scriveva. «Scrivere mi riesce difficile, perché non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti […], quel foglio mi pare brutto, e lo stracci e da capo». Parole stupende.

Commenti:

Non hai diritti per rilasciare commenti

Info sull'Autore

Romeo Castiglione

Iscriviti alla Newsletter

Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech