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"Dove non c'e' legge, non c'e' liberta'."
John Locke

Irpinia carica di mistero e tragedia. Giornate piovose e cielo grigio. Alberi coccolati dal vento, lastre di vetro baciate dall’acqua, treni in partenza per Napoli dalla stazione di Avellino, paesaggi spettrali, luci sintetiche della città e la città dorme nella notte tenebrosa. Montagne e colline; orme, orme giallastre di animali, di lupi feroci e ululati immaginari. Irpinia nei primi anni ’20; fascisti per le strade e la rivoluzione alle porte e il dottor Gaetano Castiglia e la popolana Sabina. Questa è l’Irpinia di Giovanni Arpino dipinta nel romanzo “Un delitto d’onore”. Un romanzo cupissimo, feroce, pieno di rabbia.

“Un delitto d’onore” è ambientato in Campania: Avellino, Atripalda, Montrone (paese immaginario che ricorda nel nome Montoro e Montefalcione). Ricco di spunti, riflessioni filosofiche. Provincia tenebrosa e scrittura carica di tragedia. «Ora – scrive Arpino – i monti irpini apparivano più cupi nella luce al tramonto, coi boschi qua e là macchiati come da una lebbra giallastra che nel verde dei castagni aveva aperto vuoti piccoli e grandi, rognosi. La strada puntava su Atripalda e, […] lontana, la chiazza bianca e rosata di Avellino, larga nella pianura». L’Irpinia di Arpino è verdissima e minacciosa, piovosa e tragica. Occhi che guardano, occhi di perla e cielo carico di dolore.

La trama. Lui ama lei ed è gelosissimo: lui è un medico di nome Gaetano Castiglia; lei è una donna di basso rango di nome Sabina. Gaetano Castiglia ha vissuto per tanto tempo in America ed è tornato a casa per godersi la vita accanto alla donna che ama. Ma il dramma si nasconde dietro l’angolo. Sabina non è quello che lui pensava perché non è vergine e ha conosciuto altri uomini e tra questi c’è Vincenzo Carbone; e allora non resta che il delitto d’onore: una vittima, un’altra vittima. Sabina è stata violentata da Vincenzo Carbone. Ma poco importa per Castiglia. Egli non ha pietà per nessuno; avrebbe dovuto perdonarla (almeno capirla), invece niente da fare. Crudele davvero. Sullo sfondo l’Irpinia degli anni ’20 e i fascisti in azione. «Mi vogliono con loro» dice il medico.

Nichilista, pessimista, distruttore, shivaista, nietzschiano, evoliano. Gaetano Castiglia è un uomo d’azione infarcito di idee filosofiche legate all’idealismo magico: la sua filosofia è l’azione brutale. Insomma, è un individuo assoluto. Si evince chiaramente. «In quell’accidia – prosegue Giovanni Arpino – il dottor Castiglia si rivoltava provando malinconie, disgusto per tutto, inimicizie e sospetti verso chiunque, tranne se stesso». Disprezza il mondo, la vita, gli esseri viventi. Prova ribrezzo per il corpo umano, per la vecchiaia. Dice: «Tutto è noioso, è sporco. Il mondo mi fa schifo: è colpa mia? E questa ragazza invece mi fa voglia di campare». E poi «Vedi che il mondo è schifoso? […] pensa alla pancia di un malato, piena di budelli marci che puzzano».

Spara con il revolver Gaetano Castiglia. Crudo e crudele. Agisce e basta, agisce senza desiderio. Prima la sua amata Sabina (una rasoiata terrificante) e dopo la sorella di Vincenzo Carbone con il revolver. Castiglia «Non pensava a niente, guardava l’orologio, e un’ora aspettò, seguendo le lancette sul quadrante, e poi un’altra mezza […] e […] cominciò a sparare […] attentamente premeva il grilletto, ma le cinque pallottole erano già state scaricate». Castiglia come il protagonista del film “Un giorno di ordinaria follia” William Bill Foster. Impassibile, freddo, privo di sentimentalismo, umanitarismo. «E, – scrive Arpino – per la prima volta, finalmente al di sopra di sé stesso». Al di là del bene e del male, oltre la morale. Azione apatica come quella di Arjuna nella Bhagavad-Gita induista.

La storia ricalca il mito biblico di Adamo ed Eva: Sabina regala al dottore alcune mele. Un gesto estremo di libertà. «C’erano delle mele nel cesto, ancora verdi, lucidate vivamente da un panno. E ogni mela aveva una corolla di segni. Dei denti di lei, che s’erano piantati leggermente nella buccia aspra, lasciandovi piccoli semicerchi di colore ormai rugginoso». Si accorge Gaetano di “essere nudo” perché la sua amata Sabina non è vergine, non è Santa, non è Regina delle rosE, Sposa purissima, Madonna. Nudità e voglia di espiare. Tempo perso pensa il medico: lui l’ha fatta diventare una signora e l’ha tolta da una lurida locanda. Il medico allora decide di sopprimere il desiderio alla stessa maniera del monaco buddista Mizoguchi del romanzo di Yukio Mishima “Il Padiglione d’oro”. E questo romanzo di Arpino è “sospeso” a metà strada tra “Il padiglione d’oro” e “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Atmosfere rarefatte, nichilismo, fine dei tempi, tragedia, crollo di un ordine costituito, carico di pathos evoliano e nietzschiano. Tutto è crollato e il Fascismo è alle porte. L’individuo è lasciato a sé stesso: violenza, azione cieca, crudeltà esasperata. Senza valori, senza sentimenti, il mondo è al capolinea.

Giovanni Arpino ha scritto romanzi importanti come “La suora giovane”, “La sposa segreta”, “Il buio e il miele”, “La trappola amorosa”. “Delitto d’onore” è sicuramente un romanzo da riscoprire. Uscì per la prima volta nel 1960. Arpino ringraziò Dino Barelli per la documentazione che sta alla base di questo romanzo. Una società cristallizzata, un “piccolo mondo” chiuso e legato ad antiche consuetudini. L’Irpinia di Arpino è una metafora; è il simbolo di un meridione sempre uguale. L’autore colloca i personaggi fuori dalla Storia; infatti, l’Irpinia di Arpino esiste fuori dalla Storia, ha divorziato dalla Storia: i personaggi sono marionette di un teatrino, sono pupi siciliani. Fissità, immutabilità; passa il tempo ma la Storia non tocca le umane vicende di questo popolo. Provincia poverissima dove dominano le convezioni. Sabina non è illibata: questa cosa non può essere accettata dal medico nobilotto. Ecco il dramma, il dramma popolare.

Gaetano Castiglia come il Giovanni Episcopo di D’Annunzio, passione funesta. Un Castiglia che distrugge il desiderio. «Guardarsi intorno, – scrive Giovanni Arpino – in quella solitudine, in tanto silenzio, gli dava una sensazione di dominio. Sotto il cielo senza luna la valle era nera, lucida, circondata dai denti cupi dei monti, nettissimi, oltre i quali erano Napoli e il mare […] Ma ogni suo pensiero muoveva solo per spegnersi, suggellarsi in lei: ed ecco che ancora si vedeva con Sabina a Vietri, sul mare e nel sole, come in una proiezione quasi palpabile. Rise da solo a bocca chiusa, immaginandola impacciata, e poi subito scaltrita avendo raccolto i suoi consigli, i suoi ordini sulla sabbia […] O altre cose di lei ricordava, cose dell’inverno. Tra dicembre e febbraio nevicava forte sui monti, e dai sentieri di campagna attorno a Montrone si poteva vedere Avellino, laggiù, come una chiazza chiara, illuminata al fondo della valle, tutt’attorno l’anello ondulato, accecante delle colline e dei monti dove la neve era compatta, con orme scure e giallastre di animali. E in certe notti s’erano uditi i lupi». Da solo, prima del gesto folle, prima del delirio.

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Romeo Castiglione

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